Emanuela Orlandi. 40 anni di menzogne e misteri

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Al Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, in quello che una volta era il GIL, Istituto della Gioventù Italiana del Littorio, nel 1983, quarant’anni fa, studiava una ragazza quindicenne di nome Emanuela Orlandi. Figlia di Ercole Orlandi, commesso della Prefettura della casa pontificia. Cos’è la casa pontificia? Si occupa di tutto quello che riguarda la residenza del Papa e il padre di Emanuela, in particolare, era addetto allo smistamento della posta del Pontefice. Emanuela aveva quattro fratelli: Natalina, Pietro, Federica, Maria Cristina. La famiglia era completata dalla mamma, Maria, e una zia, sorella del padre originaria di Torano, un piccolo paesino tra il Lazio e l’Abruzzo. La passione di Emanuela è sempre stata lo studio del flauto traverso. Il 22 giugno 1983 un uomo sulla cinquantina aspetta Emanuela davanti alla sua scuola di musica in Sant’Apollinare vicino piazza Navona. Chi è? Lo conosceva? La fa salire su una macchina scura di grossa cilindrata. Quella ragazzina non si troverà più.

Quel giorno Emanuela Orlandi era arrivata all’Istituto in ritardo. Aveva detto al telefono alla sorella che si dovrà incontrare con un rappresentante della ditta di cosmetici Avon per un’offerta di lavoro che è davvero allettante. La sorella le ricorda che qualsiasi decisione in materia va discussa e presa coi genitori. Poi, le tracce di Emanuela si perdono. Qualcuno l’avrebbe vista allontanarsi con un’amica, altri l’avrebbero notata alla fermata del bus 70 a Corso Rinascimento ed entrare in un’auto con un uomo. La Capitale viene letteralmente tappezzata da manifesti che poi diverranno iconici: azzurrini con la foto di una ragazza sorridente con una fascetta in testa. Un mese prima era scomparsa anche un’altra ragazza a Roma. Si chiamava Mirella Gregori. Sparita nel nulla. AVON, al contrario si legge NOVA che era un fondo Vaticano e anche la cifra proposta al telefono dal soggetto è strana: 375 mila lire. Un compenso spropositato che sa di codice. Se è salita in macchina con qualcuno, lo conosceva?

In ogni scomparsa c’è l’apprensione iniziale della famiglia e lo scetticismo distaccato della Polizia sulle prime: “sarà una bravata, rincaserà”. Anche i cronisti non danno più peso alle frequenti segnalazioni di ragazze che si allontanano da casa. Non si fa molto caso, non si dà peso alla cosa. Ma la ragazza non tornerà mai. E la “ragazzata” diventa una tragedia. E un mistero.

Chi ha preso Emanuela Orlandi? Se lo chiede anche papa Wojtyla dal balcone di piazza San Pietro. E da quel proclama per la prima volta si dà per certa la pista del sequestro. Cosa hanno detto a papa Giovanni Paolo II? A quarant’anni dalla scomparsa è papa Francesco a rinnovare l’appello per la verità. Il mistero Orlandi attraversa tre pontificati.

La scomparsa di Emanuela Orlandi si tinge di giallo internazionale e la prima pista è terrorismo. Nota del Sisde, servizio segreto civile: i presunti rapitori sarebbero collegati all’attentato al Papa per mano di Alì Agca e con il sequestro si chiederebbe la sua liberazione. Se entro il 20 luglio Alì Agca non sarà liberato, la ragazza morirà.

La risposta della famiglia: “abbiamo capito. Ma dateci qualche elemento in più per sapere se la ragazza è viva”. I rapitori o presunti tali fanno recapitare all’Ansa di Roma la fotocopia di un documento e una ricevuta di pagamento della scuola di musica Sant’Apollinare. Qualcuno poteva avere accesso a quei documenti o trafugarli? Non sono prove che hanno Emanuela nelle loro mani e sono copie, non originali. A pochi passi dal colonnato di piazza San Pietro viene fatta recapitare una audiocassetta. In questo nastro sentiamo il rumore di un proiettore cinematografico (qualcuno stava filmando?) e l’accento implorante straziato di una giovane ragazza con un’inflessione romana borghese, che fa pensare alla voce di Emanuela. La Polizia dirà alla famiglia di avere controllato, verificato che si tratta di uno spezzone di un film porno. Quelle grida, quei lamenti, assieme a delle imprecazioni maschili, saranno ripulite, tagliate, censurate per evitare il loro riconoscimento. Il contenuto di questo contributo audio è crudo, violento e spinto. Per il fratello Pietro quella è la voce di Emanuela.

il Fronte di Liberazione anticristiano Turkesh rivendica il sequestro e il killer dell’attentato al Papa, Alì Agca parla dal carcere: dice che Emanuela è stata rapita dai servizi segreti bulgari in collaborazione con i Lupi Grigi ma lui deve cambiare le carte in tavola, dire cose diverse se vuole salva la pelle. Nel 1995 Alì Agca cambia ancora versione e dice che Emanuela Orlandi è viva e in un convento di clausura. Spunta un documento con note spese di un istituto di suore a Londra con la dicitura Dossier Orlandi ma tutte queste informazioni si rivelano sempre più inattendibili. Il giudice che indaga scriverà: “Il movente politico terroristico costituisce un’abile operazione di dissimulazione dall’effettivo movente del rapimento”. Dare la colpa ai russi è un ottimo strumento per l’altra parte. A maggio 2002 a San Gregorio VII, viene rinvenuto un piccolo teschio. Sarà di Emanuela? Intanto il Monsignor Casaroli, segretario di Stato Vaticano, il corrispettivo del nostro presidente del Consiglio per intenderci, attiva una linea segreta col numero interno 158. C’è una strana voce dall’altra parte della cornetta che chiede di parlare urgentemente con il segretario di Stato. Per tutti sarà l’Americano.

Oggi sappiamo che quella voce è compatibile con quella di Marco Accetti, un personaggio che come altri, mescola bugie, ricostruzioni fantasiose, mitomanie a piccoli indizi di verità. Accetti dice di avere avuto un ruolo nel sequestro, farà ritrovare il flauto traverso di Emanuela. Qualcuno ha fatto la prova del DNA?

il mistero di Emanuela Orlandi come quello della povera Mirella Gregori è impenetrabile. Una cosa è certa. La Santa Sede per anni ha messo il muro dell’omertà, dell’ambiguità, della reticenza. Ha contribuito ad impedire l’accertamento della verità. E se non c’entrasse nulla il Vaticano? E se fosse un gigantesco ricatto al Papa?

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