L’Italia è un Paese curioso: chiede sicurezza, pretende ordine, invoca legalità, ma poi guarda con sospetto proprio chi, ogni giorno, rende possibili sicurezza, ordine e legalità. Il caso di Rogoredo, al di là delle ricostruzioni giudiziarie che faranno il loro corso, ha riportato alla luce una frattura culturale profonda che attraversa la nostra società: il rapporto con lo Stato, con l’autorità e con chi li incarna concretamente indossando una divisa.
Nel “boschetto della droga” di Rogoredo, simbolo nazionale di degrado, marginalità e abbandono, operare non significa svolgere un lavoro ordinario, significa entrare in una zona grigia dove lo Stato arretra e la criminalità avanza. In quei contesti, ogni intervento comporta rischi reali, decisioni rapide, responsabilità enormi. Non si tratta di scenari teorici, ma di situazioni in cui pochi secondi possono determinare conseguenze irreversibili.
Eppure, di fronte a episodi controversi, la reazione dominante in certi ambienti non è la prudenza, ma il sospetto preventivo verso le Forze dell’Ordine. È come se l’idea stessa di autorità fosse diventata moralmente sospetta, come se chi rappresenta lo Stato dovesse essere considerato colpevole fino a prova contraria. Una torsione culturale che rovescia il principio fondante dello Stato di diritto: la presunzione d’innocenza.
C’è, invece, un’altra posizione, spesso liquidata come “di parte”, ma in realtà profondamente istituzionale, che parte da un presupposto diverso: chi indossa una divisa rappresenta la Repubblica e agisce, salvo prova contraria, nell’interesse della collettività. Questo non significa concedere immunità morale o giuridica, ma riconoscere una priorità logica: prima la fiducia nell’istituzione, poi l’accertamento dei fatti, infine, se necessario, la punizione esemplare del singolo responsabile. È esattamente ciò che distingue uno Stato forte da uno Stato debole. Nel primo, l’errore individuale non delegittima l’istituzione; nel secondo, ogni episodio diventa il pretesto per mettere in discussione l’intero sistema.
Non è un caso che in Italia si sia consolidata negli anni una narrazione in cui la divisa diventa bersaglio simbolico. Nei cortei violenti, nelle occupazioni abusive, nelle campagne mediatiche, la figura dell’agente viene spesso dipinta come antagonista sociale anziché come garante della libertà dei cittadini. Una dinamica pericolosa, perché senza autorità legittima non esiste libertà concreta, ma solo legge del più forte.
Il punto decisivo, tuttavia, non è politico: è identitario. Una comunità nazionale si riconosce anche nel modo in cui guarda alle proprie istituzioni. Se queste vengono percepite come estranee o ostili, il tessuto civile si sfilaccia. Se invece vengono considerate patrimonio comune, la fiducia reciproca diventa il fondamento della convivenza. Sostenere le Forze dell’Ordine non significa ignorare eventuali responsabilità individuali. Al contrario, significa pretendere standard altissimi proprio perché si tratta di un servizio pubblico essenziale. Chi tradisce la divisa tradisce prima di tutto i colleghi che la onorano ogni giorno, spesso nel silenzio e lontano dai riflettori. Ma la responsabilità personale non può trasformarsi in una condanna preventiva dell’istituzione.
C’è poi un elemento che raramente viene sottolineato: la sicurezza non è un privilegio autoritario, ma un diritto sociale. Sono i quartieri popolari, le periferie, le zone più fragili a pagare il prezzo più alto quando lo Stato arretra. Dove la presenza istituzionale diminuisce, avanzano lo spaccio, la violenza, l’illegalità diffusa. Difendere chi garantisce l’ordine pubblico significa anche difendere i più deboli. Per questo la contrapposizione tra “garantismo” e “sicurezza” è falsa. Il vero garantismo tutela i cittadini onesti e chi li protegge, non chi sfrutta le zone d’ombra per imporre la propria legge. Uno Stato che non sa difendere se stesso non può difendere nemmeno i suoi cittadini.
Il caso Rogoredo, dunque, non riguarda soltanto un singolo episodio. È uno specchio che riflette il nostro rapporto con l’idea stessa di Nazione. Crediamo ancora che esista un bene comune da difendere? Riteniamo che lo Stato sia un presidio della libertà o un ostacolo da aggirare? Consideriamo le istituzioni una casa condivisa o un avversario permanente? Una Nazione matura non vive di ambiguità su questi temi. Può discutere, indagare, giudicare, ma non può delegittimare sistematicamente chi garantisce la sicurezza collettiva senza mettere a rischio la propria coesione.
Alla fine, la questione è semplice e radicale insieme: senza ordine non c’è libertà, senza autorità legittima non c’è giustizia, senza rispetto per lo Stato non c’è comunità nazionale. Per questo stare dalla parte di chi serve la Repubblica non è una scelta ideologica. È una scelta di civiltà. È il riconoscimento che esiste qualcosa di più grande delle polemiche del momento: la continuità di una comunità, la dignità delle istituzioni, l’identità stessa di un popolo.
E quando uomini e donne decidono di mettere la propria vita al servizio di tutto questo, indossando una divisa, sostenere loro significa sostenere l’Italia.

















