All’estero si viaggia, in Italia lockdown. Ribelliamoci alla deficienza!

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Pasqua all’estero, ma non in Italia. Puoi andare al mare in Grecia, ma non a quaranta chilometri da casa tua. Vaccini sì, vaccini no, se famo du spaghi. Speranza, Figliuolo, orsù! Non lasciarti abbattere dalla devastazione psicologica. Mentre il Regno Unito registra zero morti nelle scorse ore, vengono vaccinati anche i pali della luce e, lentamente, si riaffaccia alla normalità, qui ci troviamo Nicola Zingaretti che afferma, in un’intervista, che l’economia potrà ripartire solo sconfitto il covid, Luca Bottura che, su Twitter, vuole segnarsi i nomi dei dissidenti di #ioapro – e menomale che i “compagni” erano dalla parte dei lavoratori. Ormai siamo alla sinistrash – e il governo di unità nazionale litiga sulla possibilità di riaprire una palestra e un paninaro dopo Pasqua. L’ennesimo 8 settembre dell’intelligenza.

A un certo punto, non si può più fare altro: chi è sveglio si salvi, chi è sano si ribelli – dove per sano non si intende chi non ha contratto o non ha il coronavirus, ma chi ancora vive sulla base di un pensiero critico, chi ancora possiede un barlume di integrità e di reattiva lucidità -. Suvvia, non possiamo essere figli di Balilla e Masaniello, di Cola di Rienzo e trovarci nipoti di Speranza e di Ricciardi. Qualcuno ancora attende Batman, figurarsi…

Il lockdown, qui da noi, è uno stato della mente e un modo di governare. Prendete Walter Ricciardi con le sua costante richiesta: più lockdown!Ricciardi non è un modello filosofico, ma un esempio pratico. Poteva essere Speranza, Crisanti o altri, in tal senso, uomini secondo cui noi disturbiamo il virus, non viceversa. Contro (le affermazioni di) Ricciardi perché non si imponga un modello che faccia tremare le fragili gambette italiane, nel Bel Paese con la sindrome di Stoccolma, in cui ci si innamora dei propri rapitori. Dunque, bisogna camminare oltre Ricciardi perché non si generi il Ricciardismo (o il Crisantesimo – forzando un po’ – ancor meglio, effettivamente, come fiori sulla tomba della dignità di un Paese defunto). Contro l’ossessione, l’esasperazione, la colpevolizzazione, l’eccezione, la diminuzione, il terrore mediatico come metodo di governo che non prevede un patto nazionale tra cittadini e Stato fondato sulla fiducia, ma sulla imposizione, spesso acritica.

Contro lo Stato di deficienza. Lo Stato di deficienza ha superato quello di eccezione: non ci potete chiedere di comprendere e accettare un lockdown totale in questa condizione, non più. È questione di modalità, non di ristori. Contro la pericolosa abitudine a essere ridotti in vacche stupide, in cittadini de iure e sudditi de facto. In onore di quella libertà verghiana, poco adatta a noi italiani, che si rende vana nell’individuazione e nella personificazione di un odio momentaneo da eliminare con ogni forza, al quale ne segue un altro, e poi un altro e un altro ancora, in un eterno loop, eterno riposo, ma che si mostra, contrariamente, nell’abbattimento del patimento e delle sue radici, nel non permettere a una tendenza umiliante di manifestarsi nel tempo e con forza. I popoli proseguono la storia e devono riconfermare la propria maturità. Le grandi battaglie non bastano.
Potevano non ammazzare i notabili a colpi d’ascia, i popolani del verista, ma dovevano impedire eccessi d’ingiustizia a tempo debito. Senza il giusto impiego, anche la libertà può essere insidiosa. Il pericolo, di per sé, non è Walter Ricciardi ma la pigrizia, il vizio antico, il tappeto di buonismo e ingegneria sociale, gli uomini folla che venderebbero anche la madre pur di veder garantita la propria gratificazione istantanea, acefala, continuativa, gente che ha rinunciato a un pensiero critico, segnaposto virtuali, replicanti incapaci di reagire o di generare un dubbio, e sono i dubbi che costruiscono le certezze più durature. Tutto ciò che ha contribuito a impastare, nel tempo e da diverse direzioni, il ruolo di Ricciardi o, quantomeno, gli ha permesso di utilizzare quei modi e a generare i prodromi di un pericoloso Ricciardismo.

