Con Casadio la Romagna onirica e felliniana del “Candido” Oreste

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Stupisce lo spettacolo in scena a Roma e Milano sugli effetti della legge Basaglia sulla salute mentale

Sospinto dalla sua “follia” in una continua contrapposizione tra realtà e sogno, saggezza e follia, ragione e allucinazione: “Dottore non possiamo riavvolgere il nastro e ricominciare tutto daccapo?”. Oreste è rinchiuso nel manicomio dell’Osservanza a Imola. Abbandonato dalla famiglia quando era bambino, dall’orfanotrofio al riformatorio, si è ritrovato senza sconti internato in un istituto psichiatrico, semplicemente perché in Italia, un tempo, andava così. Scritto da Francesco Niccolini, Oreste. Quando i morti uccidono i vivi non è un monologo, ma uno spettacolo di graphic novel theatre, illustrato da Andrea Bruno e diretto da Giuseppe Marini. Il suo debutto al Teatro Quirino di Roma, venerdì scorso, è stato accolto con grande entusiasmo dal pubblico. Sarà, poi, in scena all’Elfo Puccini di Milano, dal 9 al 14 maggio. Un testo scritto su misura per Claudio Casadio (Premio Nazionale Franco Enriquez 2023 come “Migliore Attore”). Intenso attore teatrale (Oscura immensità e Il mondo non mi deve nulla scritti da Massimo Carlotto; La Classe diretto da Giuseppe Marini) e cinematografico (L’uomo che verrà di Giorgio Diritti; Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana), Casadio attinge ai ricordi infantili di una Romagna onirica e felliniana per scrivere e interpretare il “Candido” Oreste. Una trasposizione moderna de L’Orestea di Eschilo: il protagonista ha visto la madre uccidere il padre; ha perso la sorella che ama tanto e diventa lui stesso matricida. La tragedia greca qui, si consuma nel manicomio di Imola e agli inizi degli anni 80. Lo spettacolo è nato dalla collaborazione con il Festival Lucca Comics. Sul palco, tra Casadio e le illustrazioni animate, nate dalla penna di Bruno, si crea una incredibile sinergia. Non si tratta di un monologo, ma di una commedia dove l’unico attore in carne ossa interagisce con attori disegnati. Un linguaggio nuovo che ha appassionato gli spettatori del Quirino. Un’attenta riflessione sull’effetto che la Legge Basaglia ha avuto nel campo della salute mentale. Di come la chiusura definitiva dei manicomi, in Italia, abbia ridato dignità alle persone affette da tali disturbi. Oreste, rinchiuso da trent’anni nell’istituto psichiatrico di Imola, si ispira a una storia realmente accaduta, ad un internato del manicomio di Volterra che disegnava sui muri in continuazione. Casadio, virtuoso funambolo, riesce con una carica emotiva straordinaria a tratteggiare un non-eroe ingabbiato nel rimorso del delitto di sangue più esecrabile; con la speranza incrollabile di ricongiungersi “sulla Luna” con il suo babbo e con i membri di una famiglia tanto avversa dal destino. Ama usare il dialetto romagnolo, Casadio, che rende il suo anti-eroe più vero. Un modo di recitare con un’inflessione che gli concede di toccare più registri emotivi: dalla durezza, alla profonda dolcezza, dall’ironia fino all’estrema rabbia. Inevitabilmente, rimanda a poetiche suggestioni felliniane. Oreste ha in sé tutto lo spirito romagnolo: la sua irresistibile ironia e quella malinconia che lo rende tragicamente umano.

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