Il caso Moro: superare le letture ideologiche per ricostruire la verità

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E’ disponibile in open access qui, il volume collettivo Il Segretario, lo Statista. Aldo Moro dal centro-sinistra alla solidarietà nazionale, curato da Alessandro Sansoni, Pierluigi Totaro e Paolo Varvaro ed edito dalla Federico II University Press di Napoli. Il libro raccoglie gli atti delle giornate di studio promosse dall’Università degli Studi di Napoli Federico II il 20-21 aprile 2016 e il 12 aprile 2018 dedicate alla figura del leader democristiano.

Pubblichiamo qui di seguito per i nostri lettori il saggio del nostro direttore Alessandro Sansoni che è tra i curatori del volume:

I grandi avvenimenti della contemporaneità sono il terreno di incontro privilegiato per storici e giornalisti. Guerre, rivoluzioni, crisi economiche, omicidi eccellenti, sono questi i temi sui quali può cimentarsi quella che i maestri della Nouvelle histoire chiamavano Storia immediata, dove la cronaca dei fatti può rapidamente tramutarsi in storiografia, con tutto ciò che questo modello narrativo e conoscitivo comporta in termini di ricerca, verifica e sforzo ermeneutico.

Per il suo peculiarissimo passato recente, quello che parte dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e arriva sino ai giorni nostri, caratterizzato da un corposo utilizzo politico della Storia e da una ricca sequela di episodi tanto sanguinosi quanto misteriosi, il contesto italiano si è prestato e si presta in modo speciale ad offrire spunti in questo senso, nel richiedere a chi voglia tentare una plausibile ricostruzione dei principali fatti accaduti negli ultimi 70 anni, tanto la sagacia del giornalista d’inchiesta, quanto il rigore della ricerca storica documentale, favorendo l’incontro tra due metodologie di lavoro necessariamente affini, eppure distinte.

Non a caso l’Ordine dei Giornalisti della Campania e il Dipartimento di Discipline Umanistiche dell’Università Federico II di Napoli hanno scelto di dedicare ad Aldo Moro e al suo assassinio il primo appuntamento del ciclo di seminari organizzato congiuntamente nel corso dell’anno 2018 e finalizzato sia all’aggiornamento professionale degli operatori dell’informazione, sia alla più vasta platea studentesca universitaria, nell’ambito di un protocollo d’intesa sottoscritto dalle due istituzioni, proprio allo scopo di favorire l’incontro del mondo accademico con quello giornalistico e il confronto tra i saperi propri dei due mestieri.

Il caso Moro è in effetti paradigmatico: per la statura dell’uomo politico in questione e per l’enormità dell’agguato terroristico di cui fu vittima, la cronaca del suo rapimento e della sua uccisione entrò subito nella narrazione storica italiana. Al clamore dell’avvenimento si aggiunse ben presto la necessità di inserire l’episodio nella lunga lista dei misteri d’Italia, quella infinita serie di fatti avvenuti nel nostro paese, in special modo negli anni Settanta, in cui l’incapacità di venire a capo di una completa e plausibile verità giudiziaria ha reso il decennio caratterizzato dalla Strategia della Tensione e dagli Anni di piombo il territorio di caccia preferito dai giornalisti desiderosi di dare una dimensione storiografica al loro lavoro.

Naturalmente all’esemplarità della vicenda si è sommata la ricorrenza del trentesimo anniversario dell’attentato di via Fani.

Sin dalle prime battute del convegno, che ha avuto luogo il 12 aprile scorso, è immediatamente emerso quanto potesse essere proficuo mettere a confronto storici e giornalisti sul caso Moro. La diversità non solo di metodo, ma di approccio alla questione si è manifestata in modo dirompente, eppure complementare, come testimoniano i contributi dei relatori che pubblichiamo in queste pagine: Stefania Limiti e Roberto Cotroneo sul versante giornalistico, Paolo Varvaro e Maurizio Griffo su quello degli storici. In particolare, se da una parte la cifra del giornalista d’inchiesta pare essere la passione civile e il coraggio dell’intuizione che scintilla da qualche dettaglio controverso, quella dello storico resta la prudenza legata alla verifica delle fonti e dei fatti accertati. Miscelare questi elementi può produrre passi in avanti significativi, soprattutto nel caso in questione.

