Chi ha portato via il campetto di calcio? L’identità passa anche da qui

2

C’è una domanda che, probabilmente, nessuno si pone quando vede inaugurare un nuovo campo da basket in una piazza o in un parco pubblico: perché proprio il basket?

La domanda può sembrare provocatoria, perfino pretestuosa. E infatti qualcuno, fermandosi alla superficie, potrebbe liquidarla come una sterile contrapposizione tra discipline sportive. Non è questo il punto. Il basket è uno sport bellissimo. Lo è come il volley, il rugby, il baseball o qualsiasi altra disciplina capace di educare al sacrificio, al rispetto delle regole e al lavoro di squadra.

La questione è un’altra: ovvero che ogni spazio pubblico racconta una storia. Ogni scelta urbanistica, ogni arredo, ogni luogo che un’amministrazione decide di costruire trasmette un messaggio culturale. Lo spazio pubblico non è mai neutrale, perché educa senza parlare. Abitua, suggerisce, orienta. Ed è proprio qui che la riflessione diventa interessante, secondo me.

Antonio Gramsci spiegava che il potere più efficace non è quello che impone, ma quello che rende naturali i propri modelli culturali. Joseph Nye, molti decenni dopo, avrebbe chiamato questo fenomeno soft power: la capacità di influenzare gli altri non attraverso la forza, ma attraverso l’attrazione esercitata da cultura, intrattenimento, sport e stile di vita.

Gli Stati Uniti hanno costruito gran parte della loro influenza mondiale proprio così. Pensiamo a Hollywood, la musica pop, i jeans, i fast food, le serie televisive, l’NBA. Non sono semplicemente prodotti. Sono immaginario; sono simboli; sono linguaggi che, lentamente, entrano nella quotidianità fino a sembrare spontanei.

Ed è esattamente questo il punto. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla proliferazione dei playground nelle città italiane. Vengono presentati come simboli di inclusione, rigenerazione urbana, modernità, ma quasi nessuno si chiede perché l’idea stessa di “spazio pubblico moderno” venga ormai automaticamente associata a un campo da basket. Perché non un campetto da calcio libero? Perché non uno spazio polivalente? Perché non un luogo capace di valorizzare anche la tradizione sportiva italiana?

Non si tratta di nostalgia, no affatto. L’Italia è cresciuta nei campetti improvvisati tra due maglioni usati come pali, nei cortili delle parrocchie, nelle piazze di paese. Intere generazioni hanno imparato lì non soltanto a tirare un pallone, ma a litigare, fare pace, scegliere le squadre, rispettare le regole senza che fosse presente un arbitro. Erano, diciamo, piccole scuole di cittadinanza. Oggi quei luoghi stanno scomparendo. Il calcio sopravvive quasi esclusivamente nelle scuole calcio, che svolgono una funzione preziosa ma inevitabilmente diversa.

Il gioco spontaneo, libero, gratuito, si sta lentamente estinguendo e al suo posto compaiono spazi costruiti secondo un immaginario globale, identico da Milano a New York, da Berlino a Tokyo. È la logica dell’omologazione.

Gerald R. Gems, uno dei maggiori storici dello sport, ha descritto con chiarezza come gli sport americani abbiano rappresentato per oltre un secolo strumenti di diffusione dell’influenza culturale statunitense. E non perché qualcuno li imponesse, ma perché diventavano desiderabili. Perché apparivano inevitabilmente moderni. Ed è proprio questa la forza dell’egemonia culturale: non costringe nessuno. Fa sembrare naturale ciò che, in realtà, è il risultato di un lungo processo di costruzione dell’immaginario. Per questo la riflessione riguarda anche il centrodestra.

Da anni rivendichiamo il valore dell’identità, delle comunità, delle tradizioni e delle radici, eppure dovremmo avere l’onestà intellettuale di domandarci se anche noi, talvolta, non finiamo per adottare inconsapevolmente gli stessi modelli culturali che diciamo di voler contrastare. Non significa chiudersi al mondo, no! La cultura italiana è sempre cresciuta attraverso incontri, contaminazioni e scambi. Ma una contaminazione è una cosa, la sostituzione è un’altra. Innovare non significa cancellare. Modernizzare non significa imitare.

Esiste poi un aspetto molto concreto, raramente considerato: quello della qualità della vita.

I playground vengono quasi sempre realizzati su superfici rigide in cemento o resina. Il continuo rimbalzo del pallone produce un rumore secco, ripetitivo, che può protrarsi per molte ore al giorno, soprattutto quando questi impianti sorgono accanto alle abitazioni. Anche questo dovrebbe entrare nella valutazione di un’amministrazione responsabile, insieme alle esigenze dei residenti e all’effettivo utilizzo delle strutture.

In alcune città, infatti, ci si ritrova con più campi da basket che giocatori, mentre altre discipline sportive, o semplicemente spazi davvero polivalenti, restano prive di investimenti. Allora, forse, il vero tema non è decidere se costruire o meno un playground. Il vero tema è chiedersi quale idea di comunità vogliamo costruire attorno agli spazi pubblici.

Una comunità che riproduce modelli standardizzati, identici ovunque, oppure una comunità capace di innovare senza smarrire il proprio carattere? L’identità non si difende soltanto nei grandi dibattiti politici. Si difende anche nelle piccole scelte quotidiane; persino nella forma di un campetto, perché i luoghi in cui crescono i nostri ragazzi non sono semplicemente spazi dove si gioca: sono i luoghi nei quali, spesso senza accorgercene, imparano anche chi sono.

La vera domanda non è se dobbiamo costruire un campo da basket o un campetto da calcio. La vera domanda è questa: esiste ancora un’idea italiana dello spazio pubblico? Oppure stiamo semplicemente replicando modelli progettati altrove, convinti che la modernità coincida con l’imitazione? Perché una nazione che smette di progettare secondo la propria cultura finisce, lentamente, per abitare la cultura di qualcun altro.

Le identità non scompaiono perché qualcuno le vieta. Scompaiono quando smettiamo di abitarle. Ogni volta che rinunciamo ai luoghi, ai simboli e alle consuetudini che ci hanno formato, lasciamo che altri immaginari occupino spontaneamente quello spazio. È così che agisce l’egemonia culturale: non cancella, sostituisce. E quando ce ne accorgiamo, spesso è già troppo tardi

2 Commenti

  1. …coloro che hanno portato via il campetto, sono li stessi , che sotto mentite spoglie, hanno approvato l’ acquisto di giocatori da tutto mondo per riempire i nostri campionati di multietnicità, impedendo ai nostri vivai giovanili, di crescere..
    ..per poter mettere insieme una squadra di Italiani ( anche se riferito solo al calcio) dobbiamo scendere nei campionati di categoria, provinciali.. nelle massime serie un allenatore si serve del traduttore, per spiegare gli schemi ai suoi giocatori..

  2. ..un quartiere a Pisa , che si lamenta per il “playground” in costruzione..
    Mi è venuta alla mente , la sua visione dopo aver letto l’ articolo sulla ” qn Nazione”..

    Saluti

    Massimo

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui