Il crollo: quando la volontà dei cittadini vince sull’oppressione

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Il Muro di Berlino crollò (ma in realtà fu solo aperto) in un giorno, il 9 novembre 1989, così come era stato necessario un giorno per costruirlo, ventotto anni prima. Come la sua costruzione fu l’atto finale di un percorso cominciato tempo prima, così la storia che porta alla fine del Muro inizia con il famoso intervento di Ronald Reagan nel 1987 e il suo invito a Mikhail Gorbachev a “buttare giù quel muro”. Furono infatti gli Stati Uniti, sul versante occidentale, gli attori che porta-rono alla caduta del comunismo. Fosse stato per gli europei dell’Ovest, e persino per i tedeschi di Bonn, essi avrebbero convissuto ancora bene con il Muro, cioè con la divisione in due della Germania, nel timore di vederne risorgere l’egemonia. Con il senno di poi, non è detto che avessero torto. In ogni caso gli accordi tra Reagan e Gorbachev condussero a quel 1989, che vide le prime elezioni semilibere in Polonia dalla fine della guerra e la formazione del primo governo non comunista in un paese del patto di Varsavia. Ad accelerare la crisi però furo-no gli attori locali, anche se non tedeschi. Spinti dagli Stati Uniti, i comunisti ungheresi aprirono nel settembre le frontiere con l’Austria. Da quel momento un numero sempre più elevato di tedeschi della Ddr si precipitarono in Ungheria, mentre chi non riusciva a passare in Austria si rifugiava nelle ambasciate della Repubblica federale tedesca non solo di Budapest, ma anche di Praga. In quel momento l’attore principale degli eventi, sul lato occidentale, divenne il Cancelliere Helmut Kohl che seppe approfittare del momento di sbandamento del regime di Berlino est. Guidato dall’anziano Erich Honecker, non amato ricambiato da Gorbachev, Honecker non gradiva la perestrojka. Di fronte alle prime manifestazioni rifiutò di ricorrere alla forza, perché l’Urss gli fece capire che non l’avrebbe appoggiato, ma neppure volle cedere la guida della Sed, il partito regime, alla nuova leva riformista. Commise un grave errore: consentì ai tedeschi dell’est di andarsene. Ma non volevano espatriare, volevano restare qui, come scandivano nelle manifestazioni. Da ottobre le fughe di massa delle settimane precedenti cessarono, e si riempirono ancor più le piazze di Lipsia e di Dresda, che divennero, più di Berlino, il centro della protesta. A questo punto, anche la defenestrazione da parte della Sed del loro capo, e la sua sostituzione con un ortodosso, ma più aperto, Egon Krenz, fu del tutto inutile. Come fu del tutto inutile, alla fine di ottobre, la nuova legge che consentiva gli espatri. I tedeschi volevano la libertà a Berlino, a Lipsia e a Dresda e non vivere liberi ma da esuli a Monaco o a Francoforte. Una manifestazione di mezzo milione di persone riempì prima Berlino, poi Lipsia. E il 9 aprile furono aperti i varchi nel muro. Come tutti gli eventi storici, anche la caduta del Muro non va interpretato come un percorso necessario e prestabilito. La storia avrebbe potuto prendere altre strade, ad esempio se il gruppo dirigente tedesco dell’est fosse stato meno miope o se la Germania di Bonn non avesse deciso di accelerare. Cosi come il crollo del Muro non portò necessariamente con sé la riunificazione tedesca e in prospettiva la caduta del comunismo, La prima fu resa possibile dalle elezioni, le prime libere, che si svolsero nel marzo dell’anno successivo nella DDR, vedendo il trionfo della democrazia cristiana. Ma la riunificazione fu possibile soprattutto grazie all’assenso di Bush, del presidente francese François Mitterrand e della premier britannica Margaret Thatcher. Quanto alla caduta del comunismo, esso occorse in realtà solo un anno e mezzo dopo l’apertura del Muro, quando un maldestro fallito golpe portò alla fine politica di Gorbachev e, con lui, dell’Urss. Ma non importa; come tutti i grandi eventi, il crollo del Muro è diventato una metafora: quella della vittoria della volontà sovrana dei cittadini sulle forze che la opprimono.

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