“Una vita per Pola”, il primo romanzo a fumetti di Stefano Zecchi

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Il 10 febbraio 2022 esce in tutte le librerie il primo romanzo a fumetti di Stefano Zecchi (Una vita per Pola), uno dei grandi protagonisti della cultura italiana. Una storia emozionante, drammatica e ricca di avventure di una famiglia istriana in fuga dalla violenza delle truppe jugoslave del maresciallo Tito. Il volume, pubblicato da Ferrogallico, esce il 10 febbraio per celebrare, con un’opera di straordinaria sensibilità, la Giornata del Ricordo. Con l’adattamento in sceneggiatura di Federico Goglio e i meravigliosi disegni di Giuseppe Botte. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo qui di seguito un estratto della prefazione dell’autore Stefano Zecchi e alcune delle tavole del fumetto.

Andrea Lombardi
Cultura Identità Genova

Quando, più di 10 anni fa, uscì il mio romanzo Quando ci batteva forte il cuore (Mondadori) – da cui trae ispirazione questo graphic novel – lo dedicai al mio giovanissimo figlio: “A Federico per ricordare. La vera grande infedeltà è dimenticare”.
Ricordare persone e cose, grandi storie e piccoli avvenimenti: si dimentica perché si ritiene che non ci sia niente di importante da ricordare oppure si fa questa scelta per non soffrire. Comunque, il più delle volte si tratta di un’infedeltà, grande o piccola che sia. Se l’infedeltà riguarda la persona, sarà lei, la sua coscienza, a risponderne; talvolta, però, dimenticare è un atteggiamento che oltrepassa il sentimento soggettivo per diventare politico, sociale, culturale: allora dimenticare è una colpa, è un’infedeltà che coinvolge la memoria collettiva, e la colpa diventa responsabilità di un’intera società, di una nazione.
Perché la storia che ha coinvolto le popolazioni – i nostri connazionali – che vivevano sulle coste orientali del mar Adriatico, sulle terre istriane, giuliane, dalmate, fi umane è stata dimenticata? Oppure travisata, deformata, mistificata, negata? Perché si trattava di una storia che non doveva esserci, e tutte le volte che, con difficoltà, riaffiorava si doveva cancellare con gli espedienti più violenti, volgari, falsi, banali…
Cos’era accaduto nelle terre orientali italiane dell’Adriatico dopo la guerra?
Niente di rilevante, avrebbe voluto rispondere chi governava allora l’Italia e chi, da sinistra, faceva l’opposizione. Soltanto un nuovo confine che era stato segnato con un tratto di penna sulla carta geografi ca dell’Europa. Vite negate, amori, amicizie, speranze sconvolte, sentimenti calpestati che, per pudore, in silenzio, lontano da occhi inquisitori, l’esule arrivato dalle terre giuliano-dalmate, dall’Istria, da Fiume chiudeva nel dolore, forse sperando che quel dignitoso comportamento lo aiutasse ad essere accolto da chi non
ne gradiva la presenza. Si chiudeva così il cerchio dell’oblio, e una pesante coltre di omertà si distendeva sopra le sconvenienti ragioni degli sconfitti.
La storia non apre le porte agli ospiti che non ha invitato. Sceglie i protagonisti e i comprimari, anche se gli esclusi si sono dati tanto da fare. Esuli, allora, con la nostalgia del ritorno, con il dolore dell’assenza. L’esule dai Paesi comunisti non è mai stato troppo gradito; le sue scelte giudicate con sospetto. Nella gerarchia morale della sofferenza, egli rientra stentatamente, sì e no, agli ultimi posti, molto indietro rispetto agli esiliati dalle dittature fasciste e dai sanguinari regimi latino-americani.
A migliaia, gli italiani che vivevano sulle terre dell’Adriatico orientale, senza nessun processo, senza nessuna accusa – se non quella di essere italiani – venivano prelevati di notte, fatti salire sui camion e infoibati o annegati. Non si saprà mai quanti furono ammazzati. A migliaia: una stima approssimativa è stata fatta sulla base del peso dei cadaveri che venivano recuperati dalle foibe. Nulla si sa degli annegati: le foibe azzurre.
E, poi, gli esuli: oltre 350.000 che lasciarono tutto pur di rimanere italiani e vivi. Accolti in Italia con diffidenza, spesso con disprezzo, poiché solo dei ladri, assassini, malfattori fascisti potevano desiderare di abbandonare il paradiso comunista jugoslavo. Alla gente che abitava l’oriente Adriatico fu negato, dal nostro governo, il plebiscito che avrebbe dimostrato come in quelle terre la stragrande maggioranza della popolazione fosse italiana. Tito aveva messo a punto una macchina di dissuasione violenta, terrorizzante, affinché gli italiani lasciassero le terre che sarebbero state consegnate alla Jugoslavia dai vincitori della guerra. Doveva trionfare l’idea che quelle terre fossero da sempre jugoslave, si doveva convincere sia la politica internazionale, sia il semplice abitante slavo che gli italiani fossero degli usurpatori. […]
Si è cercato di dimenticare per non affrontare le responsabilità, per non guardare in faccia una scomoda realtà che avrebbe messo in difficoltà, politica ed economica, la giovane Repubblica italiana.
Non sono uno storico ma ho cercato anch’io di dare un piccolo contributo perché non si vivesse nell’infedeltà, perché ricordare fosse chiaramente un segno di civiltà. Spesso si dice che la condivisione della memoria storica sia necessaria per una società plurale che nella sua visione del mondo intenda vivere nella concordia. Spesso, però, la memoria condivisa apre a compromessi per rimuovere le colpe del passato e dimenticare. Ho scritto un romanzo che oggi si può leggere anche in questo graphic novel, semplice, diretto, immediato nella sua scelta di campo e per la verità che vuole raccontare. La storia di una famiglia di Pola che è vissuta nel periodo di una grande Storia tragica – durante la guerra e un interminabile dopo guerra senza fi ne carico di incertezze
e di paure – che ha avuto la sventura di venire travolta da sopraffazioni e lutti, proprio come migliaia di persone che là vivevano, di cui miei personaggi sono soltanto un piccolo esempio.
Ho cercato di raccontare cosa potesse aver vissuto una famiglia “normale” nella tragedia di quel tempo, quando Pola stava per essere consegnata a Tito e stava per diventare una città jugoslava dopo millenni di civiltà romana, italiana.

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