Così a Bari da un germoglio bizantino fiorì la comunità cristiana

0

C’è un filo sottile che lega la storia dell’Istituto Storico “Don Policarpo Scagliarini”, fondato dagli esuli del Villaggio Trieste di Bari, alla Chiesa San Giovanni Crisostomo, la più antica della città. In questo luogo di culto – eretto nel 1032 d.C a pochi passi dal castello normanno-svevo – da ormai sessantatre anni, ogni domenica, la liturgia cattolica viene celebrata in rito bizantino ovvero da quando nel 1957 il Vescovo Enrico Nicodemo l’affidò alla comunità greco-ortodossa locale, composta principalmente dai profughi delle isole italiane del Dodecaneso.

Infatti, al termine della Seconda Guerra Mondiale, dopo il trattato di pace, per centinaia di migliaia di famiglie italiane residenti nelle colonie d’Africa, nei possedimenti italiani dell’Egeo, in Romania, in Grecia e nei territori italiani ceduti alla Jugoslavia, iniziò un lungo pellegrinaggio da nord a sud della Penisola, alla ricerca di un luogo nel quale ricostruire la propria esistenza. Tra le città dove queste famiglie furono sistemate ci fu anche Bari.

In quest’ultima,  per circa dieci anni, i profughi vissero nelle camerate di baracche, di caserme dismesse, ex conventi, stazioni balneari, dove l’intimità era “garantita” da coperte che separavano alla meno peggio i grandi ambienti. In tale precarietà assoluta, alcune famiglie cristiane composte da cattolici ed ortodossi, giunte dalla Grecia ed ancor di più dalle isole italiane del Dodecaneso, sentirono la necessità di rivolgere un appello a Roma per ottenere una guida spirituale di tradizione greco-bizantina.

Come racconta il dott. Paolo Scagliarini – esule e Presidente dell’Istituto Storico “Don Policarpo Scagliarini” di Bari – “L’appello lanciato nel settembre del 1954, fu prontamente raccolto dalla Sacra Congregatio “Pro Ecclesia Orientali” della Santa Sede e per questa dal cardinale Eugenio Tisserant che, in accordo col Vescovo di Lungro mons. Mele e col Vescovo di Bari Enrico Nicodemo, nel 1954 inviò un giovane papàs bizantino, padre Giuseppe Ferrari, della “giovane” Eparchia di Lungro, ad esercitare l’apostolato tra i fedeli di rito bizantino in Puglia ed in particolar modo a Bari. Sessantuno di queste famiglie costituirono quindi la Comunità greco-cattolica che la Santa Sede affidò alla guida di questo giovane sacerdote. In un documento ingiallito dal tempo, e custodito presso l’Istituto Storico “Don Policarpo Scagliarini”, si legge che primo dei firmatari di tale appello fu “Caculli Basilio, ortodosso di anni 41 sposato con Papanastasiou Cattolici con N° 4 figli. Giorgio anni 13 – Marulla 11 – Michele 8 – e Maddalena 6”.

Basilio Caculli era un appuntato dei Carabinieri come pure, appartenente alla Benemerita, era Sergio Cagigiorgio, altro profugo che, pur residente in Santeramo, si prodigò senza sosta per l’ottenimento di una guida spirituale bizantina. Padre Giuseppe Ferrari si dedicò con passione alla missione affidatagli – prosegue Scagliarini – condividendo la vita dei profughi, restando loro ospite nei campi, spezzando con loro il pane della mensa, assistendoli spiritualmente ed addirittura celebrando nelle baracche. Facendo la spola tra Frascineto (dov’era parroco) e Bari, continuando ad agire per la Sacra Congregazione Orientale, non mancò di rapportarsi ai due vescovi, di Bari e di Lungro, prospettando loro la necessità di costituire una parrocchia. Poco importava se la nuova parrocchia fosse incardinata nella Diocesi latina di Bari o nell’Eparchia bizantina di Lungro.

Altra necessità, che non sfuggiva al solerte sacerdote, era quella di dotare la Comunità di una chiesa. La concessione del Vescovo di Bari, di celebrare nella cripta di San Nicola e nella chiesa di san Gregorio nel borgo antico di Bari, era, infatti, pur sempre una misura di ripiego. Fu così che col consenso del Cardinale Tisserant, padre Ferrari pensò di richiedere al Sindaco del Comune di Bari, Francesco Chieco,  la cessione in uso perpetuo della chiesa russa. Tale proposta non fu mai apertamente contrastata dal Comune ma neppure caldeggiata, ragion per cui, nonostante l’intervento di personalità politiche romane, non se ne fece niente.

