La storia ha saputo contribuire in molti modi ad istruirci sulla precarietà e la transitorietà delle “stagioni umane”-espressione coniata da John Keats- restituendoci, innumerevoli volte, soltanto la memoria sbiadita di civiltà un tempo floride e opulente.
La piana di Sibari ben si inserisce in questo alveo di culture depauperate dell’originaria gloria. Si fa fatica, oggi, ad immaginare questa terra impoverita di ogni ricchezza, lato sensu, come epicentro commerciale del versante ionico magnogreco e crocevia di filosofie, tradizioni e dottrine, al punto da arrivare a rivaleggiare tanto con la vicina Crotone, quanto con la polis di Mileto, la quale, per lungo tempo, intrattenne con la cononia ellenica rapporti economici privilegiati.
La tradizione scritta pervenutaci narra di una terra prospera, che si fregiava ostentatamente dei suoi fasti. Fu forse questa, più di altre, la ragione per cui non le venne riservato alcun trattamento d’onore dai suoi nemici. Tanto lo stile di vita edonista dei sibariti era ritenuto deprecabile e immorale per la mollezza dei costumi, da indurre i crotoniani, in seguito alla disfatta di Sibari, a deviare il corso del fiume che la attraversava, per impedire o quantomeno ostacolare la ricostruzione della città.
Se a nulla valsero i tentativi di allora di relegarla ai margini della narrazione -Sibari rinacque, in un’altra forma e in un mutato contesto sociale e politico, come colonia ateniese, con il nome di Thurii- è stato il passato recente a rivestire un ruolo più significativo nella fase di decadimento e abbandono che ha negligentemente comportato l’incuria e la trascuratezza di un capitale non ottimizzato.
Il paragone con ciò che rimane dell’antica magnificenza è impietoso e inclemente. Ci si chiede in che misura l’esercizio della damnatio memoriae abbia messo radici in un’area geografica che continua, colpevolmente, a perpetrare questa pratica, autoescludendosi dal campo di iniziative che potrebbero far emergere e valorizzare quelle bellezze storiche che rappresentano, allo stato attuale, il vero punto di forza della Sibaritide.
Appaiono incomprensibili e di nessuna lungimiranza le politiche locali e regionali, rivelatrici di un’ostinata riluttanza a comprendere la necessaria utilità di concentrare la totalità degli sforzi sul rilancio del turismo storico e culturale, un settore determinante per la realizzazione di una costruzione economica che offra un ritorno effettivo in termini di sviluppo.
La problematica emersa, negli anni addietro, in seguito ad un’esplorazione che ha individuato una falda fraetica nel sito archeologico, non è stata tuttora superata, nonostante il contributo fornito da archeologi e geologi, per mancanza di risorse. La spinta propulsiva che auspicabilmente verrà indotta dal recovery fund, una parte del quale sarà destinata a finanziare interventi di recupero del patrimonio culturale, potrebbe rappresentare un’occasione strategica e decisiva per l’avviamento di un diverso e migliore piano strategico di riqualificazione delle località di interesse storico e artistico e consentirebbe di impegare gli investimenti necessari per una nuova campagna di ricerche e studi archeologici nel processo di recupero del passato che questo territorio può ritrovare un senso comune di riscoperta che si traduca, altresì, nell’opportunità di riemergere, finalmente, dalla nebbia dell’oblio.
















