Il 5 giugno l’Arena di Verona lancia la candidatura della canzone napoletana classica a patrimonio immateriale dell’Unesco. Un momento che porta con sé molti nomi illustri. Sul palco Massimo Ranieri, Gigi D’Alessio, Serena Rossi, Vittorio Grigolo. Ospiti internazionali: Placido Domingo e Patti Smith. Il dossier scientifico è affidato a Renzo Arbore, e l’evento andrà in onda su Rai 1.
Il percorso istituzionale è iniziato il 24 febbraio scorso, quando la VII Commissione Cultura della Camera ha approvato all’unanimità la risoluzione, a prima firma dell’onorevole Gerolamo Cangiano, che impegna il Governo ad avviare le procedure.
Un risultato atteso da anni. Ora che l’iter è formalmente aperto, è il momento di chiedersi: di chi stiamo parlando, esattamente? Di quale patrimonio? La canzone napoletana non è un genere, è una civiltà musicale. E come ogni civiltà, ha i suoi fondatori. Alcuni celebratissimi, altri inspiegabilmente dimenticati. Salve D’Esposito appartiene alla seconda categoria.
Nasce a Sorrento nel 1904. Il padre Gennaro suona il pianoforte al Teatro Tasso, all’epoca sala cinematografica per film muti. Il bambino lo accompagna, lo osserva, lo sostituisce quando è assente. A sette anni siede già davanti alla tastiera nel buio della sala, improvvisando sulle immagini che scorrono sullo schermo.
La formazione è classica e seria. Studia composizione, poi ottiene un posto al Teatro San Carlo di Napoli. Ma la canzone, quella forma considerata minore, popolare, non degna della grande tradizione, lo attrae con una forza che la musica accademica non riesce a compensare.
Ci vorrà tempo prima che faccia pace con questa doppia identità. E alla fine sarà proprio lui, più di chiunque altro, a sdoganare la canzone napoletana come forma d’arte legittima, non come compromesso, ma come scelta consapevole.
Il momento della svolta arriva nel 1948. D’Esposito ha scritto Me so’ ‘mbriacato ‘e sole, su versi del paroliere che lo accompagna in tutta la sua carriera, Tito Manlio. La presenta a Sorrento, all’Hotel Le Terrazze, nella sua città. Il successo è immediato e mondiale.
Nel 1950, ancora con Manlio, compone Anema e core. Entro il 1955 esistono cinquantotto versioni solo in Italia. Nel mondo, la canzone viene tradotta e incisa in trentanove lingue. È la prima canzone italiana trasmessa da Radio Mosca durante la Guerra Fredda, dall’altra parte della cortina, perché certe melodie i muri li superano.
Negli anni Cinquanta D’Esposito è ormai un punto di riferimento della musica italiana. Ma la sua influenza va oltre quello che ha scritto.
La RCA Italiana gli manda due giovani musicisti. Devono imparare le tecniche di sincronizzazione per il cinema — come si scrive musica per le immagini, come si lavora con i tempi, con i silenzi, con le scene. D’Esposito li accoglie in casa sua, a Roma. I due giovani si chiamano Ennio Morricone e Armando Trovajoli.
Morricone diventerà il più grande compositore di colonne sonore della storia del cinema e Trovajoli firmerà colonne sonore indimenticabili.
Nello stesso periodo bussa alla sua porta una giovane attrice. La porta Carlo Ponti, che è amico di D’Esposito. Deve prepararsi per due film: L’Oro di Napoli e Carosello Napoletano. D’Esposito la aiuta, le insegna le canzoni, le dà gli strumenti per portarle sullo schermo. Si chiama Sofia Loren, e non lo dimenticherà mai.
Gli ultimi anni Salve li trascorre tra Roma e i ricordi. Riceve i suoi ospiti all’Hotel Hassler – intellettuali come Nicola Abbagnano, personaggi dello spettacolo come Pippo Baudo — e suona per loro. Canzoni classiche, le sue melodie. Come se il tempo non fosse passato.
Muore il 22 gennaio 1982, a settantotto anni. Trecentotrenta canzoni all’attivo, duecento brani strumentali. Una vita intera passata a far sì che la musica napoletana venisse presa sul serio.
Il 5 giugno all’Arena di Verona canteranno i grandi. Dopo il concerto, qualcuno forse si ricorderà che la canzone napoletana non è solo un’eredità da candidare. È una storia fatta di nomi precisi, di biografie concrete, di maestri.
Uno di quei maestri è cresciuto suonando nel buio di una sala cinematografica di Sorrento. Si chiamava Salve D’Esposito. E senza di lui, il patrimonio che stiamo portando all’Unesco sarebbe un po’ più povero.
