Arrivò il 1956 ed i profughi di guerra, finalmente ottennero dal Ministero degli Interni delle piccole ma “normali” abitazioni: il Villaggio Trieste, un comprensorio di 26 palazzine posto tra lo Stadio della Vittoria e la Fiera del Levante. Un Villaggio nel quale i profughi dell’Istria e della Dalmazia cominciarono ad essere vicini di casa dei profughi della Grecia e delle Isole Italiane dell’Egeo. Per la lontananza dal centro urbano e per essere circondato da estesi campi agricoli, il Villaggio Trieste, per molto tempo, ebbe tutte le caratteristiche di un paesino. Padre Ferrari ottenne dal Ministero degli Interni due alloggi: uno per propria abitazione e l’altro per le celebrazioni. Quasi contemporaneamente alla consegna delle chiavi delle abitazioni del Villaggio Trieste ai profughi, si andava facendo concreta la concessione agli stessi, costituitisi, come detto, nella  Comunità greco-cattolica, di una vera e propria chiesa da adibire al rito bizantino.

Infatti, il 30 aprile 1956 padre Ferrari poté dare notizia di aver ricevuto personalmente in consegna da mons. Enrico Nicodemo la  chiesa di San Sebastiano (nel borgo antico di Bari) con donazione perpetua. Quest’antica chiesa che in precedenza era dedicata a San Giovanni a mare, veniva ora dedicata a San Giovanni Crisostomo. Si trattava di una chiesa del XII sec. in non buone condizioni.

A Bari un innesto bizantino mostrò i suoi germogli e  dopo un lungo inverno con la  chiesa di San Giovanni Crisostomo fiorì una comunità cristiana orientale

Ciononostante si cominciò a celebrare la Divina Liturgia finalmente in un tempio. Quei profughi – conclude Scagliarini – che nelle terre lontane avevano perso tutto, ora, dopo dieci anni di campi, avevano ritrovato un tetto sotto il quale vivere con le loro famiglie ed un idoneo luogo di culto nel quale poter pregare. Ad un anno dalla consegna delle case del Villaggio Trieste, veniva consegnata alla comunità anche la chiesa di San Giovanni Crisostomo e così, il 7 maggio del 1957, si celebrava la prima Divina Liturgia con grande, emozionante, partecipazione di popolo. L’intraprendenza di padre Ferrari e la volontà della Sacra Congregazione Orientale di riconoscere e sostenere la presenza di una comunità cattolico-bizantina in Bari, facevano sì che non ci si fermasse alla semplice acquisizione di una chiesa, ma che questa fosse ristrutturata ed adibita al culto bizantino.  

Infatti, con l’intervento del Ministero e con l’autorizzazione della Soprintendenza alle Belle Arti furono stanziati i fondi per dei lavori che andavano ben oltre una semplice ristrutturazione. In questo frangente profughi, sia pure nelle ristrettezze economiche, e con privazioni che si aggiunsero a privazioni, raccolsero offerte per gli scanni, un’edicola per la Theotokos, i proskinitaria per le icone e due leggii che tuttora arredano la chiesa. Il tutto fu realizzato da Paolo Rosati, un eccellente maestro ebanista profugo anch’egli dalla Grecia. Anche le icone presenti in chiesa sono frutto di donazione da parte dei fedeli. Nel frattempo anche l’iconostasi veniva completata da don Renato Laffranchi.

Dopo secoli, a Bari, un innesto bizantino cominciava a mostrare i suoi germogli e così, dopo un lungo inverno, tornava a fiorire una comunità cristiana orientale. Bari, nei suoi accademici, è sempre stata sensibile all’oriente cristiano. Da questo momento in poi ha in sé una realtà orientale vivente.

Sono trascorsi sessantatre anni e oggi la chiesa di san Giovanni Crisostomo è frequentata dai profughi in vita, dai figli e dai nipoti che nel frattempo si sono affermati nel tessuto sociale non solo barese, restando però fermi nella tradizione bizantina. In più San Giovanni Crisostomo è punto di riferimento spirituale per quanti, battezzati nella tradizione latina, sono rimasti affascinati non solo dai riti ma anche dalla teologia orientale”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

tre + quattro =