Di carciofini sott’odio, direbbe Longanesi, che frignano libertà dall’imposto, altrimenti, non ce ne facciamo nulla.
Il Ricciardismo. No, tutto non è ora, nonostante si viva compressi in compromessi, tra le pareti tonde e finissime del puntillistico, ricorderebbe Bauman, nella dittatura dell’attimo in cui prosperano i tecnici e i dilettanti senza visione, nel regime dell’immagine-verità, a cui non occorre mediazione, né ragionamento, poiché è visibile e manifesta, quindi assolutamente vera, nel regime del “titolo senza articolo”, in quella dimensione in cui l’identità, la necessità, la rabbia vengono plasmate dall’alba al tramonto, poi si spengono e ripartono. Estrema velocità di fuga e decomposizione. No, tutto non è nel punto. Tutto non è ora. La storia non non è un punto.

Dunque, oltre Ricciardi, contro il Ricciardismo. Perché non prosperi la modalità attuale, perché non sia abitudine, perché non sia rassicurante sogno bagnato di chi ha mandato il cerebro in pensione.
Contro lo Stato di deficienza, appunto. Di mancanza, di stupidità.
Rinchiusi nel puntino concesso e arredato di miseria, caduta in disgrazia di chiunque: qui non si salva più nessuno, le tasche e la mente. Puntillistico, nell’identità d’emergenza, limitatissima, che si crea all’alba e muore al tramonto, in un punto del tempo e tanti piccoli punti che ogni giorno i media, i virologi e il governo apre e chiude. Ed entro cui siamo stati infilati a forza, grassi, magri, ambiziosi, appassionati, espansi o ristretti, in estasi e sulla cresta di una vita che, finalmente, cresceva, finalmente ti dava quello per cui avevi studiato o lottato per anni e che, ora, ti ritrovi tra le mani come un pène secco al momento di portarlo a urinare.
Non sappiamo cosa farcene di una vita così. Impotenza.

E invece voglio lasciare solo due riflessioni: chi è sveglio si salvi, chi è lucido reagisca, chi è sano si ribelli, affinché si blocchi il processo di Ricciardismo (nel tempo) e non tanto, o non solo Ricciardi (punto momentaneo). Non c’è altro da fare. Si comincia a sentire il peso specifico dell’impotenza, ora per davvero. Dell’insulto, dell’offesa, si comincia a sentire cadere le ultime, appena accennate, certezze. Si sentono esaurire le riserve. E monta la paura dell’ignoto, non quello sociale. Quello interiore, quel buio privato che diventa abisso e che più lo fissi, più esso fisserà te, disse qualcuno.
Contro lo stato di deficienza.

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Emanuele Ricucci
Emanuele Ricucci è nato a Roma il 23 aprile 1987. Lavora per la comunicazione di Vittorio Sgarbi, di cui è tra gli assistenti, ed è collaboratore per la comunicazione del Gruppo Misto Camera dei deputati (NI-U-C!-AC). Scrive di cultura per Libero Quotidiano, per Il Giornale e per il mensile CulturaIdentità. Ha scritto, tra gli altri, per Il Tempo e Candido, mensile di satira fondato nel 1945 da Giovannino Guareschi. È autore di satira ed è stato caporedattore de Il Giornale OFF, approfondimento culturale del sabato de Il Giornale e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Ha studiato Scienze Politiche e scritto cinque libri: Diario del Ritorno (Eclettica, Massa 2014, con prefazione di Marcello Veneziani), Il coraggio di essere ultraitaliani. Manifesto per una orgogliosa difesa dell’identità nazionale (edito da Il Giornale, Milano 2016, scritto con Antonio Rapisarda e Guerino Nuccio Bovalino), La Satira è una cosa seria (edito da Il Giornale, Milano 2017) e Torniamo Uomini. Contro chi ci vuole schiavi, per tornare sovrani di noi stessi (edito da Il Giornale, Milano 2017). Questi ultimi prodotti e distribuiti in allegato con Il Giornale. Antico Futuro. Richiami dell’origine (Edizioni Solfanelli, Chieti, 2018, scritto con Vitaldo Conte e Dalmazio Frau) e, da ultimo, Contro la Folla. Il tempo degli uomini sovrani (con critica introduttiva di Vittorio Sgarbi). Dal 2015 scrive anche sul suo blog Contraerea su ilgiornale.it. È stato direttore culturale del Centro Studi Ricerca “Il Leone” di Viterbo ed è attualmente responsabile dell'Organizzazione Nazionale di CulturaIdentità

3 Commenti

  1. Come mai in Svezia non hanno mai chiuso e nessuno indossa la museruola? Sono forse dei superuomini oppure se ne fottono di un’influenza con un tasso di mortalità irrisorio (salvo per gli ultra ottantenni)?

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