Che ci siano ancora molti punti oscuri nel caso Moro è assolutamente pacifico e comprovato anche dal lavoro delle commissioni parlamentari che se ne sono occupate in questi anni, a cominciare dalla effettiva dinamica dell’agguato di via Fani e dal numero dei brigatisti realmente coinvolti nell’operazione militare, per proseguire con la dinamica della fuga e l’esatta ubicazione della “prigione del popolo” (o delle “prigioni”), per giungere alle effettive modalità dell’assassinio dopo 55 giorni di prigionia e senza tralasciare gli infiniti interrogativi riguardanti eventuali mandanti occulti, i fiancheggiatori, l’incredibile vicenda del ritrovamento del lacunoso Memoriale e tanto altro ancora.

Il problema più grande, però – intuito già da Scascia nel suo acuto libello Il caso Moro, che resta ancora oggi imprescindibile punto di riferimento per chi voglia confrontarsi in modo serio con la questione –  è che in questi 30 anni si è accumulata una pubblicistica sterminata, di qualità variabile, in virtù della quale sembra oggi difficile distinguere ciò che è assodato e verificato, dalle illazioni, dalle ipotesi e dalle ricostruzioni di parte, ideologiche o interessate.

Alla base di questa situazione, ci sono senz’altro le reticenze dei brigatisti e di quanti potevano incorrere, a vario titolo, in grane giudiziarie a causa del loro coinvolgimento, nonché i depistaggi messi in campo non solo dagli indagati, ma spesso anche da quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto contribuire a far luce sulla vicenda e che, invece, per negligenza o per motivi inconfessabili hanno contribuito a spargere cortine fumogene intorno alla verità. Ma accanto a questi fattori, indubbiamente decisivi, hanno giocato un ruolo anche le ricostruzioni giornalistiche, spesso di parte e politicamente orientate o iperdietrologiche, che, volutamente o meno, hanno contribuito a scrivere una mitografia, più che una storiografia, dell’affaire Moro, a detrimento della veridicità delle conclusioni. Forse, proprio la difficoltà a destreggiarsi tra depistaggi e narrazioni faziose ha scoraggiato gli storici di professione ad affrontare con convinzione il tema, tant’è vero che essi rappresentano una percentuale molto contenuta del totale delle pubblicazioni sull’argomento.

Grosso modo possiamo dire che le vulgate più diffuse sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana sono essenzialmente due: quella che potremmo definire “ufficiale”, in cui la descrizione dei fatti si basa sostanzialmente su quanto riportato nel cosiddetto “memoriale Morucci” e che di fatto è stata avallata in sede giudiziaria. Ad essa fanno riferimento, pur con varie contraddizioni tutti i protagonisti dell’avventura brigatista, a cominciare dal leader Mario Moretti. Soprattutto è questa la versione dei fatti alla quale fanno riferimento i principali protagonisti democristiani che all’epoca della crisi si trovavano nelle posizioni chiave del governo, ovvero Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, recentemente scomparsi. In particolare Cossiga, in una lunga intervista concessa poco prima della sua morte a Roberto Arditti, ha fortemente aderito alla “versione ufficiale” basata sulle confessioni di Valerio Morucci.

Di questa versione abbiamo già sottolineato alcune incongruenze e lacunosità, tra le molte, che hanno inevitabilmente contribuito ad alimentare sospetti e ricostruzioni alternative, pur liquidate come “complottistiche” e “dietrologiche” dall’ormai defunto Presidente emerito della Repubblica.

L’altra vulgata cui facevamo riferimento, quella che in qualche modo, per quanto non suffragata dalle risultanze giudiziarie, è divenuta senso comune nel paese, almeno per quanti hanno avuto e hanno un interesse per la storia recente dell’Italia, si è andata formando verso la fine degli anni Ottanta, accreditandosi con sempre maggiore forza nel corso del ventennio della cosiddetta Seconda Repubblica. Oltre a mettere in evidenza tutte le incongruenze della versione ufficiale, soprattutto in virtù di quanto è andato man mano emergendo dai lavori delle Commissioni Parlamentari, questo filone ha puntato soprattutto a dare una lettura di scenario, più che a sciogliere i dubbi, individuando nella linea politica di Moro, e in particolare nella sua “apertura a sinistra”, portata alle estreme conseguenze con il “compromesso storico” tra DC e PCI, le ragioni che indussero il sistema politico ad abbandonare, più o meno consapevolmente e colpevolmente, il rapito al suo destino, e condendo questa teoria con varie ipotesi di complicità surrettizie all’azione brigatista messe in campo da servizi segreti, soprattutto italiani e americani, logge massoniche deviate, a cominciare dall’onnipresente P2, fino ad accusare neanche troppo velatamente l’establishment del partito di maggioranza relativa di vera e propria complicità nell’assassinio.

