Alessandro Erra: «La “Rinascenza” dell’arte parte dal popolo»

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Inaugurata ieri a Roma la mostra di Ciro Palumbo a cura di Luca Cantore D’Amore

Dal 30 aprile al 7 maggio 2021 Palazzo Velli Expo di Roma ospita l’ultimo atto del ciclo pittorico Rinascenza di Ciro Palumbo (Zurigo, 1965; vive e lavora a Torino, all’attivo una Biennale di Venezia e svariate personali e collettive in gallerie e spazi istituzionali in Italia e all’estero). Per questo capitolo Ciro Palumbo si è ispirato a Michelangelo, la mostra si intitola Rinascenza. Dolor et Furor, è a cura di Luca Cantore d’Amore e è documentata da un catalogo edito da Mondadori. Con Roma si chiude una serie di “Mondi” creativi da cui hanno preso forma mostre importanti (nel 2018 a Firenze presso Palazzo Medici Riccardi e nel 2019 a Perugia presso il Museo Civico Palazzo della Penna). Ne abbiamo parlato con Alessandro Erra e Debora Santagata, che con la 7ettanta6ei Art Gallery di Milano promuovono da tempo l’artista torinese.

Questo ciclo di mostre è iniziato nel 2018 col termine profetico “Rinascenza”: in quest’ultimo atto vedremo qualcosa che a livello artistico, senza il flagello della pandemia, non avremmo potuto vedere?

La pandemia è stato un evento eccezionalmente drammatico sia da un punto di visto sanitario che economico e sociale, ma non possiamo e non potremo, anche in un futuro, far finta che non sia mai esistita. Va da sè che, facendo inevitabilmente parte del nostro presente, sicuramente lo ha condizionato; fosse anche solo per il fatto che, attorno a questa realtà, molte dinamiche reali e intellettuali sono state modificate. Nel bene e nel male. Alcune idee, anche virtuose, dunque nascono probabilmente dall’aver dovuto affrontare questa tragedia dei nostri giorni. E il dolore spesso, specialmente nell’arte, può conferire vita a nuove prospettive poetiche, estetiche e artistiche. Chissà, forse la risposta è proprio un sì: senza la pandemia non avremmo avuto, è vero, tanto dolore ma, anche, allo stesso tempo, tante nuove occasioni e prospettive dell’anima. Quelle prospettive che artisti come Ciro Palumbo sanno tradurre in opera in maniera eccellente e condivisibile da noi spettatori.

Da dove nasce la scelta di Palazzo Velli?

Dall’esigenza di trovare un luogo geografico da associare e con il quale far comunicare la tematica con cui Ciro si è trovato a confrontarsi nella produzione artistica per questo nuovo ciclo di Rinascenza: l’eterno. Quale luogo migliore, insomma, della Città Eterna per una dimensione come l’eterno? Credo nessuna. Roma e il centro di Roma solo innanzitutto un simbolo, un valore, per un cuore pulsante, quello della storia che si fa disponibile all’accogliere con la naturalezza deo giusti il contenuto al contenitore. Insomma, lo diceva anche Venditti: “c’è un cuore che batte, nel cuore di Roma”. È quello dell’arte.

Che ricetta prescriveresti al sistema arte italiana per la sua… Rinascenza?

Lo stesso che prescriverei, per esempio, alle società calcistiche per risollevare il calcio italiano: ovvero ripartire dal basso, dalle scuole calcio, dalla passione dei tifosi. L’arte non è una Superlega. L’arte è del popolo, al popolo serve e con il popolo deve confrontarsi. Sempre. Si deve ripartire dalla strada, dal pubblico, dalle accademie, dagli appassionati e dai profani tentando di includerli e accattivarli per donar loro accesso al meraviglioso mondo della sensibilità e dell’emozione: che, in fondo, altro non sono che materia di ogni uomo è non di una schierata e patetica élite che, alla fine, di elitario non ha niente.

Ciro Palumbo – Portatore di luce – olio e foglia ora su tavola – 41×60 cm

Dopo questi “Mondi” di Ciro Palumbo a quali altri universi sta dando vita la 7ettanta6ei Art Gallery?

In un mondo che ci sta abituando agli effetti a sorpresa, anche noi non possiamo che adeguarci a queste dinamiche e dimensioni possibili. Nel calderone delle esposizioni e delle iniziative ci sono tantissimi ingredienti e tutti di enorme qualità. Starà a noi, addetti ai lavori, da questi, il saper estrapolare le ricette più gustose e vincenti. Ne vedremo delle belle, insomma.

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