All’antifascismo elettorale non ci crede più nessuno

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La difficoltà in cui versa la Sinistra nella campagna elettorale per le elezioni in corso suggerisce un intirizzimento ideologico cui fa di riflesso quello che potremmo definire una sclerosi del linguaggio. Da tempo memorabile la sinistra si è insediata in posizioni culturali di vantaggio: presidia Università e scuola, governa giornali, influenza case editrici e condiziona emittenti televisive. Ciò è il portato di una strategia, quella gramsciana della “direzione culturale”, consistente nel perseguire la direzione intellettuale prima del dominio, ossia prima della direzione politica, ma anche di un compromesso, per quanto i democristiani hanno lasciato fare per decenni pur di mantenere il potere. Negli anni questa posizione si è consolidata alimentando il mito della superiorità morale della sinistra, che altro non è se non un risvolto della sua presunta superiorità culturale. E questa condizione è sopravvissuta anche al crollo del mito rivoluzionario, alla fine dell’ideologia, talché i Soloni dell’ideologia post-comunista e libertaria possono ancora oggi ergersi a censori del politically correct.

Tuttavia essa è andata incontro negli anni, come dicevo, ad un irrigidimento, nella misura in cui ha perso sempre più contatto con la base sociale, con quello che in altri termini si dice il “paese reale”, regredito nel linguaggio accreditato a “pancia del Paese”. Di qui viene non solo e tanto l’assenza di progettualità, quanto l’incapacità di rapportarsi alle dinamiche del presente e al “popolo”, su cui hanno invece sempre più presa i “populismi”.

In effetti, di tutto quell’armamentario ideologico oggi resta solo la stretta osservanza della narrazione progressista, dei suoi miti e dei suoi funtori e anche dei suoi perversi oppositori, nella forma di un’anacronistica mitologia manichea. «Ci sarebbero — come scriveva Augusto Del Noce 50 anni fa — due atteggiamenti fondamentali: la volontà di limitare l’avvenire con il passato (che troverebbe la sua conclusione nel fascismo) e la volontà opposta di affermare il primato del futuro sul passato».

In questo quadro, il fascismo è «trasformato in una categoria eterna e in un pericolo permanente», quanto di più avverso al progresso ci possa essere “in nome della tradizione”, una sorta di principio del male, «capace di presentarsi in manifestazioni nuove ed impreviste…».

Questo implica che l’antifascismo non è una “semplice manovra tattica”, ma “una stretta conseguenza” della narrazione progressista, ossia una chiave storiografica esiziale a quella. Il fascismo gioca in quella narrazione un ruolo altrettanto necessario, nella misura in cui è l’antitesi necessaria, l’ingranaggio che muove la dialettica dello scontro, il protagonista negativo senza il quale il protagonista positivo, l’antifascismo, non avrebbe ragione di essere.

Ma l’antifascismo, cementato in un contrasto senza fine e conto da “un avversario che non esiste più” — scriveva sempre Del Noce, non può che «esplicarsi che come fenomeno dissolutivo». «Di qui lo squallore senza pari […] della politica presente»— concludeva.

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  1. Bersani incalza Ronzulli su La7: “Mi dica una sola riforma liberale fatta da Berlusconi. Io che sono comunista ne ho fatte un paio, voi no”. A Bersani, però, che tra una pettinata alle bambole, e con la mente rivolta al paio di riforme liberali effettuate, ma non citate, indirettamente aveva risposto lo stesso Berlusconi quasi in contemporanea, quando, riferendosi al caos energetico che attanaglia lo Stivale, aveva affermato: «”Loro parlano, io l’ho inaugurato 13 fa un rigassificatore”. E, in effetti, 13 anni dopo il video del Cav sul rigassificatore è ancora attuale». A sinistra, non per niente, c’è sempre stato qualcuno che ha promesso di lasciare l’Italia se Tizio o Caio si avesse affermato nelle elezioni politiche in corso. Arrivato il successo elettorale, però, i cosiddetti intellettuali un tanto al chilo non hanno dato corso alla promessa. Con tantissimo danno per lo Stivale, trattandosi di gente senza dignità e seguace del pensiero unico, nonché frequentatore della comune mangiatoia. Adesso che, oltre ogni ragionevole dubbio, la verità è venuta a galla e nessuno può più negare il golpe che Napolitano ha messo in atto contro Berlusconi e, per il conseguenziale e incalcolabile danno economico, contro l‘intero popolo italiano, tuttavia, forse, si dovrebbe cominciare a pensare di togliere la cittadinanza italiana a Napolitano e di dichiararlo indesiderabile.

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