Randolfo Pacciardi, eterno dissidente

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Sofocle77, CC BY-SA 4.0 creativecommons.org, via Wikimedia Commons

Tra le figure chiaroscurali che popolano il Novecento italiano, si può annoverare sicuramente quella di Randolfo Pacciardi. Maremmano, ragazzo del ’99, fu eternamente un dissidente.

Iscrittosi a 16 anni al Partito Repubblicano Italiano, nel 1917 guadagnò a Caporetto due medaglie d’argento. Dopo la guerra si laureò in legge e fu da subito insofferente al fascismo. Nel 1927 riuscì a evitare il confino fuggendo in Svizzera; espulso poi nel 1933 su pressione dell’Ovra, si rifugiò con la moglie a Parigi.

Pochi anni dopo, un evento in particolare cambiò la sua vita: nel 1936 aveva inizio la Guerra civile spagnola. In estate ricevette una lettera da Carlo Rosselli (antifascista milanese, padre del movimento clandestino “Giustizia e Libertà”), il quale chiedeva un suo aiuto tra le fila delle brigate internazionali che combattevano a fianco dei repubblicani spagnoli. gli fu affidato il comando dei volontari del Battaglione Garibaldi. Battaglione che in poco tempo divenne una brigata. In questo periodo, oltre a gareggiare come seduttore con Hemingway, venne a contatto con la barbarie comunista, che non si faceva scrupolo di trucidare uomini di fede (sono 6000 gli ecclesiastici uccisi nell’arco del conflitto) e saccheggiare centri abitati.

Venne a contatto perciò con la nuova sinistra, di matrice socialista, rivoluzionaria, ben lontana da quella di tradizione repubblicana, mazziniana, a cui era abituato. Nel 1937 quindi, in dissenso con i dirigenti comunisti, abbandonò il comando e la Spagna. Questa esperienza lo segnò molto. Calza a pennello la frase dell’intellettuale Marcello Veneziani – tra l’altro firma di Cultura Identità – : “Partì antifascista e tornò anticomunista”.

Tornato in Italia alla fine della guerra, ricostituì il Partito Repubblicano e ne divenne segretario per acclamazione; di forti posizioni atlantiste e filo Nato, fu poi Ministro della Difesa nei governi De Gasperi dal 1948 al 1953. 

Nel 1964 però, contrario al Centro-sinistra di Moro, fu espulso dal Pri, e fondò l’ “Unione Democratica per una Nuova Repubblica”, formazione conservatrice che si proponeva di dare all’Italia un solido blocco anticomunista e, su modello francese, un moderno assetto presidenzialista; fu, con lungimiranza rara, il primo a reguardire l’opinione pubblica sull’inefficienza dell’apparato statale e sulla malattia del sistema parlamentare. 

Tuttavia venne più volte accusato di diversi golpe, e di avere – lui che i fascisti li aveva sconfitti nel ‘37 a Guadalajara – “simpatie neofasciste” (cosa che ancora oggi si legge sul sito dell’Anpi). Con il fallimento dell’UDNR, inviso a molti e ai margini della vita politica, ottenne la riammissione nel Pri solo nel 1981. Morì a Roma nel 1991 e per lui vennero istituiti funerali di stato dal Presidente della Repubblica, il “picconatore” Cossiga.

Pacciardi fu per tutta la vita persona eterodossa, oltre che uomo di temperamento tutt’altro che banale. Figlio di un’epoca piena di trasformazioni e di un paese pieno di contraddizioni. Si possono dire tante cose sul suo vissuto, ma certo è che lui, sincero mazziniano, una cosa l’aveva capita a sue spese già molti anni fa: la nostra repubblica, allo stato attuale delle cose, attanagliata da burocrazia e partiti, rinchiusa tra fascismo e antifascismo, non funziona.

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