Se da una parte dunque l’”attacco al cuore dello Stato” delle Brigate Rosse viene interpretato come autentico e puro, seppur criminale, assalto rivoluzionario alle istituzioni democratiche, dall’altro Moretti & compagni sembrano configurarsi quasi come strumenti nelle mani dei burattinai della Strategia della Tensione, con qualcuno dei protagonisti più consapevole di altri.

Un serio lavoro di ricostruzione storica, a nostro avviso, dopo aver dato per assodate le farraginosità della versione ufficiale, deve necessariamente liberarsi delle molte scorie prodotte dalla pubblicistica e rimettere in moto l’indagine su basi documentali e oggettive, partendo dai fatti accertati e da ipotesi di scenario meno viziate da letture ideologiche.

Oggi sembra quasi essersi perso, infatti, il dato inoppugnabile che Aldo Moro – politico di provata e indubitabile fede anticomunista, sebbene aperto alle più immaginifiche soluzioni tattiche pur di trovare un punto di equilibrio per una nazione scossa in quel frangente storico da fortissime tensioni sociali, politiche, economiche e culturali – è stato ucciso da una formazione terroristica comunista, appartenente, per dirla alla Rossana Rossanda, “all’album di famiglia della sinistra”. L’altro dato inoppugnabile, più legato al contesto generale, di cui gli italiani dell’epoca erano perfettamente consapevoli, ma che ai nostri giorni sembra essere stato dimenticato o volutamente ignorato, è che la cosiddetta “strategia della fermezza”, generalmente indicata come la posizione politica che contribuì oggettivamente a segnare il destino di Moro e che viene imputata in particolare al cinismo democristiano interpretato da Cossiga e Andreotti e dalle interessate influenze dei nemici interni ed esterni del rapito (CIA e servizi deviati dalla P2 su tutti), fu ispirata innanzitutto dal Partito Comunista e dal suo segretario Enrico Berlinguer, che la pose come conditio sine qua non sin dall’inizio della crisi, per concedere in cambio l’appoggio dei suoi gruppi parlamentari al Governo di Solidarietà Nazionale guidato da Giulio Andreotti, che con grande fatica era stato messo a punto nei giorni antecedenti l’agguato di via Fani, che tanti mal di pancia aveva creato in seno alle correnti democristiane e che lo stesso Aldo Moro aveva con notevole impegno aiutato a costruire.

Sono, questi, due punti essenziali. Acquisirli, modifica intermente la griglia ermeneutica attraverso cui si sono letti gli avvenimenti negli ultimi decenni. E’ possibile, ma non è assodato, che Moro sia stato rapito in quanto ideatore del “compromesso storico”, ma probabilmente muore, o viene lasciato uccidere tramite l’adesione da parte della maggioranza delle forze politiche alla linea della Fermezza, affinchè possa il governo del “compromesso storico” possa sussistere.

Vogliamo dire che Moro viene sacrificato sull’altare del Compromesso Storico e dell’alleanza catto-comunista, non perché sono in atto oscure trame tese a “evitare l’ingresso delle masse popolari di sinistra nell’area di governo”, come oggi si tende a ritenere.

Di questo sembra esserne pienamente consapevole lo stesso Moro, almeno se si leggono le sue lettere dalla prigionia e il suo Memoriale senza pregiudizi. In esse, ha ragione Sciascia, emerge l’uomo, autentico e con tutte le sue sfaccettature. Esse sono il tentativo disperato di un prigioniero che sa che da un momento all’altro può perdere la vita e cerca in ogni modo di tornare salvo a casa dalla sua famiglia. Grande negoziatore, Moro tenta di costruire un canale di dialogo con i suoi carcerieri e con chi, fuori dalla “prigione del popolo”, può aiutarlo a uscire da lì, e lo fa da politico espertissimo e navigato quale è. Individua una “moneta di scambio” (ciò che sa), ricatta e blandisce i suoi compagni di partito, asseconda i brigatisti (che dalla sua prospettiva sono il contraente “forte” del negoziato), sceglie con cura i suoi interlocutori, istituzionali e politici.

