11 settembre: dopo 25 anni la lezione di Oriana Fallaci è ancora necessaria

0

L’11 settembre 2001 il mondo assistette in diretta a una tragedia destinata a segnare un’intera epoca. Le immagini degli aerei che colpivano le Torri Gemelle, delle fiamme, delle persone in fuga e infine del crollo del World Trade Center entrarono nella memoria collettiva dell’Occidente. Quasi tremila persone persero la vita negli attentati compiuti da Al-Qaeda negli Stati Uniti. A venticinque anni di distanza, quelle immagini conservano intatta la loro forza.

Ricordare l’11 settembre significa anzitutto ricordare le vittime, le loro famiglie, i vigili del fuoco, i soccorritori e tutti coloro che quella mattina si trovarono improvvisamente al centro di uno degli attacchi terroristici più sanguinosi della storia contemporanea. Un anniversario così importante impone anche una riflessione su ciò che accadde dopo, sulle paure che attraversarono l’Occidente e sulle domande che ancora oggi rimangono aperte.

Pochi giorni dopo quella tragedia, una delle voci più autorevoli e coraggiose del giornalismo italiano intervenne con parole destinate a lasciare un segno profondo nel dibattito pubblico. Era Oriana Fallaci. Il 29 settembre 2001, diciotto giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il Corriere della Sera pubblicò il suo lungo articolo “La rabbia e l’orgoglio”, destinato pochi mesi dopo a diventare anche un libro e a segnare l’inizio dell’ultima, combattiva fase della sua produzione pubblicistica.

Scelse deliberatamente un linguaggio duro, lontano dalla prudenza diplomatica. Le sue posizioni suscitarono un vastissimo dibattito, ma soprattutto costrinsero l’Occidente a confrontarsi con interrogativi che il tempo non avrebbe cancellato. Al centro di quelle pagine emergeva un richiamo preciso: ritrovare la consapevolezza della propria identità, difendere la propria civiltà e riconoscere nel fondamentalismo islamico una minaccia che, secondo la scrittrice, non poteva essere affrontata attraverso esitazioni e cedimenti.

Di seguito, un estratto dell’articolo:

“Sto parlando alle persone che pur non essendo stupide o cattive, si cullano ancora nella prudenza e nel dubbio. E a loro dico: sveglia, gente, sveglia! (…) non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. (…) Una guerra che essi chiamano jihad: Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio forse, (forse?), ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci… Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà.

Parole scritte sotto l’impressione immediata dell’11 settembre e inevitabilmente legate alla violenza di quei giorni. Sarebbe difficile comprenderne pienamente il tono separandole dalle Torri in fiamme, dalle migliaia di morti e dalla sensazione, allora diffusissima, che qualcosa di irreversibile fosse appena accaduto.

A venticinque anni di distanza, alcuni degli interrogativi sollevati dalla scrittrice continuano però a riguardarci. Nel frattempo l’Europa ha conosciuto Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Manchester e numerosi altri attentati di matrice jihadista. Ha visto cittadini europei partire per unirsi allo Stato Islamico, reti di radicalizzazione svilupparsi anche all’interno delle proprie città e forme di estremismo attecchire soprattutto laddove marginalità sociale, isolamento culturale e fanatismo religioso hanno trovato terreno comune.

Nel dibattito europeo è emerso inoltre il problema di periferie e quartieri sempre più separati dal resto del tessuto urbano: realtà segnate da forte concentrazione migratoria, disagio economico, difficoltà di integrazione e, nei casi più problematici, dalla presenza di ambienti nei quali integralismo e pressione comunitaria entrano in conflitto con le libertà individuali garantite dalle nostre leggi. In alcune di queste realtà si registrano anche tentativi di far prevalere, nella vita familiare e sociale, precetti riconducibili alla sharia sulle norme e sui valori dell’ordinamento civile, alimentando di fatto la formazione di comunità parallele. È proprio osservando queste contraddizioni che le riflessioni formulate nel 2001 acquistano oggi una nuova attualità.

Il punto centrale riguarda allora la capacità dell’Europa di riconoscere e difendere la propria identità. Una civiltà che smette di credere nei propri valori, nella propria storia e nelle proprie radici finisce inevitabilmente per arretrare di fronte a chi, al contrario, possiede una visione forte e determinata della propria appartenenza. L’integrazione non può tradursi nella rinuncia a ciò che siamo, né nell’accettazione di consuetudini e precetti che pretendano di sostituirsi alle nostre leggi. È proprio contro questa progressiva arrendevolezza culturale che Oriana Fallaci rivolse uno dei suoi richiami più duri all’Occidente.

Tra pochi giorni, il 15 settembre, ricorreranno anche vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci. Una coincidenza temporale che rende questo venticinquesimo anniversario dell’11 settembre ancora più significativo. A due decenni dalla sua scomparsa, colpiscono la lucidità e il coraggio con cui seppe affrontare questioni che allora molti preferivano ignorare e che negli anni successivi sarebbero entrate con forza nel dibattito europeo. La sua voce seppe scuotere un Occidente spesso incerto sulla propria identità, richiamandolo alla necessità di difendere la propria storia, la propria cultura e la propria civiltà.

Forse è proprio questa la parte della sua eredità che oggi merita di essere recuperata: la disponibilità a pronunciare parole scomode, a interrogarsi sui limiti dell’integrazione, a difendere senza imbarazzo una civiltà fondata sulla libertà individuale e a pretendere che chiunque ne faccia parte ne rispetti le leggi fondamentali.

Venticinque anni dopo, le Torri Gemelle appartengono alla storia, mentre molte delle questioni aperte da quella mattina appartengono ancora al nostro presente. Ricordare le vittime significa anche avere il coraggio di guardare quel presente senza rimuoverne le contraddizioni.

Oriana chiedeva all’Occidente di svegliarsi. A un quarto di secolo dall’11 settembre e a vent’anni dalla sua morte, vale ancora la pena domandarsi se lo abbiamo fatto davvero.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui