Z, Bandiere Rosse, omini verdi: la guerra in Ucraina al tempo dei social

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Screenshot da video fonte Facebook

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Se in guerra la prima vittima è la verità dell’informazione, questo adagio trova una profonda conferma nella prima guerra europea di una superpotenza nel secolo della post verità e della comunicazione social. Vediamo qui di seguito di approfondire alcuni aspetti controversi del conflitto, messi in risalto da molti media più ansiosi di scoop e di generare polemiche tra gli utenti, foriere di click e di visibilità, che di informare il proprio pubblico.

Le Z bianche sui mezzi militari russi: al di là delle congetture più o meno esoteriche, le varie vistose lettere bianche dipinte in grandi dimensioni sui corazzati e veicoli di supporto delle forze armate russe impiegati nell’invasione dell’Ucraina rispondono alla doppia esigenza di distinguere i propri mezzi da quelli ucraini, il cui esercito impiega un gran numero di carri armati e veicoli portat ruppe e da combattimento dello stesso tipo di quelli russi, minimizzando pertanto il rischio di fuoco amico, metodo già usato dall’Armata rossa sui propri carri armati T-34 e JS-2 Stalin impiegati negli accaniti combattimenti nelle città delle province orientali della Germania nel 1944-1945, dove le ben visibili bande orizzontali bianche dipinte sulle torrette servivano a distinguerli subito tra la polvere degli edifici colpiti dall’artiglieria e il fumo degli incendi negli scontri strada per strada. Un’altra teoria è che le lettere possano distinguere i gruppi strategici d’appartenenza dei reparti, come le “K” e “G” bianche denotanti i Panzer delle armate corazzate dei famosi comandanti tedeschi von Kleist e Guderian durante l’operazione Barbarossa del 1941.

Anche le bandiere rosse esibite su diversi MBT e AFV russi in questi giorni e rilanciate polemicamente sui Social non rispondono tanto come sottolineato da diversi media e utenti a una revanche putiniana dell’Armata rossa e del Bolscevismo – Putin si ispira più che altro a una sorta di neo zarismo autoritario cristiano ortodosso, più che all’URSS –, quanto allo spirito di corpo delle unità carriste russe, mostrato appunto con la bandiera che ricorda i sanguinosi combattimenti dei carri russi contro quelli tedeschi, e un supporto morale legato all’“Avanti verso ovest!” di questi reparti nelle fasi finali della seconda guerra mondiale.

Al contrario, i media e commentatori più faziosi e acritici strumentalizzano il Battaglione (poi Reggimento) Azov per fare – letteralmente – di tutta l’erba un fascio accusando Kiev e il suo esercito di “nazismo”, come da pseudo motivazione dell’invasione da parte di Putin, peraltro. Ebbene, se il Battaglione sicuramente ha delle radici nella destra radicale o quantomeno nazionalista, esso si è negli ultimi anni trasformato in una unità d’élite tout court incorporata nell’esercito ucraino e sottoposto formalmente alla sua catena di comando, compresi gli addestramenti da parte NATO, in seguito revocati a causa delle polemiche sulla nomea del reparto, mentre i suoi membri più politicizzati si sono dedicati alla politica locale. In ogni caso, la forza dell’unità variava attorno ai 1.000-2.000 effettivi, quindi il dipingere le intere forze armate e paramilitari ucraine di 200.000-400.000 uomini come “naziste”, o financo un’intera nazione, sulla base di un percentuale marginale dei loro membri ci sembra un esercizio di disonestà intellettuale raramente superato.

Riguardo agli “omini verdi” russi, assurti all’onore dei mass media dalla crisi russo-ucraina del 2014, ossia i militari di diverse unità speciali russe, pesantemente armati e senza contrassegni e fregi, apparsi in Crimea a presidio di infrastrutture strategiche, anche qui nessuna novità: diverse nazioni hanno usato forze non convenzionali senza contrassegni di nazionalità per operazioni speciali nel corso dei tempi, talvolta avendo però l’accortezza di impiegare uniformi e armamenti non immediatamente riconducibili a quelli in quel momento in uso nelle proprie forze armate: fu questo il caso di una delle uniformi mimetiche più famose, la tenuta “Tiger Stripe” immortalata nel film “Apocalypse Now” usata dalle forze speciali americane e dai combattenti delle minoranze etniche Nung e Montagnard durante la guerra del Vietnam.

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Andrea Lombardi, appassionato di storia e letteratura del Novecento, è direttore dell’Associazione Culturale Italia Storica. Curatore del primo sito italiano tutto dedicato a Louis-Ferdinand Céline, tra le ultime opere da lui curate ricordiamo Louis-Ferdinand Céline. Un profeta dell’Apocalisse (Milano, 2018; ed. economica: 2021), Céline contro Vailland (Massa, 2019), Nausea di Céline di Jean-Pierre Richard (Firenze, 2019), Louis-Ferdinand Céline. Il cane di Dio di Jean Dufaux e Jacques Terpant (Milano, 2018), La morte di Céline di Dominique de Roux (Roma, 2015; Firenze 2022) e Céline ci scrive (Roma, 2011) http://www.bietti.it/author/andrea-lombardi/

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