E’ vero che lancia le sue accuse contro i democristiani – Zaccagnini e Cossiga su tutti e, in subordine, Andreotti – è vero che li maledice con l’ormai storica frase “il mio sangue ricadrà su di voi”, ma ciò che bisogna comprendere è che egli si rivolge loro, non perché li ritenga responsabili di quella “fermezza” che lo sta conducendo alla morte, ma perché il suo sacrificio è il prezzo da pagare per non perdere l’alleanza con il PCI, che è la forza politica che ha imposto quella linea

Ed è alla Dc che egli si rivolge, e mai a Berlinguer, non solo perché lo Scudo Crociato è il partito-Stato dell’Italia del Dopoguerra, ma perché lì si trovano i suoi naturali interlocutori, i suoi amici e compagni di partito, coloro verso i quali può vantare una “moneta di scambio”. Attacca con violenza Zaccagnini e Cossiga, perché è da loro, e in generale dalla sinistra democristiana, più vicina alle sue posizioni, che si aspetta un gesto di umanità. Per Andreotti nutre disprezzo, è evidente, ma sa che l’indifferenza del Presidente del Consiglio verso la sua sorte è coerente con i loro storici rapporti.

E’ peraltro interessante notare come i vertici pidduisti dei servizi segreti e lo stesso giornalista Mino Pecorelli, affiliato alla Loggia coperta, fossero tutti in ottimi rapporti con Moro, fossero addirittura suoi amici, a cominciare proprio da Pecorelli, che ne supportava perfino le posizioni politiche e che avrebbe continuato a chiedere verità sulle circostanze del rapimento e della morte dello statista fino al giorno in cui fu assassinato.

Quanta confusione ha fatto la pubblicistica sul caso Moro in questi anni! Quanta poca considerazione ha avuto dopo Tangentopoli la linea assunta dal Partito Socialista di Craxi! La sua volontà di trattare avrà anche avuto origine più da considerazioni di calcolo politico, che di autentico umanitarismo, ma significherà anche qualcosa che un simile posizionamento tattico fosse coerente con la strategia craxiana tesa a indebolire i comunisti e l’asse creato con la sinistra democristiana!

Sono stati in particolar modo i libri pubblicati dal senatore comunista Sergio Flamigni, che membro della Commissione Moro e di quella sulla Loggia P2ad alimentare il paradigma, che ha poi costituito il sostrato su cui si sono basate infinite altre pubblicazioni, di Moro ucciso, o lasciato uccidere, per affondare il Compromesso Storico e lasciare il PCI fuori dell’area di governo, per volontà della CIA o comunque dei servizi segreti occidentali, nonché di pezzi di apparati dello Stato vicini a Licio Gelli e della destra democristiana. Ma se il movente fu l’attacco all’alleanza DC–PCI e la necessità di non alterare gli equilibri e gli assetti strategici della Guerra Fredda, da concretizzare, “punendo” l’ideatore dell’inedita alleanza, non si capisce, alla luce del fatto che l’attentato fu compiuto dalle Brigate Rosse, che verosimilmente godevano di legami internazionali con paesi e gruppi comunisti all’estero, perché i mandanti non possano essere ricercati nei servizi segreti delle nazioni aderenti al Patto di Varsavia.

In ogni caso, è possibile che possa determinare più proficui risultati nella ricerca della verità, l’abbandono di interpretazioni troppo legate all’individuazioni di intrighi internazionali. Certamente le potenze straniere più o meno grandi, amiche e nemiche, e le loro strutture di intelligence seguirono con estremo interesse la vicenda, ma è probabile che non furono così determinanti nel definire le modalità con cui essa fu affrontata da una parte e dall’altra della barricata.

Anche in questo caso, come in tanti altri rilevanti episodi storici, potrebbe risultare utile ricondurre scelte e atteggiamenti alla banalità, se non proprio del male, quantomeno della quotidianità politica. Anche in questo senso Sciascia può farci da maestro.

