Al Mart Anselmo Bucci, o il piacere della scoperta

0

Diciamolo subito, senza girarci troppo intorno: uscire dalla splendida mostra di Anselmo Bucci al Mart di Rovereto e non sentirsi vagamente in colpa è impossibile. In colpa per che cosa? Per aver lasciato che un pittore di questa caratura restasse per decenni nell’anticamera della memoria nazionale, quando avrebbe meritato da tempo un posto in prima fila. Il merito, stavolta, è tutto del museo di Rovereto, che con oltre centocinquanta opere e la curatela di Beatrice Avanzi e Luca Baroni ha allestito la più ampia retrospettiva mai dedicata all’artista.

Anselmo Bucci nasce a Fossombrone nel 1887, nelle Marche, terra di silenzi e di colline che porterà con sé per sempre. Ma il giovanotto non è uno da fermarsi nella provincia in cui è nato. Studia a Venezia, poi a Brera, e nel novembre del 1906 fa la cosa che tutti i grandi fanno almeno una volta: parte, alla scoperta del vasto mondo. Nel suo caso la meta non poteva essere che Parigi, che all’epoca stava agli artisti come la Silicon Valley oggi sta agli ingegneri.

Bucci parte con un paio di amici, senza rete. Lo racconta lui stesso, condensando quello che avevano con sé: cinquantotto anni in tre, le loro valigie di cartone, un indirizzo scritto su un pezzo di carta e dodici franchi. Con quei quattro spiccioli si presenta alla capitale del mondo e comincia, per campare, ritoccando fotografie scattate da altri. Finirà per insegnare ai francesi come si guarda la ville lumière.

Perché è in Francia che Bucci diventa Bucci. A Montmartre, in un atelier di rue Caulaincourt, e alla Ruche — ossia l’alveare di Montparnasse, dove gli artisti squattrinati vivono stipati come api –, incrocia e si confronta con personaggi che oggi fanno parte del Pantheon delle arti: Picasso, Modigliani, Severini, Utrillo, per tacere di un certo Guillaume Apollinaire, che sarà tra i primi ad apprezzarlo.

Alla tecnica della puntasecca  – si disegna sul rame con una punta, come si graffia con un chiodo, e da lì si ricavano le stampe –, Bucci arriva come un predestinato. Nasce così la serie Paris qui bouge, cinquanta tavole edite nel 1909, un ritratto della metropoli che ancora oggi, quando le guardi, ti sembra di essere catapultato nella Parigi di inizio Novecento.

Non contento di eccellere con questa tecnica, si dedica alla pittura: i tetti di Parigi nella nebbia – un’immagine di una bellezza da lasciare senza fiato –, i caffè dove uomini e donne celebrano il rito della socialità, che poi vediamo a teatro, nello splendido Odeon; e infine le piazze viste dalla finestra, dall’alto ma non da lontano: una angolatura che ritroveremo poi, quando ritrae la sua modella che sorbisce il tè irrorata dalla luce di Milano.

Poi la guerra. Bucci si arruola volontario tra i Ciclisti Automobilisti, spalla a spalla con gentlemen che rispondono ai nomi di Boccioni, Marinetti, Sironi, Funi. In trincea non dipinge, non c’è spazio per tele e colori all’olio: disegna. Carboncini durissimi, senza retorica eroica, la fatica e la morte prese di petto. Ne tirerà fuori i Croquis du front italien, che lo consacrano, lui che ha ritratto la vita brulicante della Belle …Époque, narratore del fango e del sangue.

Tornato in patria, Bucci entra nel salotto di Margherita Sarfatti, la donna più influente dell’arte italiana del tempo. Sarfatti, che è amica speciale e consigliera del Duce, si propone di riportare l’arte italiana all’ordine e al mestiere, recuperando la  grande tradizione, dopo la tempesta delle avanguardie. All’inizio Bucci condivide in pieno l’auspicio, tanto che è lui a suggerire il nome da dare al movimento: «Novecento».

Ma è anche insofferente a ogni guinzaglio: tanto che quando il gruppo comincia a irrigidirsi in arte di Stato, e ad ossequiare un po’ troppo il Regime, lui sbatte la porta e se ne va.

Un artista che rinuncia al potere per non rinunciare a sé stesso: una specie in via d’estinzione, in tutti i tempi e tutte le latitudini. Eppure — e questa è la misura dell’uomo — resta leale. Nel 1931, quando il ras di Cremona Roberto Farinacci scatena dalle colonne di Regime fascista un attacco brutale contro Novecento e contro la Sarfatti, per ragioni biecamente razziali, Bucci non si volta dall’altra parte. Replica pubblicamente, e difende i colleghi e la donna che lo ha lanciato, proprio mentre lei sta per essere scaricata dal Duce.

Bucci infatti non era soltanto un geniale pennello. Aveva anche una penna sciolta e ironica, tanto che nel 1930 vince il Premio Viareggio con Il pittore volante, un libro di aforismi, diari, memorie parigine che ha grande successo di pubblico. In copertina si autoritrae di profilo, scarmigliato, in cravatta e con un paio d’ali: prendersi sul serio prendendosi in giro, arte finissima che oggi pochi praticano (ci viene in mente un altro grande, maestro di questa pratica, Marco Lodola).

É invece il suo amore per il mondo animale – basti dire che in casa teneva un’oca, insieme a un paio di cani lupo – a regalarci una delle sue imprese più incredibili. Verso il 1924 trascorre settimane al Jardin des Plantes di Parigi a studiare le bestie feroci dal vivo, per illustrare Il libro della giungla. Ne escono otto puntesecche magistrali, edite in appena dieci esemplari. Le incisioni piacquero tanto a Rudyard Kipling che se le comprò per la propria collezione privata. Era partito da Fossombrone, Bucci, per finire in casa nientemeno che di uno dei più grandi scrittori di sempre, cantore dell’impero britannico nonché premio Nobel.

La mostra chiude, con un colpo da maestro dei curatori, davanti al monumentale I Maschi. Oltre quattro metri e mezzo di tela cui Bucci lavora in segreto tra il 1910 e il 1924, tenendola nascosta per decenni e salvandola persino dalle bombe che radono al suolo il suo atelier milanese. É stata restaurata apposta per Rovereto, non era mai stata esposta in un museo. È una battaglia mitologica, ma tutt’altro che vetusta: sembra dipinta proprio per gli incerti tempi nostri. In primo piano i corpaccioni di cacciatori tutti maschi, muscolosi, ma non esattamente di ingegno brillante, che puntano vogliosi un gruppo di femmine. Le vediamo in lontananza, sono guerriere amazzoni, che si tengono a distanza e ne approfittano per bersagliare di frecce, forse non troppo letali, i maschi

Un poema sull’eterno duello tra i sessi, ambiguo e di grande potenza. Ci stai davanti, e non riesci a capire se si tratta di una guerra,  chi mai capitolerà, o se andranno come opportuno a un patteggiamento. Ma in fondo non importa, è la domanda che ti tiene agganciato a questa immagine potente e immersiva.

Con questa tela usciamo dal Mart e riflettiamo su un genio come Bucci, che avevamo consegnato all’oblio. Il Mart lo ha spolverato e rimesso al centro della scena, dove è sempre stato di diritto. Andate a Rovereto. E fate mente locale su quante altre meraviglie come questa ci aspettano in Italia.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui