A Gallarate Palazzo Minoletti nasconde un affresco che fa “paura”…

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L’Italia è un paese ricco di opere d’arte, simbolo delle diverse civiltà e conquistatori che si sono susseguiti sul nostro territorio. Dai romani al dominio degli spagnoli prima e francesi e austriaci poi, l’Italia ha fin dai primordi un patrimonio culturale e artistico riconducibile alle differenti influenze rintracciabili nei dialetti e negli usi e costumi locali. Anche le opere del Ventennio, da sempre oggetto di controversie e fermamente difese da chi ritiene che noi siamo espressione del nostro passato, sono parte della storia del nostro Paese e come tali vanno tutelate. In una Gallarate in pieno sviluppo industriale, il passaggio dal primo dopoguerra favorisce lo sviluppo urbano e la realizzazione di nuovi edifici ad opera di architetti di fama nazionale e internazionale. In questo contesto storico-politico viene realizzata da Giulio Minoletti e Giancarlo Palanti la Casa del Fascio, poi denominata Palazzo Minoletti, edificio ricco di simboli del regime e sede della Gioventù italiana del littorio. Trasformato in rifugio antiaereo durante il secondo conflitto mondiale, Palazzo Minoletti diventa opera di denso significato storico-politico, oggetto fin da subito di forte discussione tra quanti considerano la struttura fuori dal contesto urbanistico e paesaggistico caratteristico della città. Al suo interno, illuminata da una grande vetrata e situata nel salone d’onore, viene realizzata “La Gloria”, un imponente affresco con al centro il Duce. A dipingere l’opera viene chiamato l’artista Alessandro Pandolfi. Pittore e incisore del Varesotto, Pandolfi riprende scene di lavoro, dai campi all’edilizia, a simboleggiare il passaggio verso la fase di industrializzazione del tessuto produttivo cittadino. Il dipinto al suo interno ritrae gerarchi e persone di spicco della realtà gallaratese, ma anche semplici cittadini come la moglie e il nipote dello stesso autore. Oggi l’immensa parete del salone d’onore è vuota. All’atto della caduta del fascismo, Pandolfi per proteggere l’opera da possibili ritorsioni e salvarla dal deturpamento di chi ha la ferma volontà di cancellare ogni riferimento al Ventennio, copre il dipinto sotto una spessa imbiancatura. Diverse le iniziative per riportare alla luce l’affresco puntualmente cadute nel vuoto, segno evidente che i conti con il passato non sono ancora del tutto chiusi. L’arte diventa quindi oggetto di strumentalizzazione per contestare, allarmare e inoculare nell’opinione pubblica paure che nulla hanno a che vedere con il patrimonio artistico e culturale della nostra bellissima penisola.

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