Innanzitutto va sottolineato che, dopo tanti anni di protagonismo, il ruolo di Aldo Moro sulla scena della vita politica italiana non era poi più così centrale. Lo ricorda lui stesso più volte nelle lettere. Certo si era speso per favorire la costruzione del Governo di Solidarietà Nazionale che doveva giurare proprio la mattina dell’agguato e che era stato messo in piedi con tante difficoltà, ma lo aveva fatto quasi controvoglia, più su pressione della segreteria democristiana bisognosa di “pontieri” autorevoli e credibile, che per un’oggettiva centralità politica nelle dinamiche in corso. Insomma, la sua eliminazione non avrebbe comportato il fallimento del processo politico in atto.

Inoltre, nonostante lo stato d’emergenza in cui versava la società italiana nel suo complesso in quegli anni, la classe dirigente democristiana sembrava essere interessata in quel frangente (ma forse si tratta di una caratteristica delle élite di tutti i tempi) da emergenze dal carattere decisamente più prosaico, come lamentava lo stesso Moro nei suoi ragionamenti prima e durante il rapimento. Il problema dei politici del partito di Piazza del Gesù erano legati al mantenimento delle rendite di posizione, alle guerre tra corrente e tra personalità di prima e seconda fascia che ambivano ai vari incarichi. I più avveduti si rendevano tutt’al più conto che era necessario trovare “una quadra”, all’interno e all’esterno del partito, per continuare a perpetuare il potere democristiano, tanto più alla luce dell’inarrestabile avanzata elettorale dei comunisti.

Proprio le difficoltà che avevano reso possibile trovare un punto di caduta soddisfacente dopo la crisi del Governo della Non Sfiducia e la nascita di quello di Solidarietà Nazionale, con il rischio di nuove elezioni dall’esito incerto, rendevano molto importante salvaguardare le sorti dell’esecutivo nascente, anche al prezzo di accondiscendere supinamente alle richieste del Partito Comunista, per il quale il Compromesso Storico era qualcosa di più di una semplice soluzione dettata dalla tattica e dalla contingenza, era al contrario una vera e propria opzione strategica, con un possibile salto di qualità della sua azione politica da far digerire a militanti ed elettori.

E’ proprio la consapevolezza della meschinità delle ragioni che hanno portato i suoi ex colleghi a blindare la DC sulle posizioni della “fermezza”, l’accettazione senza riserve, vergognosamente supina, dell’intransigenza comunista, dell’interessato desiderio di Berlinguer di mostrarsi inflessibile nei confronti della violenza organizzata da alcuni pezzi del famoso “album di famiglia”, che potrebbero compromettere l’opzione strategica da lui denominata “eurocomunismo”, a rendere ancor più insopportabile a Moro l’atteggiamento del governo rispetto alla sua condizione.

Moro comprende che la sua fine è necessaria alla sopravvivenza del Compromesso Storico, la cui funzione, però, non è rivolta a produrre un cambiamento di alto profilo nella vita civile, culturale e politica del paese, ma semplicemente a trovare una soluzione a volgari e momentanee beghe di bottega.

La sua analisi complessiva delle circostanze è lucida, nonostante la condizione di cattività e il pericolo estremo in cui si trova. Lo è meno se si considerano le sue previsioni sul futuro. Moro immagina che l’enormità del suo sacrificio possa compromettere gli assetti istituzionali italiani, provocando un’indignazione generale nell’opinione pubblica. Ritiene che il suo assassinio possa determinare una crisi irreversibile ed epocale della democrazia. Anche tanta pubblicistica in questi anni, nel comprensibile desiderio di tributare il giusto omaggio al martire, ha teso a individuare nel caso Moro la genesi del fallimento del sistema dei partiti della Prima Repubblica.

Ma se leggiamo con più attenzione la Storia, dobbiamo ammettere che così non fu. Il governo guidato da Andreotti resse all’urto della tragedia della morte di Moro e continuò le sue attività fin quando potè sviluppare il suo ruolo: per poco tempo, certo, ma perfettamente in linea con gli standard della stragrande maggioranza dei governi della Prima Repubblica.

Nel 1979 si andò a elezioni anticipate, ma la Democrazia Cristiana mantenne sostanzialmente i propri voti. A subire una contrazione più significativa fu il PCI, il che rese possibile avviare la stagione del Pentapartito, su cui venne fondato l’equilibrio politico italiano per i successivi 10 anni.