Il 26 febbraio è l’anniversario della nascita di Giulio Natta, uno dei più grandi scienziati italiani del Novecento. Nato nel 1903 a Porto Maurizio (oggi Imperia), Natta non fu solo un innovatore nella chimica dei polimeri, ma incarnò il meglio dell’Italia: un uomo colto, pragmatico, non fazioso e capace di unire ricerca, stato e impresa per il progresso nazionale. In un’epoca di divisioni, la sua vita dimostra come la passione per la conoscenza e l’amore per la famiglia possano superare ogni ostacolo, inclusa una grave malattia.
In un mondo che spesso contrappone gli studi umanistici alle discipline STEM, Natta è la prova vivente che i classici possono essere un trampolino di lancio per la scienza. Diplomatosi a soli 16 anni al liceo classico Cristoforo Colombo di Genova, dove approfondì latino, greco e letteratura, Natta assorbì una formazione culturale ampia e rigorosa. Questo background lo rese non solo un tecnico brillante, ma un pensatore versatile. Passò poi al Politecnico di Milano, laureandosi in ingegneria chimica nel 1924 a soli 21 anni.
In barba a chi oggi sostiene che gli studi classici non servano per le materie scientifiche, Natta è la dimostrazione storica dell’esatto contrario: la logica del greco antico e la retorica latina affilarono la sua mente, portandolo a scoperte rivoluzionarie come i catalizzatori Ziegler-Natta, che gli valsero il Premio Nobel per la Chimica nel 1963, condiviso con il tedesco Karl Ziegler.
Grazie a lui, nacquero materiali come il polipropilene isotattico, alla base di prodotti quotidiani come il Moplen, che trasformarono l’industria plastica mondiale.
Natta rappresentò l’Italia al suo meglio anche nel suo approccio non partigiano. In una nazione come la nostra, in cui la nazione perisce pur che trionfi la fazione, Natta lavorò sempre sodo con il solo obbiettivo di far grande l’Italia Durante il regime fascista, collaborò con l’industria e lo stato per sviluppare tecnologie strategiche, come la gomma sintetica e il metanolo, rompendo monopoli stranieri e contribuendo allo sforzo bellico, ma senza mai aderire ideologicamente al fascismo.
Nel dopoguerra, continuò a lavorare per la ricostruzione del Paese, fondando centri di ricerca al CNR e al Politecnico di Milano. Anche qui, senza mai prendere tessere di partito.
Uno schivo patriota che lavorò per il bene comune, indipendentemente dal regime. Questo lo rese un ponte tra epoche, dimostrando che la scienza può trascendere le divisioni politiche.
Uno dei lasciti più duraturi di Natta fu la sua capacità di far dialogare accademia, istituzioni pubbliche e settore privato. Negli anni ’30 e ’40, collaborò con aziende come Montecatini (oggi Montedison) per industrializzare le sue scoperte, come il processo di sintesi del metanolo che sfidò il dominio tedesco e alla creazione del primo impianto di gomme sintetiche a Ferrara.
Nel 1947, dopo un viaggio negli USA, convinse lo Stato e l’industria italiana a ricominciare a investire nella petrolchimica, quella che il Fascismo aveva definito “l’arma dei popoli poveri di materie prime”, portando a brevetti rivoluzionari. Fondò un centro di ricerca al Politecnico finanziato da Montecatini, formando generazioni di scienziati che entrarono in università, CNR e imprese.
I risultati furono spettacolari: non solo il Nobel, ma un boom industriale che rese l’Italia leader nella chimica macromolecolare, con applicazioni in auto, imballaggi e tessili. Natta insegnò che la sinergia tra ricerca pura e applicata genera ricchezza e innovazione per tutti.
Oltre al genio scientifico, Natta fu un uomo di famiglia. Nel 1935 sposò Rosita Beati, laureata in lettere, che condivise con lui una vita di affetto e supporto intellettuale. Ebbero due figli: Franca (1937-2015) e Giuseppe (1943-2022), che ereditarono la passione per la conoscenza – Giuseppe divenne ingegnere. Quando, nel 1956, Natta fu colpito dal morbo di Parkinson, la famiglia gli fu vicina in modo commovente. Rosita e i figli lo assistettero durante le ricerche e i viaggi, inclusa la cerimonia del Nobel a Stoccolma nel 1963, dove Natta, nonostante la malattia, pronunciò un discorso memorabile. Dopo la morte di Rosita nel 1968, Franca lo curò a Bergamo fino al suo decesso nel 1979.
Questa storia familiare, di amore incondizionato, aggiunge un tocco umano al suo lascito, ricordandoci che dietro ogni grande scienziato c’è una rete di affetti. Giulio Natta morì il 2 maggio 1979, lasciando un’eredità di onori – un Nobel, Cavaliere di Gran Croce, medaglie d’oro e lauree honoris causa – ma soprattutto un modello per l’Italia contemporanea. In un tempo di polarizzazioni, il suo esempio ci invita a valorizzare la cultura classica, la collaborazione fra Stato, ricerca e impresa privata in un ottica nazionale, l’amore per la famiglia tradizionale e i valori che essa rappresenta.
















