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“Coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti della malattia sono come persone che si immaginano di poter mandar via l’inverno spazzando la neve sulla soglia della loro porta. Non è la neve che causa l’inverno, ma l’inverno che causa la neve” – Paracelso.
Mi sono chiesta molte volte, nei miei trent’anni di lavoro come medico, quando ho vissuto di persona, anche “in prima linea”, pregi e difetti della sanità, quale potesse essere un modo per migliorare quella realtà che mi ha spesso deluso. Ho visto chiudere piccoli ospedali, operare drastici “tagli” di posti letto in nome di una supposta più efficiente riorganizzazione, inventare strutture semplici e complesse, impacchettarle dentro altisonanti dipartimenti ospedalieri , genitori dei più giovani dipartimenti interaziendali, propagandati come toccasana di una “sanità” che a me è sembrata diventare invece sempre più “malata”, malata di una malattia progressivamente ingravescente.
In questi anni nuove politiche sanitarie hanno riformato la carriera dei medici, non più assistenti, aiuti e primari, ma tutti dirigenti di I e II livello, dottori tra infermieri-dottori, tutti ingranaggi dell’impresa-ASL, con più ore passate davanti ai computer che al letto dei malati.
Ho assistito ai duelli sanità privata versus sanità pubblica e sanità pubblica versus sanità privata, e c’ero anche, al Pronto Soccorso, quando è nato il numero dell’emergenza , il fatidico 118, con l’automedica che doveva risolvere il problema atavico delle code al Pronto Soccorso, sfrecciando per le vie delle città e dei paesi, con spericolati autisti che, con il piede sull’acceleratore, hanno sfondato anche qualche muro. L’ho visto andare in tilt, quel sistema dell’emergenza, quando la corsa ai turni in automedica (troppi li volevano perchè pagati con sostanziosi “gettoni”extra-orario di servizio) ha arruolato gente che non sapeva cosa fosse un’urgenza e ha fatto, purtroppo anche alcune povere vittime.
Ma le code al Pronto Soccorso continuavano ad aumentare, senza scampo. E i Pronto Soccorso, mutilati dei reparti indispensabili per la legittimazione ad essere “Pronto Soccorso”, diventavano “Punti di Primo Intervento” o PPI…Ora sembrano piuttosto “punti” in mezzo a fogli bianchi…
E che dire dei giovani medici, quanti ne ho incontrati, che iniziavano a lavorare con l’entusiasmo che solo i giovani hanno, e poi si adeguavano al clichè sbiadito dei vecchi medici che non hanno più nessuna voglia di curare e non fanno che lamentarsi che la pensione non arriva ancora…Quelli dell’ “Hai bisogno di una ricetta? Lascia il tuo nome alla segretaria e la ricetta ti verrà “confezionata” e inviata via mail”… Come un pacco- regalo, senza bisogno di visita.
Quanti annunci di scoperte di nuovi farmaci e nuove cure, quanti nuovi protocolli, in un mondo sempre più tecnologizzato, dove ogni morbo, al sorgere del nuovo terzo millennio, pareva essere sul punto di essere sconfitto…
Ma la malattia ha continuato a tornare, inesorabile, mascherandosi con abiti diversi, fregiandosi dei più fantasiosi nomi, ma sempre ugualmente insidiosa e tremenda, specie quando è apparsa all’improvviso. Come oggi, con questa pandemia di cui sappiamo così tanto e così poco…
Ma, mi chiedo, non è un po’ come se l’avesse già descritta, molti e molti secoli fa, Procopio?
“La pestilenza quasi assorbì il genere umano … Percosse l’orbe intero, sorprese ogni razza di uomini, qualunque ne fosse stata la natura e la complessione; né perdonò ad età o a temperamento. Non valse in alcun modo contro il morbo la diversità degli uomini, tanto per ciò che riguardava i luoghi di loro dimora, quanto la maniera di vivere, la costituzione del corpo, gli studi dell’animo, o qualunque altra cosa”…
Ogni epoca ha ritenuto che la sua malattia fosse la più terribile della storia ed ogni volta ci si è sentiti impotenti verso un “male oscuro” di cui non si sapeva nulla. La certezza di possedere cure efficaci e sistemi in grado di affrontare ogni emergenza ha dovuto troppo spesso cedere di fronte all’angoscia di non sapere che fare di fronte ad un nuovo nemico.
Ma affrontare una crisi, un’emergenza, è anche saper fare politica sanitaria, quella che la crisi richiede, disegnare strategie da seguire, progettare, organizzare, saper fare policy design. Ma quello vero, quello che funziona.
Il governo della salute non può avvenire senza analisi, valutazione e rivalutazione, per poter attuare interventi mirati, e perciò efficaci. E non si può dimenticare quello che dovrebbe essere un comando:“primum non nocere”.
Io penso che non si possa “curare” la malattia, senza provare a “curare” subito il primo malato, quello più grave : questo povero Sistema Sanitario.
Ma che cosa è una “crisi”? Mi sembra un’ottima definizione quella di Ivan Illich: “Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: «Guidatore, dacci dentro!». […]Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo. Può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero“.
Sappiamo che le crisi politiche, economiche, sociali e sanitarie sono un fenomeno comune. Sono spesso internazionali o mondiali, a volte legate a conflitti armati, ma anche a catastrofi e disastri ambientali. Hanno effetti che investono popolazioni, istituzioni, organizzazioni, sistemi economici. Chi ha potere di azione e di intervento in una situazione di crisi deve agire in fretta, per la necessità di portare soccorso o di evitare ulteriori e più gravi pericoli.
E’ però vero che per decidere si deve disporre della preparazione e degli strumenti operativi necessari . Esiste, o per lo meno dovrebbe esistere, un sorta di “cultura” della crisi, perchè una situazione di crisi va riconosciuta, possibilmente già attraverso la percezione di suoi segnali premonitori, e deve essere analizzata nella sua specificità, perchè non si presenta seguendo uno standard invariabile, ma ha sempre qualche sua particolarità.
Le bellissime parole pronunciate da Domenico Cirillo nei suoi Discorsi accademici. L’anno 1799 dovrebbero ispirare noi sanitari, ma anche chiunque gestisce queste politiche sanitarie: “soccorrere la languente umanità, sollevarla nelle sue miserie, e diventare l’immediato istromento dell’altrui felicità, è stato sempre per me il massimo di tutt’i piaceri. L’esercizio della carità, gli effetti de’ pronti soccorsi contro la fame, la nudità, il freddo, e le atroci e distruttrici malattie, formano la gioia dell’uomo veramente nato per giovare alla società…”.
E dico questo in un momento in cui ancora, invece, ci sembra di essere in balia, piuttosto, dell’amletico dubbio: “Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni”.















