Luca Ward: “La mia generazione era protettiva nei confronti delle donne”

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Pensate a Jules Winnfield in Pulp Fiction; a Massimo Decimo Meridio in Il Gladiatore; ad Eric Draven in Il Corvo; a Pedro Tercero García in La casa degli spiriti. Tutti questi magnifici volti sono accomunati dalla stessa voce, una delle più importanti del doppiaggio italiano, quella di Luca Ward. E non solo. Apprezzato attore di teatro, lo vediamo anche al cinema e in fortunate fiction tv. Nato a Roma, figlio d’arte, la passione per il doppiaggio trova le radici nella sua famiglia, il nonno infatti è stato un celebre doppiatore, la stessa cosa vale per suo padre, Aleandro Ward. “Da bambino sognavo di diventare un pilota da corsa” racconta, ma a 13 anni Luca perde malauguratamente la figura paterna e così, la sua vita si sconvolge. Costretto a rimboccarsi le maniche per mantenersi agli studi: “Ho iniziato a lavorare come venditore di caramelle, facchino, benzinaio per portare i soldi a casa”. Sacrifici, impegno, dedizione e tanta passione. Luca Ward non è solo un grande artista ma anche una persona dalla profonda umanità. Un’indole che nasce probabilmente da un intenso vissuto e che lo ha reso sensibile a temi d’impegno sociale. Da tempo è il testimonial ufficiale e la voce dello spot UNAVI – Unione Nazionale Vittime.

La violenza di genere non è un affare di donne ma riguarda soprattutto gli uomini” mi ha colpito questa sua affermazione. Lei è sceso in campo più volte per denunciare questa piaga sociale

Devo ringraziare l’Unavi per il suo impegno in questa battaglia. E’ necessario intervenire non solo a livello sociale ma anche a livello politico. Troppo spesso apprendiamo dai media di vicende agghiaccianti e di crimini efferati. Quello che mi ha fatto sempre effetto è che si compiono soprattutto tra le mura domestiche. Lì, dove ci dovremmo sentire più al sicuro, protetti. Quando sono stato contattato dalla Presidente Paola Radaelli sono stato felice di poter dare un mio personale contributo alla causa. Dovremmo fare di più come persone e spesso mi scoraggio ad apprendere quanto sia dilagante tutta questa violenza.

Si dovrebbe partire da una rieducazione sentimentale?

Credo che bisognerebbe tornare ai valori con cui sono cresciuti gli uomini della mia generazione. Io sono nato nel 1960, all’epoca noi ragazzi avevamo un approccio protettivo nei confronti delle donne. Ora, ho l’impressione che ci sia stata una sorta di regressione culturale da parte degli uomini. Comandare, controllare, possedere… dimostra come il genere maschile manifesti una sconvolgente debolezza nei confronti delle donne. Bisognerebbe indagare e capire le ragioni, forse in questo modo si potrebbero iniziare ad individuare delle soluzioni.

Il talento di essere nessuno, la sua autobiografia racconta di un uomo e di un artista che si è messo continuamente in discussione

Nella mia vita ho dovuto affrontare tante sfide dolorose. La perdita di mio padre quando ero molto piccolo, i mille lavori che mi hanno fatto andare avanti. Le difficoltà economiche in cui ci trovavamo in famiglia non mi hanno permesso di fermarmi per piangere questa terribile perdita. Dovevo portare i soldi a casa per mangiare. Ho fatto il bagnino, il facchino, persino il camionista. Ma li ho fatti tutti molto volentieri. Mi sono sempre impegnato molto, anche nel mestiere più umile. Ho cercato di essere sempre il migliore, il più preciso, il più affidabile. Poi, sono tornato al lavoro di mio padre e di mio nonno. Ma con molti dubbi, non volevo farlo in realtà. Il mondo dello spettacolo non è facile. A parte le grandi star, la maggior parte degli artisti non diventa ricca. Passano settimane, mesi, senza una chiamata per una particina. Io vivevo in una famiglia in cui abbiamo patito la fame per questo.

Non a caso lei ha scelto il doppiaggio. Il settore più “meritocratico” di questo ambiente

Sì, credo di averlo scelto per questa ragione. E’ il segmento più complesso e più impegnativo. Vale solo ed esclusivamente la tua voce e la tua capacità di usarla. Non puoi appigliarti a nient’altro. Quando entri nello studio di registrazione se vali, lavori altrimenti sei fuori. Devi metterti sempre in discussione. E poi, se fai il doppiatore sei “la voce di” e i registi non sempre ti vogliono come attore. Ma ho avuto lo stesso grandi soddisfazioni.

Qual è il personaggio, il monologo che ha doppiato a cui si sente più legato?

Sono stato molto fortunato nella mia carriera. Ho doppiato vere e proprie icone della storia del cinema. Da Brandon Lee ne Il Corvo, a Pierce Brosnan in ben quattro film della saga di James Bond, a Hugh Grant. Sono diventato celebre per il film cult Il Gladiatore e la splendida interpretazione di Russell Crowe. Così come è indimenticabile lo splendido monologo di Samuel L. Jackson che ho avuto la fortuna di doppiare in “Pulp Fiction”. Non sarei giusto se preferissi una sola di queste interpretazioni, tutte mi hanno dato molto.

Lei è nato a Roma. Quanto è legato alla sua città?

Sono profondamente fiero di essere italiano. Nella mia vita ho viaggiato moltissimo e ho potuto constatare quanto siamo amati nel mondo. Quando poi mi chiedevano da dove venissi la mia risposta illuminava gli occhi dei miei interlocutori: “Roma”. Una parola, quattro lettere e ti si aprono le porte del mondo. Amo il mio Paese e sono convinto che dovremmo impegnarci tutti per riportarlo agli antichi splendori. Il Made in Italy è un nostro orgoglio nazionale, dalle infinite potenzialità che ci ha reso celebri in ogni angolo della Terra. Noi tutti dovremmo difenderlo e sostenerlo.

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