Dieci anni senza Giorgio Albertazzi, il dandy del teatro italiano

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Il 28 maggio di dieci anni fa se ne andava Giorgio Albertazzi, uno dei più grandi attori italiani di sempre. Libero e ribelle, tra gli interpreti più moderni nella imponente produzione dei classici del teatro, sapeva unire e dividere allo stesso modo.

Il mondo dei salotti della sinistra non gli aveva perdonato la sua adesione alla Repubblica Sociale. Arruolato nel 1943 come sottotenente nella Guardia Nazionale Repubblicana, non rinnegò mai questa scelta, pur respingendo le accuse di aver fatto parte di plotoni di esecuzione. “Andai a Salò come tanti ragazzi… Io non mi pento di quanto ho fatto. A maggior ragione non mi pento di quanto non ho fatto” dichiarò.

Il Novecento con i suoi dandismi, il culto della Bellezza, della parola oggi così svilita e decaduta. Albertazzi quando recitava cadeva in uno stato di grazia, un lavoro su di sé che poteva apparire pigro, rilassato ma covava sotto la cenere un daimon, un folletto vispo vigile, dispettoso e combattuto. Era un martire del lusso, faceva dell’ironia quando sfoggiava il suo fazzoletto da taschino viola alle prime: una disinvoltura provocante in barba a tutte le convenzioni scaramantiche dello spettacolo che vedono il colore viola come qualcosa che porta jella. È il colore dei paramenti pasquali, quando per tradizione agli attori era vietato recitare.

Giorgio e la sua ribellione perpetua, il suo rifiuto nel seguire il gregge, la moda, anche quella culturale. E come sosteneva Oscar Wilde: “Sento che devo essere sempre nel torto”. Lui, repubblichino con Junio Valerio Borghese a Salò perché da ragazzo inseguiva una biondina bellissima e austriaca e poi stregato dalle letture del Comandante Emilio Salgari, quello di Sandokan, Janez, i pirati della Malesia. Imprigionato a Coltano dove finivano tutti gli ex fascisti e pure il poeta Ezra Pound, Giorgio della guerra non voleva più parlare.

Albertazzi fuori palco centellinava perle di seduzione: “Ogni lasciata è persa è vero, ma a volte è una fortuna!”. Oppure: “La migliore orgia si fa in due e con chi sia ama veramente”. Lo si ricorda novantenne a Ponte Vecchio a Firenze seduto con una giacca gialla canarino, il pantalone celeste e un cappello Panama a lunghe tese, gli occhiali da sole fumè; la frivolezza del dettaglio e quella facilità del verso poetico da fine dicitore toscano: Quant’è bella giovinezza-che si fugge tuttavia- chi vuol esser lieto sia, del doman, non v’è certezza. Se Cocteau sosteneva che “la moda muore giovane”, il dandy Albertazzi durerà almeno altri cent’anni.

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