Elémire Zolla: centenario di un inattuale

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Ricordo del filosofo e studioso torinese che riaccese la Tradizione.

Erano trascorsi pochi anni dalla sbornia ideologica e iconoclasta del ’68, evento destinato a lasciare tracce indelebili nella cultura italiana e occidentale per gli anni a venire, quando un libretto alieno atterrò in territorio italiano sparigliando le carte accademiche e “sparando” nel suo titolo un termine che avrebbe fatto sussultare più d’uno. Nel 1971, infatti, apparve per i tipi della Adelphi “Che cos’è la Tradizione”, per mano di colui che sarà ricordato come uno dei più   audaci ed originali intellettuali italiani, il torinese “sui generis” Elémire Zolla, di cui il 9 luglio di quest’anno si celebra il centenario della nascita.

Filosofo e ricercatore d’infinito, studioso di religioni, brillante poliglotta e docente di Letteratura Angloamericana presso l’Università di Roma, Zolla fu luminoso esempio di intellettuale assolutamente libero e sfuggente alle classificazioni. La sua famiglia d’origine presenta un’eccezionale combinazione di origini e culture di respiro europeo: il padre, Venanzio Zolla, apprezzato pittore, era di origine lombarda e madre alsaziana, mentre la madre, Blanche Smith, era una pianista di origini britanniche. Le lunghe permanenze tra Parigi, Londra e Torino, con quest’ultima come residenza definitiva, contribuirono alla sua formazione culturale e linguistica: uno dei motivi della notorietà di Elémire Zolla sarà proprio la sua capacità di apprendere con facilità nuove lingue, utilizzandole e conoscendole approfonditamente. La laurea in giurisprudenza non fu che un piccolo dettaglio della sua erudizione, e il suo esordio come romanziere, con quel “Minuetto all’inferno” (1956) finalista al Premio Strega, non limitò comunque alla sola narrativa la sua carriera intellettuale. Filosofo, profondo conoscitore del mondo delle religioni e dei suoi simboli, fu anche un originale conoscitore del mondo esoterico: l’unico ambiente, questo,  ad aver forse colto, almeno in parte, la portata del già citato “Che cos’è  la Tradizione”, saggio che sarà ricordato come una promessa, purtroppo sovente travisata, per tutti coloro che, reduci dalla distruttiva opera degli intellettuali sessantottardi contro radici e legami, cercavano un atto non tanto di rifondazione, quanto di ricollegamento alle origini dell’Uomo. Quel termine così avulso dall’ideologia rivoluzionaria, “Tradizione”, parve loro una nuova Stella Polare che avrebbe guidato una necessaria rifondazione culturale.

A ben vedere, tra tutti i lettori di quel testo, siano essi conservatori, tradizionalisti, o i numerosi cattolici che trovavano indigesto quell’evento radicale che fu il Concilio Vaticano II, ben pochi compresero la reale portata e l’universalità di quell’opera, fortemente impregnata del concetto di “filosofia perenne”, immutabile principio metafisico che soggiace a ogni forma religiosa. E fu proprio questo l’elemento più travisato: chi si attendeva una “tradizione” cristallizzata tra le mura della Chiesa cattolica o della filosofia occidentale, presto, al susseguirsi delle numerose opere zolliane, rimase frastornato dall’infinità di aperture, dalle visioni “non conformi”, dallo sguardo spesso rivolto ad Oriente.

In realtà, Zolla riportava la spiritualità alla sua dimensione vera e trasversale, libera da qualunque gabbia ideologica o confessionale. D’altronde, il nostro non era nuovo a dare vita ad opere di forte rottura come già, dodici anni prima, fu quella “Eclissi dell’intellettuale” (1959), in cui, partendo dalle analisi sociali della Scuola di Francoforte relative alla massificazione della società, mise in evidenza – già allora – il sostanziale conformismo del mondo progressista, che assoggettava ogni espressione culturale. Allo stesso modo, la “Filosofia perenne” non poteva rimanere ingabbiata nell’ambito di una sola religione, e il   suo   respiro primordiale doveva soffiare attraverso ogni forma di spiritualità.

Ad alimentare l’equivoco, nel contesto cattolico, contribuì anche la liaison del filosofo con la mai abbastanza celebrata scrittrice Cristina Campo, fiera sostenitrice del rito tridentino. Quello stesso rito che l’autore apprezzava profondamente, ma più per la bellezza dell’armonia generata tra significante e significato che per mera questione teologica. Da qui, probabilmente prese vita l’equivoco di uno Zolla paladino della tradizione cattolica o, comunque, prettamente cristiana e occidentale. Ma lo studioso torinese non fu il difensore di una tradizione: fu il campione dell’Unica Tradizione, alla quale l’opera del ’71 fu un intenso, accorato richiamo dopo la tabula rasa del ’68.

