L’artista italiano più pop si racconta: dalla sua Pavia al Nuovo Futurismo fino a Sanremo
Marco Lodola, l’artista luminoso che ha trasformato il neon in un linguaggio pop e universale, è una delle figure più riconoscibili dell’arte contemporanea italiana. Nato a Dorno nel 1955, fondatore del Nuovo Futurismo, ha costruito un immaginario fatto di sagome colorate, icone dello spettacolo, della musica, della pubblicità. Ha collaborato con musicisti come Jovanotti, Max Pezzali e Gianluca Grignani, con stilisti come Vivienne Westwood, e con brand globali come Dior, Valentino e Coca-Cola. Le sue opere hanno illuminato musei e istituzioni, dagli Uffizi alla Biennale di Venezia. Lodola racconta se stesso e la sua Italia attraverso la luce, e in questa intervista ripercorriamo radici, simboli e progetti futuri.
Qual è la tua città identitaria?
«Pavia, senza alcun dubbio. Ci vivo, la amo e la respiro da quasi settant’anni. La sua identità nasce dai personaggi che nel tempo l’hanno resa un luogo di arte, cultura e scienza. È una città che non ha bisogno di gridare per farsi notare: basta ascoltarne le storie».
Chi sono i personaggi più importanti di Pavia?
«Abbiamo premi Nobel come Camillo Golgi e Giulio Natta. Nell’arte penso a Eleonora Duse. L’Università è un’eccellenza mondiale, soprattutto nella medicina. E poi Pavia ha avuto il passaggio di geni assoluti: Albert Einstein e Leonardo da Vinci, che ha lasciato tracce significative in alcuni disegni e perfino in proposte per la cupola del Duomo. E ancora Volta, Foscolo, fino a Ennio Flaiano che ha studiato proprio qui. Una piccola città attraversata dai giganti».
Perché hai scelto di sviluppare il tuo lavoro proprio lì?
«È la mia città. Un giorno ho scoperto che Boccaccio, andando da Certaldo a trovare Petrarca, passò da Pavia. Rimase talmente ispirato che scrisse una delle sue dieci novelle… Pavia suggerisce storie a chi sa ascoltarla, e io ho deciso di restare vicino a quel silenzio creativo».
Quali icone italiane hai rappresentato nelle tue opere?
«Puccini, Verdi, Leonardo: un suo ritratto luminoso, alto quasi cinque metri, è installato a Fiumicino. La mia scultura di Dante è nel Museo a lui dedicato a Firenze. Sempre a Firenze ho lavorato a un’opera su Bocelli. Poi ci sono figure contemporanee: Renzo Arbore, che per me ha inventato una televisione unica e rimane il re dello swing. L’Italia è fatta di volti che diventano simboli, e la luce mi aiuta a farli vivere ancora».
Sanremo: hai un legame speciale con quella città. Cosa ci puoi anticipare per quanto riguarda la tua collaborazione con L’Ariston?
«Da qualche anno, oltre ai volti luminosi affissi sulla facciata dell’Ariston, abbiamo introdotto un grande led wall che ogni anno racconta chi passa sul palco. L’anno scorso abbiamo dato il benvenuto a Carlo Conti. Per la prossima edizione ci sarà un omaggio a Pippo Baudo, l’unico e irripetibile».
Perché l’Italia è sinonimo di arte?
«Basterebbe guardare al Rinascimento. Ma, per quanto mi riguarda, il movimento che ha davvero rivoluzionato e contaminato tutta l’arte italiana è il Futurismo. È stato un terremoto estetico: nessun altro movimento ha avuto un impatto così profondo.»
Progetti futuri?
«A dicembre avrò una grande mostra pubblica ad Atene, una città che finora avevo solo sfiorato grazie alla mia collaborazione con Dior. Poi realizzerò le illuminazioni di Limone Piemonte: un presepe fuori dagli schemi, con grandi figure ispirate soprattutto al mondo della musica».
Lodola continua a reinventare l’Italia attraverso la luce: un Paese di storie e rivoluzioni che nelle sue opere si accende, si muove, respira. E rimane, come lui, irrimediabilmente luminoso.


















