5 maggio 1945, sabato, ed è una giornata limpida, ma non basta un raggio di sole. Una lunga colonna di automezzi, con a fine fila alcune ambulanze della Croce Rossa internazionale, ha appena lasciato i ponti di St.Georgen e fa un ampia virata sulla destra. E’ il gruppo D del 41° squadrone di cavalleria corazzata alleata. Sono le 17, e alle 12 la stessa squadra ha aperto i varchi dei cancelli di Mauthausen. Ora stanno superando la linea che apre quelli di Gusen 1 e Gusen 2.
Le scene che i militari si trovano davanti sono le stesse vissute la mattina: cadaveri dappertutto, fantasmi di poche ossa che vagano, assembramenti di persone dannate, urla… Tutto il piazzale si trasforma in un tumulto, c’è da ristabilire l’ordine e gli uomini di Kosiek, alcuni almeno, hanno la fortuna di parlare italiano, polacco, francese. C’è anche un attacco alla cucina del campo, con parecchi uomini o ciò che resta, che si serrano dentro e bisogna al fine sparare alcuni colpi d’arma da fuoco in aria per cercare di trovare un po’ di calma. Si prova con vari tentativi a far tornare il numero più alto possibile di persone nei loro alloggi, ma nessuno tiene una linea, tutti si sparpagliano.
Kosiek ed i suoi deviano ancora dentro il campo, fino ad arrivare ad un ampio piazzale. Lì c’è un ammasso di qualcosa che si fa fatica a riconoscere come corpi umani, e lo si evince solo da alcune caratteristiche. Qui c’è una incredibile deposizioni raccolta negli anni dall’Aned, perché succede qualcosa di particolare. Alfredo Angeloni, spezzino, tifoso di calcio, anche lui deportato dalla Spezia fino al campo di Gusen, si muove verso i soldati. Dichiara di aver visto morire uno spezzino, presidente della sua squadra di calcio, lo Spezia, il 30 aprile del 1945, pochi giorni prima quindi; lo ha massacrato di botte un kapò, perché colto a urinare su alcuni pezzi di marmo. Chiede di rimuovere la salma e di portarla a casa, è persona stimata e buona. Quasi implora. La salma esumata sarebbe stata quindi riconosciuta e trasferita alla Spezia, dicono gli atti. Ma questo non avverrà mai, nella realtà, nonostante gli sforzi della famiglia.
Lì quindi muore Coriolano Perioli, pochi giorni prima della liberazione del campo, dopo sofferenze e privazioni che avevano distrutto un uomo che tanto aveva dato al calcio ed alla sua città. Eppure quell’uomo meno di due anni prima, nel fine 1943, aveva avuto un’intuizione: salvare dal fronte la sua squadra di calcio della quale era presidente, per arruolarla interamente nel 41° corpo dei Vigili del fuoco. Ed altrettanto incredibilmente proprio la stessa squadra, lo Spezia con alcuni rinforzi, aveva vinto quel campionato battendo all’Arena di Milano in una delle finali anche il Grande Torino di Valentino Mazzola, rinforzato dal centravanti della nazionale Silvio Piola. Il 21 agosto del 1941 lo avevano quasi costretto a prendere la presidenza della squadra: «La federazione dei Fasci di Combattimento comunica: il Segretario generale ha accettato le dimissioni dalla carica di presidente dell’A.C.Spezia del consigliere Nazionale ingegner Gio Batta Bibolini, al quale ha rivolto vivo elogio e ringraziamento per l’opera prestata, e su proposta del Presidente del Comitato Provinciale del Coni ha nominato nuovo presidente dell’A.c. Spezia il camerata cav. Uff. Coriolano Perioli».
La storia sportiva dell’uomo che creerà la leggenda inizia quel giorno, ma quella industriale era partita ben prima. Non è ebreo, neanche partigiano, arriva a Gusen per altre vie cercando disperatamente di vivere, aggrappato all’amore di una figlia, Esperia, che farà di tutto per salvarlo fino alla fine. Esperia che appena terminata la guerra salirà fino a Mauthausen e Gusen, cercando tra le baracche anche un solo segno del padre, un minimo dettaglio. Uscirà da quei campi con altri parenti segnata, per sempre, senza più un’anima.
Il 22 luglio autorizzerà i manifesti da morto del Cavalier Ufficiale Orazio Coriolano Perioli “vittima della barbarie nazi fascita, dopo sei mesi di orrori, in data imprecisata”. Una scossa anche per la città, dove Perioli con il fratello Dario ha costruito un impero sul lavoro e sul carbone, amministratore della Ligure Emiliana Carbone e della Ceramica di Vallescura. L’idea è quella di trasportare carbone dalle miniere del Sulcis fino alla Spezia, per dare energia all’industria ed alla città tutta. E ci riesce. Il 12 agosto del 1944, c’è l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema: scappano in un piccolo gruppo, lui li salva con il genero inventandosi un virus contagioso. Ma sta aiutando i partigiani e con medici cura sui monti i feriti. Già già attenzionato da tempo, viene arrestato nel novembre del 1944 a campionato finito per poi finire nei lager.
Liliana Segre rammenta come la memoria renda liberi e la storia della squadra di calcio e del suo presidente rappresentò un ponte di speranza per la rinascita del paese ed un fatto straordinario anche per il calcio italiano. Tanto che il 22 gennaio del 2002 Carraro autorizzò lo Spezia a giocare per sempre con lo scudetto sul petto.
L’oggi è storia, cultura, tradizione, radici di una città che ricorda per sempre un esempio di coraggio e bontà. Ma soprattutto di umanità.

















