Gervasoni: “Non ho mai insultato o minacciato Mattarella”. Clima da regime

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Prima è stata la task force anti fake news sul Covid, poi il disegno di legge Zan, infine le perquisizioni nelle case per un tweet: in Italia l’asticella della censura sta alzandosi verso pericolose derive liberticide. Uno dei protagonisti di queste prove tecniche di bavaglio è il professor Marco Gervasoni, storico, già direttore scientifico della Fondazione Craxi, insegna Storia contemporanea all’Università del Molise.

Professore, l’accusa che la coinvolge sembra essere quella di vilipendio al Capo dello Stato, ha mai offeso il Presidente della Repubblica Mattarella?

“No, un conto è la critica, un conto è l’offesa: quando si mettono insieme le due cose siamo al di fuori dei sistemi liberal-democratici. Siamo in Cina, non in Italia”.

Secondo lei, si cerca di intimidire chi non è allineato sulle posizioni del cosiddetto mainstream?

“Non so se il verbo è quello giusto, ma di certo un professore universitario che domani volesse in un tweet criticare il Presidente della Repubblica magari adesso ci penserebbe due volte”.

Chi è che fa sponda a questo clima, se non di intimidazione, sicuramente pesante?

“Quello che tanto tempo fa sarebbe stato considerato l’establishment. Oggi le sue basi sono molto fragili, perché tutti i problemi degli ultimi tempi non sono ancora stati risolti e quando il potere è debole allori poi ricorre a scorciatoie di tipo giudiziario o addirittura a pulsioni autoritarie. E il Pd è certamente il partito dell’establishment: non è un caso difatti che sia il partito più attento al politicamente corretto e che tenda a confondere critica e insulto: poi naturalmente quando si tratta di insultare gli avversari politici la sinistra non ha alcun problema a farlo. Dipende sempre da chi la critica e da chi riceve la critica, non c’è una misura comune. Immaginate cosa sarebbe successo se al posto di Mattarella al Quirinale ci fosse stato Berlusconi: probabilmente l’ex premier sarebbe stato vittima di insulti molti più forti di quelli di cui è oggetto l’attuale Capo dello Stato ma non so se i magistrati avrebbero agito in maniera così solerte”.

Aria di regime, dunque, o è una valutazione vicina alla realtà?

“Se si intende il termine regime secondo i parametri del passato è esagerato, diverso il discorso invece se si identifica il termine regime con un nuovo sistema che io chiamo post-democratico, dove i governi vengono composti indipendentemente dal risultato elettorale, e gli esecutivi comunque sulle grandi questioni sono sempre meno in grado di decidere perché decide il pilota automatico di Bruxelles. E’ un nuovo tipo di regime, in cui tende a prevalere il conformismo”.

Ha la sensazione di stare dentro il 1984 raccontato da George Orwell?

“Sono più che altro dentro una situazione kafkiana: dall’atto che mi è stato notificato dai Ros c’è scritto che sono indagato per alcuni tweet ma non so precisamente di cosa sono accusato”.

Quando Silvio Berlusconi era al governo dissero e scrissero qualunque cosa nei suoi confronti ma non ci furono retate o incursioni in redazioni di sinistra….

“Berlusconi fu aggredito anche fisicamente, con un atto che teoricamente poteva pure ucciderlo. E durante il Conte 1, quando la Digos faceva sequestrare gli striscioni contro l’allora ministro Salvini, o impediva ai manifestanti di avvicinarlo, la sinistra parlava di aria di regime. Ripeto, in Italia dipende sempre da chi certe cose le fa e da chi certe cose le subisce”.

Il pubblico ministero a capo dell’inchiesta è Albamonte, segretario di Area, la corrente di sinistra dei magistrati, a cui appartengono anche Magistratura democratica e Movimento per la giustizia. Questo la preoccupa?

“Sono magistrati militanti per la sinistra, non è segreto, spero e penso in un giudizio equilibrato, io non ho mai insultato o minacciato il Presidente Mattarella”.

Pensa che tutti gli uomini liberi abbiano il dovere di schierarsi al suo fianco in una battaglia di libertà, al di là di qualunque appartenenza politica’?

“Non voglio enfatizzare il mio caso, né farmi martire prima del tempo, ma credo che sia un buon segno la reazione così forte di solidarietà nei miei confronti che si è verificata, ed è un buon segno pure l’imbarazzo degli organi di stampa della sinistra, come se non volessero cavalcare la vicenda: anche a loro evidentemente risulta tutto paradossale. Di sicuro dalla mia storia si ricava che i social sono ‘attenzionati’ maggiormente dalle Procure perché più letti dei giornali cartacei, ma allo stesso tempo viene un po’ meno il presupposto sul quale erano nati: erano nati come un luogo di espressione libera, però ora è diventato più difficile comunicare liberamente. E questo lo trovo grave: si veda per esempio la chiusura dell’account e dei profili di Trump. Se delle piattaforme private non sono più libere allora non sono più convenienti nemmeno dal punto di vista economico: è una contraddizione che emergerà sempre di più nei prossimi anni”.

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