L’asse appenninico non è soltanto una catena montuosa che divide la penisola. È una delle colonne vertebrali dell’identità italiana. Da secoli rappresenta il cuore geografico, culturale e antropologico del Paese: terre di paesi arroccati, di dialetti antichi, di economie agricole e pastorali, di comunità che hanno tenuto insieme il tessuto nazionale quando le grandi pianure e le coste si trasformavano più rapidamente.
L’Appennino è stato, e resta, il luogo dove l’Italia ha conservato più a lungo i suoi caratteri di continuità storica e di radicamento. Per questo il terremoto del 24 agosto 2016, e la lenta, incompleta ricostruzione che ne è seguita, non costituiscono soltanto una tragedia locale. Rappresentano una ferita aperta nel corpo stesso del Paese. Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e gli altri comuni del cratere non sono periferie casuali: sono pezzi di quella dorsale che, se si svuota, lascia l’Italia più fragile, più discontinua, più esposta alla perdita di memoria e di coesione. Il terremoto colpì anche Norcia che al contrario negli anni grazie alla tenacia delle amministrazioni, soprattutto della vecchia, ha saputo rialzarsi.
I numeri lo confermano con chiarezza. Ad Amatrice, simbolo della tragedia, la popolazione residente è passata da 2.657 abitanti del 2016 a poco più di 2.100 nel 2025-2026: un calo di quasi il 20 per cento in dieci anni. Nell’intero cratere sismico (138 comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo) la popolazione è diminuita del 6,3 per cento tra il 2016 e il 2022, con una perdita di circa 36.600 persone. Studi della Banca d’Italia stimano che il sisma abbia determinato quasi due quinti di questo declino. Il processo di spopolamento, già in atto da decenni nelle aree interne, è stato violentemente accelerato.
Oggi queste comunità sono più anziane, più fragili, più isolate. L’indice di vecchiaia è nettamente superiore alla media nazionale. Molte famiglie vivono ancora nelle casette di emergenza. La ricostruzione, dopo anni di ritardi, ha finalmente accelerato, ma i tempi restano lunghi e il rischio di un punto di non ritorno demografico è concreto.
La questione, però, non è solo quantitativa. Riguarda il tipo di futuro che si vuole per questi territori. Arrestare lo spopolamento è un interesse nazionale. Significa preservare un pezzo essenziale dell’Italia storica, culturale e paesaggistica, fondamentale per la nostra identità. Significa evitare che intere porzioni di Appennino diventino paesaggi vuoti, monumenti a una continuità interrotta. Per questo gli interventi pubblici e le politiche di sostegno devono essere concepiti innanzitutto come strumenti di tenuta e di ritorno delle popolazioni originarie e di chi condivide stabilmente la vita e il destino di questi luoghi. Aiuti orientati a favorire il rientro di chi è partito, a sostenere le famiglie che restano, a rendere possibile il lavoro e la vita quotidiana in montagna e nelle valli interne.
Non a incentivare una sostituzione demografica attraverso l’insediamento stabilmente assistito di popolazioni immigrate, che trasformerebbe il problema dello spopolamento in una questione di ricambio etnico e culturale. L’Appennino non ha bisogno di essere ripopolato a qualunque costo. Ha bisogno di essere difeso e rilanciato come parte integrante dell’identità italiana. La ricostruzione materiale, per quanto importante, non basta se non è accompagnata dalla volontà di ricostruire anche le comunità che quei luoghi hanno abitato per generazioni. Solo così la ferita del 2016 potrà iniziare a cicatrizzarsi senza lasciare una cicatrice ancora più profonda: quella di un Paese che smarrisce pezzi di se stesso.



















