Europa, un continente di fronte al dilemma: essere o non essere?

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Il problema dell’identità europea tra unità culturale e particolarismi nazionali

La difficoltà che oggi incontra l’«identità europea» scaturisce, più che dalla mancanza di un rapporto di fedeltà e reciprocità tra gli Stati membri, dallo scarso senso di appartenenza dei cittadini a un «solo popolo europeo». Quest’ultimo, del resto, non ha il significato che generalmente si assegna al contesto nazionale, per il semplice fatto che l’identità non si forgia sulla base della mera contemplazione di principi astrattamente unificanti.

La stessa idea di «cittadinanza europea» non può non derivare dal senso di appartenenza che permette a ciascun cittadino di riconoscersi in un insieme più o meno organico di valori che identifichino l’Europa come realtà storica e geopolitica dotata di una propria identità culturale, più che come unione burocratica di Stati o esperimento sovranazionale.

Spesso nelle ricostruzioni di marca «europeista» si dimentica che dopo l’antichità greca e romana l’Europa è divenuta una realtà storica oggettivamente unita, in seguito al crollo dell’Impero Romano e intorno a fattori culturali pienamente caratterizzanti, come la Chiesa, il feudalesimo, le corti, i municipi, gli ordini religiosi e le università, che hanno conferito unità sostanziale al cosiddetto «spirito europeo». Tuttavia, nella lunga esperienza dell’Europa moderna e postmoderna è persistito un forte dualismo tra questi elementi di cultura accomunante e la frammentazione politica che ne è conseguita, un dualismo rintracciabile in ogni tappa del suo processo di sviluppo. Da un lato, infatti, fu il fattore comunitario a fornire all’Europa il suo quadro unificante: il Rinascimento e la Riforma, la rivoluzione scientifica, l’arte classica, l’Illuminismo e altri fenomeni caratterizzanti la modernità hanno contribuito a fare del vecchio continente ciò che già Montesquieu considerava una nazione comprendente più popoli. Dall’altro, il particolarismo derivante dalla creazione degli Stati nazionali in Inghilterra e in Francia, nonché le rivoluzioni nazionali del 1830 e del 1848, l’unificazione italiana e quella tedesca hanno portato a una competizione tale da costituire il nucleo centrale del processo europeo dopo la divisione dell’impero di Carlo Magno.

Di certo occorre riconoscere che l’Europa investì tutte le sue energie in un modello politico ben delineato e consolidato – lo Stato nazionale – che non a caso il filosofo conservatore inglese Michael Oakeshott definì il dono più bello che l’Europa abbia fatto al mondo. Fu lo Stato nazionale, che si sostituì tanto al modello greco della città-stato quanto all’Impero incarnato da Roma, ad avviare il dinamismo europeo per effetto di emulazione e rivalità, alleanze e conflitti che, a partire dal XVIII secolo, hanno contraddistinto la storia dell’Europa.

È forse in questo legame tra unità culturale e particolarismi nazionali che va ricercata la soluzione al problema dell’identità europea. Se è vero che l’Europa non può non sentirsi parte integrante di un tutto globalizzato, lo è altrettanto che al suo interno essa comprende Stati che non intendono rinunciare alla propria identità nazionale, a dispetto della previsione di quella minoranza di «padri fondatori» di orientamento materialista e laicista, con in testa Spinelli, che davano per imminente la fine delle nazioni. Previsione, questa, dai presupposti insostenibili, come la storia ha peraltro dimostrato. Rifiutare simile dualismo, allora, vorrebbe dire rinunciare a ogni equilibrio tra «globale» e «locale» e rischiare di precipitare in un isolamento cieco e sterile che pure inizia a intravedersi sullo scenario internazionale.

Affrontare realisticamente il deficit identitario dell’Europa significa dare corpo a una strategia culturale che miri a dotare i cittadini di punti di riferimento certi e stabili. Serve che le giovani generazioni conoscano bene la «storia europea», che non è una storia di guerre e atrocità di cui vergognarsi, come sostengono le culture oicofobe di ispirazione marxista, e non è neanche sostituibile alle narrazioni nazionali. Semmai è da integrare a queste ultime affinché le future classi politiche europee vengano messe nelle condizioni di comprendere che ogni fenomeno storico nazionale è stato anche e soprattutto un fenomeno europeo. Solo lo studio approfondito e critico della storia dell’Europa permetterebbe di individuare i possibili luoghi di una memoria europea che sia finalmente condivisa e da cui emerga la volontà comune di costruire un futuro autenticamente comunitario e possibilmente «migliore».

In secondo luogo, è di fondamentale importanza la questione dell’allargamento dei confini. Alcuni Stati vedono minacciata la loro sicurezza alle frontiere e dubitano fortemente della capacità dell’Unione europea di proteggerli da eventuali invasioni, il che comporta, tra l’altro, il consistente aumento delle spese militari. Ma al di là dell’aspetto, pure importante, della sicurezza interna, la questione dei confini introduce il tema cruciale dell’identità culturale: ciò che lega le nazioni all’interno dell’Europa è anche ciò che le distingue all’esterno, e la distinzione, più che l’unione, è costitutiva del senso di identità. Per questo la questione dei confini è intrinsecamente legata a quella dell’identità e coinvolge l’insieme «multinazionale» europeo. Ma il problema dell’identità è a sua volta connesso al divario geopolitico causato dalla caduta del muro di Berlino, che induce a ripensare politicamente i confini dell’Unione, specialmente ad Est, per meglio rispondere al disagio dell’opinione pubblica europea, destinato a indebolire il sostegno all’integrazione.

In terzo luogo, va considerato il problema della mancanza di un vero sentimento patriottico europeo, di cui altre realtà politiche sono invece dotate. Gli Usa, per esempio, possono contare su un patriottismo abbastanza radicato, oltre che sulla difesa della propria egemonia e su ben identificati interessi di natura economica; il patriottismo cinese, dal canto suo, si fonda su un consolidato equilibrio tra la tradizione confuciana, lo Stato comunistico e la strategia mercantilista. In altre parole, questi paesi godono di un sistema di valori posto alla base di un’identità che consente loro un’azione risoluta e una consapevolezza matura dei propri interessi collettivi.

Va da sé che è assai difficile ipotizzare, in caso di guerra, che gli europei siano disposti a morire per il drappo blu dell’Ue. Molto più plausibile è che lo farebbero per la bandiera della propria nazione. Ebbene, tale assenza di patriottismo è conseguenza, più che dell’incapacità degli Stati membri di cooperare senza smarrire la propria identità, della mancata consapevolezza circa l’unità vera dell’Europa, che si costruisce su basi culturali. Occorre quindi ravvivare l’orgoglio dell’appartenenza europea, partendo dalla consapevolezza che l’integrazione in sé non comporta automaticamente il divenire cittadini apolidi del mondo o consumatori depoliticizzati, come vorrebbero certe élite intellettuali, ma europei disposti a difendere la propria identità al riparo dalle infatuazioni dell’oicofobia universalista.

Insomma, sebbene appartengano a tradizioni e storie nazionali diverse, gli Stati membri dell’Ue condividono valori, principi e interessi che costituiscono il nucleo fondante di un’identità in grado di distinguerli da altri paesi e regioni del mondo. E dalla capacità dell’Unione europea di attuare politiche in linea con questi principi passerà, nei prossimi anni, la persuasione dei cittadini circa la sua legittimazione ad affrontare le sfide del mondo attuale.

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