Da Nerone a Berlusconi: un tempo c’era Tacito, oggi c’è Travaglio

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Ci viene facile inserire Nerone nella lista dei peggior criminali di sempre: come fosse un massacratore, il suo nome ben s’attaglia a quello di Hitler, di Stalin, di Pol Pot. Eppure l’imperatore romano non si macchiò di crimini simili, non decretò la morte di milioni di persone, non progettò olocausti né rieducazioni forzate e gli storici contemporanei faticano pure ad attribuirgli l’incendio di Roma, che tra tutti i delitti a lui imputati è il più eclatante e fantasioso. Nerone, per esempio, non partecipò a guerre né immaginò conquiste, non massacrò i Galli ai confini come fece Cesare, neppure sterminò gli ebrei come Tito e Vespasiano o distrusse definitivamente Gerusalemme cambiandole il nome come fece Adriano, che pure ci giunge, filtrato attraverso le “sue” memorie romanzate da Marguerite Yourcenar, per antonomasia “poeta e filosofo”. Certo Nerone qualche crimine lo commise, soprattutto dentro la cerchia più stretta dei familiari: per esempio è appurato che fece uccidere la madre Agrippina e costrinse al suicidio Seneca e sedò con rigore qualche congiura di palazzo, al pari dei suoi predecessori o successori, similmente immischiati in fratricidi, matricidi, uxoricidi, i quali però godettero di miglior stampa e sul cui capo non cadde la damnatio memoriae. Nerone fu colpito da una primordiale macchina del fango, screditato a futura memoria da storici del calibro di Tacito, Svetonio, Dione Cassio, Tertulliano (che lo bollò come primo persecutore dei cristiani), i quali per motivi diversi, pur scrivendone a morte ormai avvenuta, avevano ragioni politiche e ideologiche per dargli contro. E poco sono serviti nella storia tentativi di riabilitazione: quello del raffinato filosofo e matematico Gerolamo Cardano, che nel Cinquecento s’arrischiò in una lode a Nerone, o quello di Napoleone, che sentenziò: «Il popolo amava Nerone. Perché opprimeva i grandi ma era lieve con i piccoli». E benché la storiografia moderna sia ormai clemente nei confronti del giovane e bizzoso imperatore, dedito alla crapula e all’arte più che alle carneficine, la leggenda nera resta a imperitura memoria, a dimostrazione che il “metodo Nerone” ha funzionato bene e funziona.

Fuori dal contesto storico, la cronaca politica italiana degli ultimi anni è stata determinata dall’agire della macchina del fango che non ha risparmiato nessun partito, né di destra né di sinistra, ma che a ben guardare è stata decisiva e ferrea solo ed esclusivamente quando a patire gli schizzi sono stati uomini non protetti dall’ombrello della sinistra: solo per fare gli esempi più famosi, Silvio Berlusconi massacrato per Rubi e poi assolto, Marcello Dell’Utri crocifisso per la trattativa Stato Mafia e poi assolto e ancora più di recente Stefano Morisi, lo spin doctor della Lega, messo alla berlina per semplici questioni sessuali senza che si potesse provare lo straccio di un reato. Casi, piccoli o grandi, che in certi momenti hanno cambiato il corso delle cose, facendo cadere governi, o impedendo che si andasse a elezioni, fomentando campagne diffamatorie, mettendo marchi di infamia a persone rispettabili, tenendole in galera o sottoponendole a snervanti, interminabili processi: in definitiva mettendo a rischio la democrazia italiana.

Lo abbiamo scoperto con il libro “Il Sistema” di Luca Palamara e Alessandro Sallusti quanto fosse determinante, insieme all’agire della magistratura, la stretta connessione tra gli inquirenti e il mondo dei media: spesso la fuga di notizie serviva a corroborare inchieste giudiziarie che non avevano sempre fondamenti solidi e anche quando arrivava l’archiviazione o l’assoluzione (sempre tardiva), la fama aveva già marchiato in modo indelebile e condannato a priori, almeno dal punto di vista dell’opinione pubblica, le persone coinvolte.

La questione che andrebbe sviscerata non è però “perché esiste la macchina del fango”. Abbiamo visto che già anticamente la doxa, un mostro dalle cento teste e dai cento occhi, faceva le proprie vittime. La cosa da chiedersi è perché in Italia abbia un verso solo: i giornali di sinistra sembrano ispirati da un macabro giustizialismo e da un altrettanto stucchevole senso di superiorità intellettuale ed etica che li porta a disprezzare la verità in nome dell’ideologia, ad immolare il buon senso sull’altare della battaglia politica, tutti difetti ben visibili e facili da condannare se non fossero i difetti di noi italiani e dell’umano in generale, che presagendosi migliore gode della malasorte altrui.

Ma c’è di più: oggi il pensiero progressista si è incistato su quello che promana dal politicamente corretto, una sorta di intreccio inestricabile in cui le ragioni dell’uno si incrociano con le ragioni dell’altro, a formare un coacervo di false verità in un cortocircuito da cui sembra impossibile venir fuori, poiché fa leva sui nostri sensi di colpa e sulla propensione morale dell’agire sociale: così anche la cosa più stupida passa per intelligente, la cosa più scopertamente falsa passa per vera e nessuno ha il coraggio di denunciare il male, pena l’esclusione dal consesso dei giusti.

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