La più sincera “Quattordicesima domenica” di Pupi Avati

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Gabriele Lavia ed Edwige Fenech

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Il tempo ordinario è un tempo liturgico particolare, apparentemente noioso “ordinario” appunto in cui non accade nulla di significativo. E’ in questo periodo dell’anno, tra la primavera e l’estate, che tradizionalmente ci si sposa. La quattordicesima domenica coincide con la data del 24 giugno: “Era il 1964 e quel giorno è stato il più felice della mia vita. Quel giorno, conquistai la ragazza più bella di Bologna”. Da qui, dal ricordo portato sui toni liberi del vissuto personale, che ha inizio l’ultimo film di Pupi Avati. Tra i registi italiani più prolifici del terzo millennio e autore di pellicole di genere indimenticabili come “La casa dalle finestre che ridono” (1976), “Regalo di Natale” (1986), “Il papà di Giovanna” (2008), “Il Signor Diavolo” (2019). Anche questa sua ultima fatica cinematografica “La quattordicesima domenica del tempo ordinario” (2023) gronda di aneddoti autobiografici e nostalgie dal forte sapore di provincia. Prodotto da Duea Film, Minerva Pictures con Vision Distribution in collaborazione con Sky, uscirà in 300 sale il 4 maggio. Avati, come è sua consuetudine, dirige con maestria una corale di attori “frutto di interessanti sdoganamenti” così come ama definirli lo stesso regista. In un gioco speculare, Marzio Barreca è interpretato da giovane dal bravo Lodo Guenzi (frontman de Lo Stato Sociale) e da adulto, da un mostro sacro del teatro italiano Gabriele Lavia (intenso e commovente, Lavia è una certezza davanti la macchina da presa); Samuele Nascetti è da ragazzo Nick Russo e poi, un inaspettato Massimo Lopez; la bella Sandra è l’esordiente Camilla Ciraolo e l’affascinante Edwige Fenech (il regista non resiste a renderle omaggio – attrice cult degli anni ’80 – in una scena della “doccia” questa volta interrotta); con loro Cesare Bocci nel piccolo e difficile ruolo del fantasma del padre. Qui, come nei precedenti suoi film (“Il cuore altrove” -2003; “Ma quando arrivano le ragazze” -2005) si dipanano le inquietudini e i rimpianti di una giovinezza perduta. Sono i legami umani ad essere ancora al centro della sua indagine: l’amicizia, il tradimento e l’amore passionale; pulsioni e meschinità nascoste in un’apparente placida vita di un piccolo centro. Questa volta affida alla musica e non alla letteratura (gran parte delle sue opere cinematografiche sono trasposizioni di suoi romanzi inediti) l’incipit della narrazione. Un film interamente costruito su una canzone: “Questo è il mio lavoro più sincero” ammette Avati, consegnando alla melodia di Sergio Cammariere il compito di raccontare. “Ovunque nella stanza ci sono sogni non realizzati/Le cose belle sono volate via lasciandomi nel buio della vita”. E’ nel primo endecasillabo del brano (scritto da Pupi Avati e musicato da Cammariere) che si racchiude la storia di un fallimento. Nella Bologna spensierata degli anni 70, Marzio Barreca e Samuele Nascetti suggellano la loro eterna amicizia, legati dalla passione per la musica. Diventano “I Leggenda” sognando di sfondare e di arrivare sul palco di Sanremo con il loro successo “La quattordicesima domenica del tempo ordinario”. La canzone che Marzio scrive per la sua Sandra, la ragazza più bella di Bologna che è riuscito a sposare. Ma all’improvviso un vento contrario e ostile spazza via nelle loro vite speranze e ambizioni. Li rivediamo 35 anni dopo… cosa è stato dei loro sogni? Scorrono come “nodi al fazzoletto” le istantanee in bianco e nero di un Paese ingenuo, ancora contadino, che si apriva lentamente alla trasformazione e a quel “Miracolo Italiano” tanto veloce quanto indecifrabile negli esiti. E’ la metafisica dei luoghi che Avati colloca in una sorta di immobilità e di astoricità. Il suo immaginario è popolato dai luoghi della memoria e la macchina da presa li accompagna con mano ferma e quel rigore espressivo (teneramente old style) che lo rende unico nel panorama italiano. “Tutto nella mia vita comincia in un posto speciale di Bologna. In via Saragozza, all’angolo di via Audinot c’era un chiosco per i gelati; era un posto dove le cose che sognavi accadevano”. In questo luogo ci s’innamora della ragazza più bella e si decide di diventare un duo musicale di successo. Ma è la vita a tradire le ambizioni e l’unico rifugio, in una dimensione di irreale felicità, resta la memoria: “Questa è la storia di un fallimento – racconta Avati- ma in fondo ognuno di noi alla fine della vita ha fallito, tradendo i propri sogni. Nel mio lavoro ho la sincera ambizione di impersonare la vita degli altri, raccontando il mio vissuto- e conclude- Quel chiosco di gelati lo custodisco ancora dentro di me e continuo a sedermi a quei tavolini nell’illusione che prima o poi accada qualche cosa di così significativo per cui io sia appagato ma ogni volta, questo non accade”.

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