In Toscana, nel 2026, si può ancora essere esclusi da un’aula istituzionale per appartenenza culturale e politica? La domanda non è retorica. È ciò che emerge da quanto accaduto ieri nel Consiglio regionale della Toscana durante la seduta solenne dedicata al Giorno del Ricordo.
Era prevista la proiezione di un docufilm sulle foibe e l’intervento del giornalista Italo Bocchino. Non un blitz, non un’iniziativa privata: una scelta deliberata dall’Ufficio di Presidenza e inserita nella conferenza di programmazione dei lavori. Tutto regolare. Tutto istituzionale. Poi, il dietrofront.
Dopo le proteste di alcune associazioni, tra cui l’ANPI e, secondo diverse fonti, anche la CGIL, la Presidenza ha deciso di annullare l’intervento e la proiezione, motivando la scelta con la volontà di evitare “strumentalizzazioni di parte”. Ed è qui che si apre una crepa profonda.
Perché il punto non è Bocchino. Il punto non è la simpatia o antipatia verso una persona. Il punto non è nemmeno il contenuto dell’intervento. Il punto è il principio. Se un’istituzione delibera un invito e poi lo revoca per pressioni esterne di natura ideologica, non siamo più nel campo della dialettica democratica. Siamo nel campo della selezione politica delle voci ammesse. E questo è un precedente molto grave.
Il Giorno del Ricordo è nato proprio per rompere un silenzio lungo decenni. Per oltre cinquant’anni la tragedia degli esuli istriani, fiumani e dalmati è rimasta ai margini del dibattito pubblico. È stata considerata una memoria “scomoda”, difficile da integrare nel racconto nazionale. Oggi quella memoria è formalmente riconosciuta. Ma cosa accade se, nel momento in cui la si celebra, si decide che alcune sensibilità politiche non sono gradite?
Si crea un cortocircuito pericoloso: si onora una memoria mentre si limita la libertà di parola. La democrazia non è un luogo neutro perché tutti la pensano allo stesso modo. È un luogo forte proprio perché ospita anche chi la pensa diversamente. Se iniziamo a stabilire che un giornalista non può intervenire in un’aula pubblica perché “non allineato”, allora torniamo indietro. Non di tre mesi. Di trent’anni. Le istituzioni non dovrebbero temere il confronto. Dovrebbero governarlo. Se si temono le parole, significa che si è perso il coraggio del dibattito.
E c’è un’ultima riflessione da fare… forse la più amara. Quando la memoria diventa terreno di controllo ideologico, smette di essere memoria condivisa. Diventa recinto. E nei recinti non si cresce: si separa. Volutamente. La Toscana è una terra che ha fatto della cultura e del pluralismo una bandiera. Sarebbe paradossale che proprio qui si tornasse a distinguere tra voci “autorizzate” e voci “non opportune”. Eppure, ciò che è successo ieri conferma proprio questa volontà.
Il rispetto delle vittime delle foibe non si tutela impedendo a qualcuno di parlare. Si tutela difendendo la libertà di parola anche quando è scomoda. Perché la libertà non è mai divisiva. Lo è la sua negazione.

















