Rotari, il re legislatore che da Pavia unì Longobardi e Romani

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Conquistatore e legislatore: bastano questi due attributi a evocare scene degne di un racconto di Robert E. Howard. E così ci possiamo immaginare Rotari, re dei Longobardi e re d’Italia (Brescia, 606 circa – 652), settimo sovrano longobardo e uno dei più importanti della storia del regno: seduto come Conan su un trono di pietra coperto da pellicce preziose a Pavia, corona d’oro sul capo e spadone di ferro (e all’epoca un buon acciaio era reputato almeno quanto l’oro…) al fianco, con il mento appoggiato sul pugno mentre ascolta i suoi consiglieri (romani) che gli elencano le leggi (longobarde) che stanno redigendo.

Rotari infatti fu il sovrano longobardo che con il suo celebre Editto codificò per la prima volta le leggi germaniche – segnatamente quelle dei Longobardi – e così accelerò la fusione fra il suo popolo e quello dei Romani conquistati. Un processo che sarebbe comunque durato due secoli e non fu certo indolore, ma che senza l’azione di Rotari non avrebbe avuto il successo che ha avuto: un successo chiamato “popolo italiano”, poiché i longobardi furono senza dubbio il più notevole “innesto” di sangue straniero sul ceppo italico-romano che avrebbe dato origine al nostro popolo nell’Alto Medioevo.

Rotari era appartenente alla stirpe degli Arodingi (o Harodingi), una fara longobarda stanziata a Brescia e ricoprì inizialmente la carica di duca di Brescia. Era di fede ariana, come la maggior parte dei Longobardi dell’epoca, mentre la sua seconda moglie, Gundeberga (o Gundeperga), era cattolica. Figlia di Teodolinda e vedova del precedente re Arioaldo, Gundeberga portava con sé il prestigio dell’antica dinastia dei Letingi. Secondo la tradizione, fu proprio lei, su indicazione dei duchi, a scegliere Rotari come nuovo re e sposo nel 636, rinnovando la formula politica di un re ariano affiancato da una regina cattolica per garantire equilibrio e tolleranza religiosa nel regno.

Rotari salì al trono in un momento di instabilità interna. Rafforzò con decisione l’autorità regia, reprimendo ribellioni e disordini tra i duchi che tendevano al separatismo. Domate le forze centripete dei duchi, approfittò quindi della grave crisi interna dell’Impero Bizantino: nel tentativo di unificare tutta la penisola sotto il suo dominio condusse una serie di campagne militari aggressive che ampliarono notevolmente il dominio longobardo.

I Bizantini infatti avevano da tempo perso il controllo dell’entroterra italiano, eccezion fatta per l’asse strategico Roma-Fano (la via Flaminia). Restavano in mano dei Romei solo Roma, le isole e le città costiere. Su queste si abbatté la furia longobarda di Rotari: nel 642 conquistò gran parte della Liguria, compresa Genova e Luni, e prese Oderzo. Sconfisse pesantemente l’esercito bizantino presso il fiume Panaro, uccidendo l’Esarca di Ravenna assieme circa ottomila soldati. Tuttavia sia l’Esarcato che la costa veneta rimasero in mano bizantina, grazie al controllo dei mari e alle lagune che proteggevano le città.

Comunque, grazie a queste vittorie, Rotari portò quasi tutta l’Italia settentrionale sotto il controllo longobardo, consolidando il regno in pressoché tutta l’Italia a nord della valle del Tevere, mentre anche i Ducati semi-autonomi di Spoleto e Benevento facevano atto di vassallaggio a Pavia. Dovendo fare quindi i conti con il potere della Chiesa a Roma – che non era ancora quella che sarebbe nata con la Donazione del suo successore Liutprando – e senza abiurare la sua fede ariana, Rotari adottò una politica pragmatica di tolleranza e di avvicinamento alla Chiesa cattolica. Concesse protezioni a monasteri (come Bobbio), facilitò la partecipazione di vescovi al sinodo lateranense del 649 e sostenne la ripresa di alcuni vescovadi.

Il lascito più duraturo di Rotari è senza dubbio l’Editto che prende il suo nome (Edictum Rotharis Regis), promulgato a Pavia alla mezzanotte tra il 22 e il 23 novembre 643. Si tratta della prima codificazione scritta delle leggi longobarde, composta da 388 capitoli (a cui se ne aggiunsero altri in seguito). Redatto in un latino lontano dai fasti della classicità, l’Editto mescola consuetudini germaniche tradizionali con influenze romane (teodosiane e giustiniane) e alcuni principi cristiani. I punti più importanti riguardano la sostituzione progressiva della faida (vendetta privata di sangue) con il guidrigildo, un risarcimento in denaro proporzionato al danno e al rango sociale della vittima, termine che i legislatori di Rotari non tradurranno in latino, ma traslittereranno dal longobardo. Vi è poi l’introduzione nel mondo germanico, per la prima volta, del grande lascito di Roma: il diritto privato, con regole sul diritto familiare e successorio. Infine la regolamentazione dettagliata di reati contro le persone, contro le cose, diritto di famiglia, successioni, proprietà e obbligazioni e il rafforzamento del potere regio: pene severe per delitti contro l’autorità del re (congiura, diserzione, tradimento).

L’Editto rappresentò un passaggio fondamentale: trasformò una dominazione militare in una monarchia più ordinata, pose le basi per una maggiore pace sociale e limitò gli abusi dei potenti. Rimase il fondamento del diritto longobardo per secoli e fu ampliato dai successori, in particolare da Liutprando. Inoltre permise, come detto, una più facile fusione dei conquistatori con i conquistati, perché l’osmosi fra i due codici non fu a senso unico: come fa notare Alessandro Barbero in diverse sue lezioni sui Longobardi, nella Firenze di Dante, sei secoli dopo Rotari, ancora è valida la legge dell’Editto che prevede la presenza di un tutore maschio per la stipula di un contratto da parte di una donna: un’usanza che i Romani non possedevano (le donne romane infatti quantomeno dopo esser diventate vedove erano emancipate) ma che agli abitanti della Penisola del VII secolo non dovette dispiacere adottare.

Rotari morì nel 652 all’età di circa 46 anni, dopo sedici anni di regno. Gli succedette il figlio Rodoaldo (nato dal matrimonio con Gundeberga). La sua sepoltura è avvolta nel mistero: secondo alcuni studi, venne sepolto a Monza, accanto alla basilica di San Giovanni Battista, sembra in un luogo diverso dalla moglie, mentre altre ricerche più recenti sostengono che il re venne tumulato nella chiesa di San Giovanni Domnarum (fondata dalla moglie Gundeperga) o nella chiesa di San Giovanni in Borgo a Pavia. In ogni caso, le cronache redatte da Giovanni Diacono narrano che il suo sepolcro venne profanato e il corredo funebre rubato, ma che sul ladro si abbatté la vendetta celeste…

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