D’altronde la fortunata rivista “Conoscenza Religiosa”, da lui fondata nel 1969, che sosteneva la visione di una Tradizione che fosse anche specifica forma di sapienza, si distingueva per un taglio decisamente aconfessionale e uno sguardo aperto alle varie espressioni religiose del mondo.

Per comprendere la reale portata del pensiero zolliano, quindi, è necessaria una visione espansa della sua opera, oggi suddivisa tra le editrici Adelphi e Marsilio – quest’ultima artefice dell’Opera Omnia, realizzata sotto la guida della vedova dell’autore, professoressa Grazia Marchianò (1941-2024), già docente di Estetica e Orientalistica presso l’Università di Siena. Tra la sua corposa produzione si potrà scoprire che, oltre a dare vita a opere senza paragoni quali “Le Meraviglie della natura – Introduzione all’Alchimia” (1975), testo che, oltre ad essere un eccellente trattato sulla  visione alchemica del mondo, è anche prova della naturale poeticità della  lingua italiana, o “Lo stupore infantile” (1994), in cui riconosce come la visione del bambino, ancora non totalmente separato dal mondo come individuo, sia l’approccio ottimale dell’intellettuale, Zolla è stato anche anticipatore dei tempi, affrontando temi quali la realtà virtuale in “Uscite dal Mondo” (1992),  in cui sostiene che solo chi ha conosciuto esperienze spirituali al di là del corpo potrà maneggiare saggiamente il mondo virtuale che ci attende, riconoscendo il valore perenne della tradizione spirituale anche a fronte dell’evoluzione tecnologica.

Zolla non fu dunque un traditore della Tradizione, come qualche soggetto deluso volle forzatamente sostenere, ma colui che più e meglio di altri seppe riconoscerne il valore prisco e universale, non fossilizzabile in una sola espressione. Una Tradizione che trova nella bellezza e nell’equilibrio tra Creato e creature il suo punto fermo, e che rimane integra anche nell’evolversi degli usi e del pensiero.

Il 16 maggio scorso presso il circolo dei lettori di Torino, il centenario della nascita di Zolla è stato commemorato, unitamente alla figura del padre, il pittore Venanzio Zolla, in presenza della giornalista Marina Rota; di Dolores Rossi Zolla, pianista, nipote di Elémire; dello studioso Roberto Onofrio; del filosofo Ezio Albrile; dello scrittore e traduttore Francesco Occhetto e del critico d’arte Angelo Mistrangelo. Dalle varie testimonianze, ancora una volta ne è emersa l’immagine di un intellettuale senza etichette, non assoggettabile a qualsivoglia gabbia ideologica, profondo conoscitore e critico del sistema intellettuale, dal quale mai si fece fagocitare.

Ma sono le parole della nipote, Dolores Rossi Zolla, a ricordare il respiro nobile di quella brillante famiglia di intellettuali e artisti, dove Elémire Zolla trovò fertile terreno in cui la sua figura di studioso pose solide radici. “Sono l’ultima discendente della famiglia Zolla – racconta Dolores, elegante signora ricca di tempo e dall’animo aristocratico – nella quale hanno avuto vita tre forme d’arte: pittura, letteratura e musica. Ho avuto il dono di avere un nonno pittore, Venanzio Zolla; uno zio scrittore e filosofo, Elémire Zolla; una nonna, Blanche, e una madre, Eda Doris, sorella di Elémire, che, come me, hanno onorato l’arte pianistica. I miei primi vent’anni li ho trascorsi insieme allo zio Elémire Zolla”. Poi aggiunge: “Desiderosa com’ero di onorare la memoria dello zio e del nonno, mi prodigai per far loro dedicare una targa nella   casa di Via Pesaro 7 a Torino.

Un progetto che si realizzò felicemente il 17 luglio 2015. Quella targa riveste per me un significato profondo… Mi riporta indietro nel tempo, agli anni felici che ebbi la fortuna di trascorrere con questa famiglia eccentrica e straordinaria, alla quale sono orgogliosa di appartenere”.

Zolla si spense a Montepulciano il 29 maggio 2002, lasciando un’eredità intellettuale che continua a suscitare costante interesse e un vuoto difficilmente colmabile nel panorama culturale italiano, saldamente in mano a quell’intelligencjia con cui non ebbe mai nulla in comune.

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