Così parlò Palamara. Alessandro Sallusti spiega “il Sistema” della magistratura politicizzata

6
agf - sallusti - 16/09/2011 MILANO Trasmissione di Rai2 L'Ultima Parola nella foto Alessandro Sallusti

La lotta ai politici di centro-destra e le guerre interne per il potere, a colpi di trojan.

“Se Palamara parla crolla tutto”, si bisbigliava un anno fa negli ambienti dei bene informati quando la stella del magistrato cominciava ad offuscarsi. Luca Palamara ha parlato in un libro-intervista del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti: Il Sistema. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura italiana (Rizzoli), una “voce di dentro” per descrivere lotte interne e volontà di potenza che serpeggiano tra i custodi della legalità. Abbiamo incontrato Sallusti per capire la portata delle rivelazioni di un protagonista, nel bene o nel male, della vita giudiziaria e politica del Paese. Il libro è primo nelle classifiche di vendite, ma nello stesso tempo suscita una certa indifferenza da parte dei diretti interessati.

Direttore, il “sistema” ha reagito con un certo aplomb…

La cosa non mi stupisce, alzare un muro di gomma è la classica strategia di difesa di un sistema che peraltro è ancora saldamente al potere.

Un sistema, avrebbe detto il vecchio Marco Pannella, di tipo “partitocratico”, caratterizzato da correnti in lotta per il potere, ma anche da una “egemonia culturale” ben precisa.

Non da oggi, il sistema giudiziario è imperniato attorno alla componente tradizionalmente conosciuta come Magistratura Democratica, una corrente ideologica che ha coltivato l’idea di sostituirsi alla politica. I guai di Palamara cominciano quando il magistrato crea una cordata per scalzare gli uomini della sinistra giudiziaria dalle posizioni apicali.

Si dice “sono giudici di sinistra” e “fanno politica”, ma specificamente quali obiettivi hanno perseguito?

Magistratura democratica ha esercitato soprattutto un potere di interdizione: un diritto di veto nei confronti di qualsiasi governo di centrodestra o addirittura di personaggi non rigorosamente di sinistra. Ha usato in maniera impropria la giustizia non tanto per affermare un’idea sociale, quanto per contrastare politicamente gli avversari.

Quasi una nemesi rispetto agli anni del “Fattore K”, in virtù del quale i comunisti non avrebbero mai potuto governare nell’Italia del Patto Atlantico.

Certo, un evidente capovolgimento.

D’altra parte “il Sistema è grande e il giornalista è il suo profeta”: c’è questo aggancio fondamentale tra mondo magistratura ed echi nella comunicazione di massa…

Palamara racconta che l’informazione è un tassello fondamentale del sistema, addirittura arriva a dire che “un Procuratore della Repubblica in gamba con una polizia giudiziaria in gamba e due giornalisti di importanti testate formano un pool che è più potente di qualsiasi governo e di qualsiasi parlamento”. Il fatto che un libro che intervista un indubbio protagonista abbia suscitato reazioni così reticenti, distratte nella grande stampa, conferma che l’informazione svolge un ruolo importante nel sistema descritto da Palamara.

L’archetipo di questa liaison tra magistratura e giornalismo fu indubbiamente la famosa anteprima del Corriere della Sera dell’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi, mentre presiedeva una conferenza internazionale sulla criminalità…

Quello fu un banco di prova fondamentale di un sistema, che coinvolgeva anche il Quirinale. Palamara descrive bene quale fu il contesto storico in cui maturò il forte interventismo politico di certi magistrati.

Gli anni di Mani Pulite?

In quegli anni era un fresco laureato e racconta come per la sua generazione l’avvento del Pool di Mani Pulite e la popolarità di Di Pietro abbiano inciso sull’orizzonte mentale dei giovani magistrati: “noi allora capimmo che essere magistrati non significava percorrere una grigia e monotona carriera burocratica, ma significava poter diventare delle star, essere riconosciuti per strada, avvicinati con bramosia da giornalisti, essere investiti di una missione salvifica…”

Anche essere ammirati dalle signore nei salotti.

Sì, arriva a dire che il bello del loro ruolo era anche quello di essere ricercati dalle ragazze. Il protagonismo della magistratura, che poi è stato devastante, nasce in questo scenario.

La seduzione della gloria, forse simile a quella che nel Novecento avrebbe potuto nutrire un tenente colonnello sudamericano immaginando che fosse arrivato il momento di raddrizzare le sorti del proprio Paese: banana republic…

Ed è qualcosa di simile a ciò che sta accadendo oggi con i virologi.

I giudici della salute!

Che però in confronto sono dei dilettanti del controllo sociale.

C’è d’altra parte un limite a questa volontà di intervento: quando certi giudici si sono cimentati in politica fondando anche partiti personali i risultati sono stati grami.

Hanno commesso l’errore di scambiare la popolarità conseguita con certe inchieste con il consenso elettorale e la capacità di governare. Possiamo dire che in alcuni casi sono stati anche utilizzati dai politici di professione, come quando il PDS utilizzò Di Pietro candidandolo nel Mugello o nel caso di Ingrao che divenne testimonial di una sinistra più movimentista. Certo, difficile immaginare che il picco di popolarità di Di Pietro possa ripetersi con altri suoi colleghi.

E d’altra parte Di Pietro esprimeva una antropologia popolaresca, neanche tanto di sinistra, che lo distingueva da più algidi esponenti della aristocrazia giudiziaria.

Sicuramente.

