25 aprile: l’antisemitismo degli antifascisti

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Una pioggia torrenziale di retorica si abbatte sull’Italia ogni 25 Aprile. Si confonde la storia con l’attualità. Il popolo di Israele da vittima diventa carnefice. Gli islamici nelle piazze italiane fischiano l’Inno d’Italia e bruciano bandiere dell’occidente libero e democratico. A sventolare a Milano e Roma centinaia di bandiere palestinesi, senza un tricolore a ricordare che il 25 Aprile è la Festa della Liberazione italiana dal nazifascismo. Gli israeliani vengono osteggiati e respinti ai margini dei cortei, mentre hanno titolo a ostentare i vessilli delle loro brigare partigiane per il contributo di sangue e morte che hanno offerto sull’altare delle leggi e dell’odio razziale.

Il paradosso è l’antisemitismo dei novelli antifascisti. Il paradosso è che quanto accade oggi in Medio Oriente appartiene alla sfera dell’attualità politica e militare. Le eventuali e legittime critiche al governo di Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, non possono coinvolgere la memoria di quello che è avvenuto 70, 80 anni fa.

Sembra quasi che la letteratura visionaria e profetica di Michel Houellebecq prenda forma e dispieghi tutta l’egemonia culturale di quelle che non sono più minoranze. Rischiamo una “sottomissione” al pensiero che dentro molte università, nelle periferie urbane e nelle piazze sta prendendo forma e trova negli immigrati di seconda e terza generazione l’esercito da spendere contro le istituzioni del mondo libero. Non è un caso che ieri a Milano siano stati arrestati e poi rilasciati due giovani egiziani che capeggiavano la parte più violenta della manifestazione. Un giorno di festa trasformato in ore di violenza e odio contro Israele, gli Stati Uniti, l’Europa.

Fascismo e antifascismo come mafia e antimafia. Strumenti lessicali di propaganda politica. Nessuno può dirsi a cuor leggero fascista o mafioso. Chi lo fa ha torto marcio e si pone fuori dalla Costituzione e dalla legalità.

Paolo Conte ha fatto cantare a Celentano in “Azzurro” una frase iconica. “Il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va”. Ed è questa la sensazione che si ricava dall’uso strumentale, incauto delle parole. Che tutto vada al rovescio e che coerenza intellettuale e linearità di pensiero siano finite al macero della contrapposizione strumentale. Se l’antifascismo è patrimonio di tutti, destra democratica, liberali, conservatori, riformisti e sinistra progressista dovrebbero insieme festeggiare la Liberazione. Invece riprendono le lezioni non richieste di democrazia. Parte il messaggio di presunta superiorità morale del progressismo salottiero e televisivo.

Ecco allora che si scelgono alcune categorie, come fa Scurati, che deve avere diritto di tribuna ma che non ha diritto alla verità, solo per mettere in un cono di presunta colpevolezza morale governo e maggioranza.

Più la sinistra italiana fa così, più utilizza queste forme estreme di contrapposizione culturale, più rende vano il processo di unificazione politica del paese. Dovrebbero esistere regole comuni condivise e un interesse generale da privilegiare. Il rischio di una diaspora e di una frattura del nostro mondo e dei nostri diritti, costruiti in anni di lento e faticoso processo democratico, è dietro l’angolo.

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