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Milano, inizio 2022. Violenze sessuali di gruppo in piazza del Duomo, assalto a un vigile disarmato in viale Coni Zugna, sparatoria in piazza Monte Falterona e inseguimenti a San Siro: il capitolo sicurezza nel capoluogo lombardo sembra rappresentare un problema concreto, grave e su cui agire prontamente. Negli scorsi giorni il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha partecipato a un vertice provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, evidenziando una carenza di personale e promettendo l’arrivo di circa 250 uomini fra poliziotti, carabinieri e finanzieri, utili a garantire maggiore sicurezza.
Il Ministro, al termine dell’incontro, ha poi dichiarato: “Coloro che hanno usato violenza sono ragazzi, cittadini di seconda generazione, italiani anche di nascita quindi non unirei il discorso immigrazione con le violenze, che purtroppo avvengono anche da parte dei cittadini italiani.” Le parole della Lamorgese, nei fatti, non possono essere smentite (e chi lo facesse peccherebbe di disonestà intellettuale), ma sono forse l’emblema di una classe politica incapace di leggere un presente sempre più grigio, o forse (e peggio) deliberatamente disinteressata a risolvere problemi facendosi carico di gravi responsabilità sociali. Non sono di certo gli sbarchi a Lampedusa a poter essere connessi direttamente alle violenze milanesi, né sarebbe veritiero affermare che il problema sicurezza riguardi solo le amministrazioni di centrosinistra, dal momento che abbiamo assistito negli ultimi anni ad una escalation di criminalità e aggressioni in tutta la Penisola.
Non una parola sembra essere stata spesa negli ultimi anni in merito ad un problema più ampio, profondo e strutturale della nostra società. “Movida violenta”, “Canzoni che parlano di droga, stupri e violenze” sembrano temi utili solo ai titoli dei telegiornali, ma rappresentano solo la punta di un iceberg in cui la classe dirigente (e più in generale, ogni adulto) sembra non riuscire ad andare oltre, una scusa dietro cui barricarsi e criticare, senza porsi la benché minima domanda di quali modelli siano stati proposto al mondo giovanile negli ultimi anni: infarcire fin dalla più giovane età i ragazzi di discorsi su legalità, antifascismo, pace e inclusione è stata forse la modalità per lavarsi ogni coscienza dalla concreta violenza del mondo che si andava costruendo?
Una società di soli diritti, incapace di contemplare la parola “dovere”, in ottemperanza ad una presunta libertà sprovvista di confini. Una società non solo liquida, ma liquefatta, perché priva di ogni minimo valore di riferimento a cui aggrapparsi, in preda ad un relativismo dilagante. Una società incapace di distinguere bene e male, di ancorarsi ad una dimensione spirituale (e non per forza religiosa) che porti a contemplare concetti come sacralità e dignità della vita e della persona. Una scuola incapace di formare, di istruire, in instillare senso critico, destinata al livellamento al ribasso di ogni studente, nel nome di un’uguaglianza che non contempla meritocrazia, ma solo la riuscita di tutti, a prescindere da impegno e qualità personali. Disattenzione totale al ruolo della famiglia, primo nucleo di humanitas e educazione. Un multiculturalismo coatto incapace di leggere il disagio sociale delle periferie, nel nome di un’accoglienza indiscriminata che ignora i problemi di convivenza, di assenza di prospettive occupazionali, di esplosivo integralismo religioso. Un sistema mediatico capace di puntare i riflettori solo su notizie da reality e intollerante al dissenso.
Ministro, 250 unità di pubblica sicurezza potranno essere un cerotto temporaneo (nonostante i numeri di poliziotti e carabinieri sembra ci fossero per rispondere con violenza alle manifestazioni studentesche indette contro la ridicola alternanza scuola-lavoro), ma di certo non toccheranno il cuore del problema. Resteranno, oltre alle violenze, un giovanile senso di amaro, delusione e disprezzo per una classe politica incapace di scusarsi di fronte al disastro sociale presente e futuro.