Se quello sulle lotte interne alla magistratura fosse un film forse si chiamerebbe Hotel Champagne (dal nome dell’albergo in cui, racconta Palamara, si concordavano le nomine), ma come va a finire adesso questo film?

Penso che sia un film che non finisce qui: c’è bisogno di un sequel. Quello che racconta Palamara è tutto documentato, ricostruibile, ma io non ho mai sostenuto che la sua testimonianza rappresenti “tutta” la verità. Non è detto che non esistano tasselli diversi per completare un mosaico più vasto. Fino ad ora si è scrutato nel telefono di Palamara, ma bisognerebbe forse verificare le posizioni di tante altre persone per raccontare una storia forse più complicata. Spero che il mio libro riesca ad aprire almeno una feritoia nel muro di Berlino che circonda il sistema: l’inizio di un percorso…

La società cambia e lo sviluppo delle tecnologie crea fatti nuovi. Le intercettazioni hanno rappresentano una pallottola impazzita che a un certo punto ha cominciato a colpire anche i magistrati in carriera.

Quando qualcuno all’interno del sistema risultava sgradito a chi era in posizione dominante, allora agiva “il cecchino”, che poteva essere una intercettazione o una nota informativa che al momento opportuno usciva dal cassetto. Certi mezzi venivano utilizzati all’esterno, ma spesso anche all’interno della categoria.

In un clima desolante da Unione Sovietica terminale. Interessante poi il doppio senso che in italiano evoca il termine “trojan”, la app per mettere sotto controllo un telefonino.

E a parte queste sfumature, due cose colpiscono riguardo ai trojan: per legge possono essere usati solo nel sospetto di alcuni reati gravi, come la corruzione. E allora per Palamara ci si inventa una inconsistente accusa di corruzione, giusto il tempo di impiantare il trojan nel suo telefonino. Dopodiché l’accusa decade, ma intanto l’applicazione ha svolto il suo lavoro. La seconda cosa che da cittadino mi inquieta è che una compagnia privata italiana abbia “venduto” un suo cliente, mentre la Apple si rifiuta di dare le password dei telefoni, anche dei grandi terroristi internazionali. Gli antagonisti di Palamara non riuscivano ad entrare nel suo telefono dal momento che, sapendo grosso modo come si attiva il meccanismo, non apriva nessun messaggio da sconosciuti: il trojan lo attivi così. Allora i magistrati vanno dalla compagnia telefonica e la compagnia provvede a creare una finta interruzione della linea per poi ripristinare la funzionalità del telefono del cliente, ma con la spia incorporata.

SOSTIENI LA NOSTRA VOCE LIBERA

6 Commenti

  1. A mio parere il problema non è il trojan, che andrebbe usato molto più spesso nei confronti dei Politici, dei Magistrati e dei dirigente della P.A. oltre che con la criminalità comune e organizzata. Non è il trojan che fa una persona disonesta ma sono i disonesti che vengono alla luce. Il problema semmai è capire si chi dispone l’uso del trojan sia una persona affidabile e fermamente onesta o se fa parte di organizzazioni di “potere”, se cosi fosse vietarne l’uso legittimo non sortrebbe nessun effetto anzi darebbe maggiori garanzie all’illegalità. Come con tutto il resto delle intercettazioni non sono i “mezzi” che arrecano danni ma i comportamenti disonesti, fra questi anche la divulgazione di conversazioni private o coperte da segreto istruttorio.

    • Il problema è a priori e cioè stabilire quando è legittimo utilizzare certi mezzi di intercettazione e quando invece è un abuso. Non ci si può inventare una accusa per impiantare il sistema di intercettazione e poi lasciarlo là anche quando l’accusa decade, attendendo nel silenzio che l’intercettato commetta un qualche reato per il quale possa essere perseguito. Questo è uno stato di polizia non uno stato di diritto. È quello che avveniva nelle repubbliche sovietiche e quello che avviene tutt’oggi nei regimi liberticidi: ti ascoltano fino a quando non la fai fuori dal vaso. E stai pur certo che chiunque, prima o poi, qualcosa di sbagliato la fa.

      • Essendo puro spionaggio non dovrebbe bastare in tribunale, ci vorrebbero prove vere reali, comunque i servizi spiano da tutte le parti, chi apre bocca in Usa rischia la pena di morte, vedi Assange e Snowden.
        Poi dicevano che lo faceva solo la stasi.

  2. Perchè non dite a chiare lettere che è stata la Compagnia di Telefonia Vodafone a tradire la privacy del cliente Palamara (contrariamente a quanto fanno le altre Compagnie serie come Apple, che non fornisce dati personali) e collaborato all’introduzione del “trojan” nel cellulare?

  3. La magistratura, con indosso l’armatura quirinalizia e in pugno la spada costituzionale, sembra aver dato l’assalto allo Stivale. Da lustri. Eppure nessuno si muove a fermarla. Si sveglierà mai l’Esercito?

  4. Quasi una nemesi rispetto agli anni del “Fattore K”, in virtù del quale i comunisti non avrebbero mai potuto governare nell’Italia del Patto Atlantico.

    Certo, un evidente capovolgimento.

    Voi dite? Ed io aggiungo: anche perchè gli stessi USA, con gli ultimi predecessori di Trump ed ora col vecchio (vice di Obama) che avanza, hanno decisamente sterzato a sinistra. Fingono di contrastare Russia, Cina e dintorni, ma sono solo degli ipocriti falsi democratici ma in realtà sepolcri imbiancati viventi che, come i nostri, si sono auto appiccicati un’etichetta di democrazia che non esiste. Patto Atlantico?… solo per non mollare l’osso!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

8 − 1 =