Lo stop della scuola in Campania è servito a contenere il contagio da Covid-19?

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Lo studio di due ricercatori della Federico II di Napoli ha dato una prima risposta inequivocabile in termini di costi-benefici

La prolungata chiusura delle scuole in Campania è stata davvero utile in termini di costi-benefici? Se lo chiedono le famiglie degli oltre 900mila studenti campani rimasti a casa da marzo e se lo sono chiesto anche i ricercatori dell’Università Federico II di Napoli Immacolata Marino e Iacopo Grassi che attraverso un’analisi preliminare quasi-sperimentale sono arrivati a conclusioni inaspettate.

“Dalla nostra analisi emerge un effetto limitato della chiusura delle scuole sia sulla diffusione dei contagi, sia in relazione all’occupazione dei posti letto”. Sono le prime conclusioni della ricerca condotta da Marino e Grassi. I contagi stanno diminuendo, un beneficio quindi si è verificato, tuttavia “rispetto ai danni causati dalla prolungata chiusura degli istituti scolastici, il miglioramento anche di un solo punto percentuale è del tutto ininfluente”, spiega Immacolata Marino, economista della Federico II, a CulturaIdentità.

La ricerca, ancora in fase preliminare, non valuta l’effetto epidemiologico dello stop alla didattica in presenza, ma “il trade-off tra chiusura e svantaggi in termini di education”, un’analisi econometrica che ha lo scopo di indagare le ripercussioni dei provvedimenti restrittivi adottati dalla Regione nell’ambito del sistema Campania: una prospettiva di ampio raggio che supera la semplicistica matematica del contagio proposta in questi mesi dalla politica. La complessità, durante l’emergenza Covid-19, si è confermata nemica della demagogia, poiché il demagogo desidera trovare soluzioni miracolose, possibilmente a costo zero, a problemi che non hanno nulla di semplice. Le ricadute di una simile politica unidimensionale sono incalcolabili, e peseranno sulle spalle della già fragile generazione Z. “Prendere decisioni in assenza di valutazioni multidisciplinari – sostiene Marino – ha causato gravi danni in ogni contesto, compreso quello scolastico”.

“Negare l’effetto della chiusura delle scuole sulla curva del contagio è sbagliato – chiarisce Marino – In Campania c’è stato un miglioramento reale in quasi tutti gli indicatori analizzati relativi alla diffusione del virus, ma sono dati in linea con altre regioni che non hanno mai messo in discussione la didattica in presenza, soprattutto per i più piccoli. A fronte dell’altissimo costo della chiusura delle scuole ci saremmo aspettati un beneficio di molto superiore a quello effettivamente ottenuto”.

La ricerca ha messo a confronto la Campania e il Lazio. Le due regioni, “vicine” sia geograficamente sia perché non hanno subito la prima ondata, hanno mostrato trend paralleli prima dello “shock” dato dalla chiusura delle scuole. “Solo il Lazio – sottolinea Marino – tra tutte le regioni italiane, aveva parametri analoghi e sovrapponibili a quelli della Campania”. Il confronto tra le due realtà serve anche a risponde a chi, provocatoriamente, si domanda cosa sarebbe accaduto se le scuole campane non fossero state chiuse: “osservando quanto è accaduto nel Lazio – ribadisce l’economista – possiamo affermare che non ci sarebbe stata nessuna esplosione di contagio nella popolazione scolastica”.

Non emerge quindi un effetto significativamente positivo della chiusura delle scuole sull’andamento dell’infezione: i benefici di questa scelta appaiono incerti, se non nulli, mentre i costi, umani e sociali, sono purtroppo noti a tutti, compreso il coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico Agostino Miozzo. Il numero uno del Cts nel corso di dell’audizione di ieri in Commissione Cultura alla Camera ha definito il caso Campania “eclatante”. In Aula è stato denunciato l’abbandono degli studenti campani, che non fanno stabilmente lezioni in presenza dal 4 marzo. Un danno incalcolabile che rischia di creare una generazione fragile in un contesto socio-economico già delicato. Secondo l’Istat, infatti, la Campania è la terza regione d’Italia per dispersione scolastica, una tendenza destinata a essere influenzata ancora più negativamente dai lunghi mesi di stop: una condizione alla quale né lo Stato né De Luca stesso potranno porre rimedio. Proprio il presidente campano, in una serie di popolari dirette sui social aveva stigmatizzato i genitori e, con la ben nota misoginia, soprattutto le madri che protestavano per la ripresa delle lezioni in presenza. Miozzo, in Aula ha poi risposto indirettamente al presidente della Campania: “ricevo migliaia di mail per il dramma devastante sulla psiche dei giovani causato da settimane e mesi di Dad“.

