Sono trascorsi esattamente vent’anni. Vent’anni da quella notte in cui Oriana Fallaci, dalla finestra di una clinica, ha guardato per un’ultima volta la sua Firenze che tanto amava – la cupola del Brunelleschi, il campanile di Giotto – e ha smesso di respirare.
Vent’anni di silenzio. E c’è da stare certi che adesso che scocca questo anniversario netto, l’Italia che l’ha insultata da viva si ricorderà di lei per un giorno, le dedicherà un ricordo di circostanza. Poi, da domani, tornerà a fare esattamente il contrario di quello che lei predicava. È il nostro modo pacioso di commemorare i morti scomodi: seppellirli due volte, la prima nella terra, la seconda nella retorica.
Oriana nasce a Firenze nel 1929, in una famiglia povera di soldi e ricca di libri. Il padre Edoardo la cresce come un maschio, la porta a caccia, le insegna a disprezzare la paura. A quattordici anni è già partigiana, nome di battaglia Emilia, trasporta messaggi e ordigni nascosti da cespi d’insalata. È la prova, per chi ancora oggi le dà della fascista, che l’antifascismo vero lo ha pagato di persona, mentre i suoi accusatori lo recitano nei salotti buoni della sinistra engagée.
Diventa la più grande giornalista del Novecento non per meriti d’ufficio, ma perché, lei che è donna in un mondo di uomini, va dove nessuno vuole andare: in Vietnam, con la macchina da scrivere e l’elmetto in testa. A Città del Messico, nel 1968, quando l’esercito le spara addosso in piazza delle Tre Culture, e lei resta ferita, sanguinante su un pavimento sporco per ore. E quando si rialza, lo fa per raccontare il massacro degli studenti.
Si inventa un genere giornalistico nuovo, l’intervista come duello: Kissinger, Gheddafi, Arafat, Indira Gandhi, tutti costretti a misurarsi con una donna che non ha mai alcuna intenzione di essere compiacente. Quando incontra il leader degli islamisti fanatici iraniani, Khomeini, si toglie il chador davanti a lui con gesto di sfida. Un gesto sensazionale, che precede di decenni le ragazze persiane che si battono per essere libere.
Ama con passione uomini impegnati, perde due figli, tenta il suicidio dopo un aborto spontaneo, e da quel baratro di dolore tira fuori Lettera a un bambino mai nato, che il mondo intero legge piangendo.
Ama Alekos Panagulis, il dissidente greco che sfida i colonnelli, e quando lui muore in un incidente che lei non ha mai creduto tale, gli dedica Un uomo. Non è biografia agiografica: è una resa dei conti con il Potere, quello con la maiuscola. Quello contro cui il giornalismo dovrebbe affilare le sue lame, e assai raramente lo fa. Perché è più facile e comodo vezzeggiarlo, il Potere, oppure fare inchieste farlocche che i creduloni scambiano per “scottanti”. Tutte cose lontanissime da Oriana.
Poi arriva l’11 settembre. Fallaci vede crollare le Torri Gemelle dalla sua casa di New York e capisce, prima e meglio di tutti i sociologi da salotto, che non è terrorismo qualunque: è un attacco diretto all’Occidente. Alla nostra civiltà.
Scrive La rabbia e l’orgoglio di getto, in tre notti, e vende un milione di copie solo in Italia. Da quel momento diventa bersaglio fisso: razzista, islamofoba, fascista, e a insultarla sono quegli stessi ambienti che quando c’era da rischiare la pelle contro il vero autoritarismo non si sono visti. E che adesso si schierano senza vergogna con i movimenti e i regimi più sadici della storia, da Ḥezbollāh e Ḥamās, fino al regime sanguinario di Teheran.
Le fanno causa in Francia, la vogliono processare in Svizzera. Lei non arretra di un millimetro, seppure malata di cancro, sola, e continua a scrivere che l’Occidente rischia la resa culturale, non militare: la resa delle proprie idee, della propria memoria, del coraggio di dirsi europei. La fine delle nostre radici identitarie.
A vent’anni dalla sua morte, che ne è stato della profezia di Oriana? Guardiamoci intorno. L’islamismo tracima in ogni dove, si insinua nelle istituzioni, un cavallo di troia al cui interno si nasconde l’intento di fare della Shari’a la norma regolativa delle nostre società. L’immigrazione illegale è fuori controllo, e anziché un problema da risolvere, è diventata – quantomeno per alcuni –, un tabù linguistico. Le università, anziché studiare ed esaltare la grandezza e l’identità della nostra cultura, discutono se sia lecito proferire la parola “Occidente” senza prima chiedere scusa per non si sa quali colpe.
Il coraggio che Fallaci chiedeva – di guardare in faccia i problemi, di difendere senza vergogna la nostra identità – è merce rara come sempre, forse più di prima.
Non era un’icona da trasformare in un santino, Oriana. Non lo è mai stata. Era scomoda, spigolosa, ma sempre sincera. Proprio per questo il suo messaggio non è stato capito: capirlo avrebbe richiesto lo stesso coraggio che lei aveva, e che a chi oggi la commemora spesso manca. Oggi i media pubblicheranno qualche sua foto, rispolvereranno qualche sua frase, e si sentiranno a posto con la coscienza. Oriana, che di ipocriti se ne intendeva, avrebbe avuto una battuta tagliente pronta anche per loro.


















