Altro che “città che muore”. Il doppio borgo in Tuscia dove è iniziata l’avventura delle Città Identitarie è la metafora di un’Italia fragile che però rinasce sempre, restando fedele a se stessa.
Una leggenda urbana vuole che sia stata l’ispirazione per Hayao Miyazaki nella realizzazione del Castello fra le Nuvole, Laputa. Non è leggenda, ma realtà, che Bagnoregio, e segnatamente la sua celeberrima Civita, è invece il luogo seminale da cui l’avventura delle Città Identitarie ha preso il via, nel 2020. Fondata dagli Etruschi 2.500 anni fa su un colle di tufo e argilla, Civita si erge isolata al centro della spettacolare Valle dei Calanchi, fra dominando dall’alto i due piccoli torrenti Torbido e Chiaro, un paesaggio lunare di creste bianche che scavano la roccia da millenni. Il nome, anche se di derivazione latina, è probabilmente d’età longobarda, quando re Desiderio avrebbe tratto giovamento dalle acque termali che un tempo affioravano in questa zona, come in tante altre della Tuscia. Delle vestigia antiche, invece, non resta molto, perché i Romani in quest’area ci sono andati giù di mano pesante più volte… È coll’Alto Medioevo che la cittadina nasce, attorno alla piazza principale, dove sorge la Chiesa di San Donato, sul poggio di tufo che la rende tanto caratteristica. Ma anche fragile.
L’erosione non si è infatti mai fermata: frane e smottamenti hanno lentamente portato via pezzi di collina, case, strade intere. A portare ulteriore rovina, il terremoto, che nel 1695 dà alla cittadina la forma che conosciamo noi oggi: la Civita, celeberrima meta turistica, e i suoi sobborghi di Mercatello e Rota, divenuto, quest’ultimo, la città di Bagnoregio propriamente detta, di cui Cività è frazione amministrativa. Negli anni Trenta del Novecento il borgo era praticamente disabitato, ridotto a poche decine di anime. Fu allora che lo scrittore Bonaventura Tecchi (che porta lo stesso nome del più illustre bagnorese, San Bonaventura, patrono della città) visitandolo, lo definì “la città che muore”, un soprannome che le è rimasto attaccato.
Oggi a Civita vivono stabilmente circa dieci persone. Eppure, ogni anno, centinaia di migliaia di turisti percorrono l’unico ponte pedonale, lungo trecento metri, che la collega al mondo. Costruito negli anni ’60 in cemento armato (discutibile scelta stilistica in un paesaggio che – con le sue bellezze architettoniche e naturali – è candidato a Patrimonio UNESCO), è attualmente l’unico cordone ombelicale che unisce la rocca col resto del mondo. Un cordone ombelicale che viene tenuto stretto, perché l’afflusso di turisti rischia di diventare il terzo cataclisma dopo l’erosione e i terremoti. Una lama a doppio taglio: se Civita di Bagnoregio vive è grazie all’afflusso di milioni di visitatori da tutto il mondo, ma la sua fragilità ha consigliato di calmierarne l’afflusso e renderlo a pagamento, anche per sostenere finanziariamente i continui lavori necessari a contrastare il dissesto idrogeologico.
L’altra vocazione per questa città è quella di essere diventata un set cinematografico ideale. Numerose pellicole sono state girate fra i suoi muri di tufo, fra cui “I due colonnelli” (1962), di Steno, con Totò e Walter Pidgeon e “Il cavaliere, la morte e il diavolo” (1983), di Beppe Cino, storia onirica ispirata al romanzo breve “Doppio sogno di Arthur Schnitzler”, lo stesso a cui ha attinto Kubrik per “Eyes wide shut”. Ma non solo: l’episodio “Il prete” del film “Contestazione generale” di Luigi Zampa. interpretato, tra gli altri, da Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Alberto Sordi. (1971) e più di recente la fiction Rai “Pinocchio” di Alberto Sironi (2009), “Questione di karma” (2017), regia di Edoardo Falcone e “Puoi baciare lo sposo” (2018), di Alessandro Genovesi.
In qualche modo Bagnoregio è la metafora del nostro paese: bellissimo e fragile, quinta teatrale e scrigno di tesori artistici, minacciato dalla sua stessa bellezza e dallo spopolamento. Eppure sempre in grado di rimettersi in piedi, di cambiare restando comunque se stesso. Quest’anno Bagnoregio è stata candidata Capitale italiana delle Cultura (anche se alla fine ha vinto Agrigento) con un progetto che parte dal simbolo rappresentato dal ponte che unisce la Civita al paese: «Il bagaglio di esperienze accumulati in questi ultimi anni, fatto di investimenti importanti in eventi culturali, ci ha consentito di iniziare questa avventura» , ha detto il sindaco Luca Profili. «Il titolo del nostro progetto era molto rappresentativo: il ponte di Civita è la metafora di un collegamento, perché siamo stati in due, Civita e Bagnoregio, a candidarci per promuovere la storia e le bellezza di tutto il territorio. Siamo un paese piccolo ma dal 2013 abbiamo una crescita esponenziale di turisti, da 40 mila fino a 1 milione prima del covid».


