“La Dad è un metodo d’insegnamento intelligente ma va bene per un contesto emergenziale – chiarisce Miozzo in Aula – non può essere la sostituzione della scuola per mesi e mesi”. Inoltre, il problema dell’accessibilità alla Dad non è secondaria in Campania dato che buona parte delle famiglie non ha accesso a internet, come ha certificato l’istituto nazionale di statistica. Il Covid, a quasi un anno dalla sua comparsa, più che di interconnessione si è rivelato essere un acceleratore di disuguaglianze sociali, ancora di più in contesti dove queste sono pregresse e strutturali.

Il problema dei dati

“Fino al 13 novembre non c’erano ulteriori restrizioni in Campania per il contenimento della pandemia da Covid-19, abbiamo quindi potuto identificare perfettamente l’effetto della chiusura delle scuole”. Il limite della ricerca riguarda l’orizzonte temporale tra il 15 ottobre, ultimo giorno in presenza, e il 13 novembre, quando è stata dichiarata la zona rossa e sono entrate in gioco altre restrizioni, “possiamo spingere lo studio fino a una settimana dopo questa data, ma non oltre, dato che gli effetti della chiusura delle scuole si ‘confonderebbero’ con quelli dati da altri provvedimenti”, sottolinea Marino. Il secondo limite, più insidioso, riguarda i dati forniti dalla Protezione Civile, che dall’inizio dell’epidemia non avrebbe mai fornito i dati “disaggregati”, necessari – secondo l’economista – a effettuare valutazioni rigorose: “Si tratta di un problema dibattuto in seno alla comunità scientifica, molti ricercatori hanno avanzato formale richiesta a livello nazionale per poter avere i dati necessari”. Ma dal Ministero della Salute per il momento tutto tace.

“Il dato più disaggregato disponibile fino a oggi è a livello provinciale, e comunque non riguarda tutti gli indicatori, la maggior parte di questi vengono forniti solo a livello regionale”. Però De Luca ha fornito dati sui numeri dei contagi delle scuole. “Il numero assoluto per contagio per fasce d’età – spiega Marino – non è indicativo del contagio nelle scuole, per valutarne l’effettiva pericolosità bisogna ricostruire il network del contagio e capire se questo è avvenuto e si è propagato in ambito scolastico”. Il motivo della chiusura, secondo Marino andrebbe ricercato proprio nello scarso controllo della catena di contagio da parte della Regione, inoltre, la mole di lavoro a cui è chiamata la sanità quando viene scoperto un positivo in classi, spesso anche di 30 alunni era probabilmente insostenibile. Una fatto che ha a che vedere con la scarsa preparazione delle infrastrutture di contact-tracing, e non l’ambiente scolastico.

Il giallo delle terapie intensive

Dall’analisi elaborata dai federiciani Marino e Grassi non emerge la saturazione delle terapie intensive, ma, al contrario, una costante stabilità d’occupazione. Si tratta di un dato anomalo poiché pur diminuendo i contagi non cala l’ospedalizzazione. “L’andamento dei contagi è in calo in tutta Italia – chiarisce Marino – e ciò ha comportato in tutte le regioni, esclusa la Campania, una riduzione dei posti letto occupati”. Sul perché di questa anomalia Marino è cauta: “Noi analizziamo i dati che ci fornisce la Protezione civile, non siamo chiamati a fare ipotesi”. L’unica certezza emersa dalla ricerca è che “in proporzione rispetto ai posti letto disponibili, il dato di occupazione delle terapie intensive è in diminuzione in Lombardia più che in Campania”.

Dalla curva epidemiologica non può emergere una valutazione delle politiche di contenimento: gli indicatori da considerare in questo caso sono molti di più, e saranno analizzabili quando ormai dei demagoghi di oggi non resteranno che qualche sketch sul latte al plutonio.

La ricerca prosegue tuttora e i ricercatori dopo la pubblicazione su diversi media si stanno preparando all’ampliamento dello studio e alla review da parte di riviste scientifiche.

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