Per ognuno di noi c’è sempre una prima fetta di torta.
Per ogni bambino c’è un momento in cui qualcuno gli porge quella prima fetta e, senza saperlo, gli consegna qualcosa di più: un ricordo, un gesto d’amore, forse persino una direzione.
Questo era il titolo di un libro che, in quel settembre piovoso del 1977, arrivò tra le mie mani, dietro le finestre del collegio San Luigi. Me lo regalò mio padre, con la speranza che la storia di un grande campione potesse diventare per me un’ispirazione di vita.
Quel campione era Sandro Mazzola.
Io ero milanista. Eppure quelle pagine mi conquistarono. Non soltanto per il calciatore, ma per l’uomo che intravedevo dietro il campione: l’eleganza, la misura, la serietà, la sobrietà, l’autenticità. E soprattutto il rispetto: per la maglia, per il nome, per gli avversari, per il calcio.
C’era poi, nella sua storia, qualcosa di ancora più profondo.
Sandro Mazzola era il figlio di Valentino Mazzola, il capitano della Nazionale e del Grande Torino, la squadra che aveva conquistato cinque scudetti consecutivi e che dominava il calcio italiano.
Valentino era un simbolo. Sandro, però, rimase senza padre quando era ancora piccolissimo.
Il 4 maggio 1949, il Grande Torino si schiantò contro la basilica di Superga. Fu una tragedia immane, che sconvolse non soltanto il calcio italiano, ma un intero Paese. Quella squadra rappresentava una parte straordinaria della Nazionale: molti dei suoi giocatori erano infatti protagonisti della maglia azzurra. Il calcio italiano perse, in un istante, una generazione di campioni.
Sandro aveva conosciuto il padre da bambino, lo aveva visto allenarsi, lo aveva seguito sul campo, aveva respirato da vicino la grandezza di quella squadra che sembrava invincibile.
Avrebbe potuto perdersi nei meandri della vita, schiacciato dal peso di un cognome tanto importante e dalla tragedia che lo aveva privato così presto del padre.
Sandro rimase con quel simbolo in mano.
Un nome, una maglia, una memoria, un’eredità immensa da custodire.
Eppure, invece di rimanerne prigioniero, seppe trasformare quel simbolo in una responsabilità e, più avanti, in una storia tutta sua.
Giovanissimo, seppe ricalcare quelle orme.
E, in qualche modo, onorandole, costruì una storia tutta sua.
Non è facile essere il figlio di un mito. Ancora meno lo è quando quel mito è un padre scomparso troppo presto, trasformato dalla tragedia in una leggenda.
Eppure Sandro Mazzola seppe diventare Sandro Mazzola.
Non soltanto il figlio di Valentino.
Un campione a sua volta.
È difficile persino fare un confronto tra i due, perché appartengono a epoche profondamente diverse. Quando giocava Valentino Mazzola non esistevano ancora la Coppa dei Campioni né il Pallone d’Oro. Ma, per quello che rappresentarono nel loro tempo, credo che Sandro sia stato pienamente all’altezza del padre e, forse, sotto alcuni aspetti, sia persino riuscito a superarne l’ombra.
Negli anni ho avuto la fortuna di incontrarlo davvero.
Quando collaboravo con Sergio Zavoli per alcune grandi inchieste, e in particolare per Viaggio nel calcio, ebbi l’occasione di intervistarlo. Quell’incontro trasformò il protagonista di un libro della mia adolescenza in una persona vera, che avrei poi conosciuto e apprezzato anche fuori dalle telecamere.
Nel frattempo avevo vissuto il mio percorso calcistico nel Bologna, dove ero entrato a otto anni.
Lì avevo conosciuto e avuto come allenatori o compagni uomini e campioni che appartenevano alla storia di quel calcio: Fogli, Perani e Boninsegna, altro grande protagonista dell’Inter. E poi Giacomo Bulgarelli, con il quale nacque un’amicizia, e ragazzi come Mancini, Marocchi e Pagliuca.
Il mio idolo, però, era Gianni Rivera.
Lo era diventato soprattutto dopo quel gol segnato alla Germania nel giugno del 1970, nella partita che ancora oggi considero una delle più belle della storia del calcio.
Il Golden Boy, molti anni dopo, sarebbe entrato nella mia vita: venne a Palazzo Cento Finestre e da quell’incontro nacque un’amicizia.
Due grandi campioni, due storie diverse, due uomini che hanno rappresentato un’epoca del calcio italiano.
Ma Mazzola, per me, conserva qualcosa di particolare.
È stato prima il campione che mio padre mi indicò attraverso un libro e poi l’uomo che ho avuto la fortuna di conoscere.
E c’è un altro aspetto della sua storia che considero importante.
Sandro Mazzola non è stato soltanto uno dei più grandi campioni del calcio nazionale. È stato anche protagonista della vita sociale del calcio italiano.
Insieme a Giacomo Bulgarelli, capitano di quel Bologna straordinario, e a Gianni Rivera, suo eterno rivale in Nazionale, partecipò alla nascita dell’Associazione Italiana Calciatori, contribuendo a dare voce, dignità e tutela anche ai giocatori meno conosciuti e meno tutelati.
Anche questo, a mio avviso, significa essere un campione.
Perché la grandezza di un uomo non si misura soltanto da ciò che riesce a conquistare sul campo, ma anche da ciò che lascia agli altri quando dal campo esce.
E forse è proprio questo il filo che unisce Valentino e Sandro.
Un padre che il destino portò via troppo presto e un figlio che, invece di rimanere prigioniero della sua leggenda, seppe trasformare quella memoria in una strada.
Il Grande Torino rimase nella memoria dell’Italia anche attraverso il dolore di Superga. Quella tragedia cambiò per molti anni il rapporto della Nazionale con i viaggi aerei e rimase una ferita profonda nella storia dello sport italiano.
Sandro, però, non ha vissuto soltanto nel ricordo del padre.
Ha vissuto per diventare se stesso.
Ed è per questo che rimane, quando il rumore degli stadi si spegne.
Non soltanto i gol, le vittorie, le fotografie.
Rimane l’uomo.
E quando penso a lui mi appare l’immagine di un uomo che ha saputo riconfermarsi anche fuori dal rettangolo verde, trasformando il nome che aveva ricevuto in una storia personale, fatta di talento, disciplina, eleganza e responsabilità.
Un uomo che ha portato sulle spalle il peso di un grande cognome senza lasciarsi schiacciare da esso.
Un figlio che ha perso il padre troppo presto, ma che ha saputo ritrovarlo, idealmente, ogni volta che entrava in campo.
Sandro Mazzola.
Un campione nel calcio.
Ma, soprattutto, un Campione nella Vita.


















