“Babba” e “sperta”: la Trinacria di Bufalino

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Inafferrabile, la vera identità siciliana risiede nella storia dei suoi martiri ed eroi

L’identità siciliana è come il cubo di Rubik. Un rompicapo da risolvere un tassello alla volta. Soltanto così si va al risultato: a quel blocco unico ma dalle facce distinte. Questa è la Sicilia: una molteplicità di strati ben visibili a occhio nudo. “Un’identità plurale”. Ne era convinto Leonardo Sciascia. E anche Pippo Fava. Paradigmatico fu invece lo sguardo di Gesualdo Bufalino, che – tra assoluzione e condanna – distingueva tra Sicilia babba (ingenua), sperta (furba), pigra e frenetica. 

Ma la pietra angolare esiste ed è da maneggiare stando attenti a non rimanere sopraffatti da una tensione storica tanto grave. In Trinacria c’è di tutto. Una cerniera di fiumi carsici ed evidenze antiche. Con dentro tracce fenicie, greche, egizie e romane. In seguito cristiana, cristianissima. Latina e bizantina. La Sicilia è terra di madonnari, martiri femminili e perfino ferventi iconoclasti. 

Solo dopo arrivano i musulmani. Una lunga parentesi che ha lasciato nel linguaggio quel Vossia s’abbenerica che ricorda tanto il coranico As-Salaam-Alaikum. La pace sia con te. I seguaci del Profeta hanno però lasciato in eredità anche altro: venature di cattiveria che i due fondamentalismi, quello mafioso e quello islamista, hanno saputo far scorrere all’unisono.

La Sicilia è tuttavia una landa tollerante, comprensiva e umile. Per gli ebrei sefarditi, la terra promessa è già lì, al centro del Meditteraneo. Nell’Acher Israel. L’altra Israele. Ed anche oggi, nonostante la stanchezza per i continui sbarchi dei migranti, l’Isola ritiene un dovere non lasciare nessun uomo in balia del mare.

Ospiti, ospitati e l’ospitalità. La Sicilia è andata avanti fra guerre allo straniero e vincoli esterni. Federico II di Svevia ha lasciato in eredità le pietre dei suoi castelli e una montagna di misteri da scalare. Poi è stato il tempo degli angioini e la rivolta del Vespro. Da nessun’altra parte succede che l’occupante sia cacciato per l’offesa a una donna sposata. Guai a sfidare l’onorabilità dei mariti. Perché il siciliano accetta e subisce, rinunciando spesso ai propri diritti. Ma le mogli no. E le corna neppure. Lina Wertmüller ha capito meglio di altri come si attiva la corteccia del maschio di Sicilia. 

La visione della donna sicula è, invece, terribile e paradossale. Serva e signora allo stesso tempo. Se tace vuole dire che ama e amando governa. Un’ipocrisia rispetto alla quale bisogna pur tuttavia fare i conti. La Marianna Ucria di Dacia Maraini, sorda, muta e violata, è il paradigma di una femminilità spesso calpestata, ma allo stesso tempo da rispettare.  

Ancora storia. Gli aragonesi. Rimasti tanto, forse troppo. Sicilia e Spagna hanno tanto in comune, a partire dal giallo e rosso delle rispettive bandiere. Così come la permalosità spinta: cifra e limite di una nobiltà che da sempre si è voluta barocca nella decadenza e devota nella sua carnalità. Dice il detto: «Futti, futti, che Dio perdona a tutti». Ogni possibile traduzione tradisce l’ambiguità del fottere, verbo che coniuga contemporaneamente l’atto dell’amare e il rubare. Lo scrupolo e il piacere. Aveva ragione Andrea Camilleri, il siciliano non ha bisogno di parlare: perché, prima di capire, intuisce.

Finito il tempo dei Borbone, dei luogotenenti e dei gesuiti, arrivano in Sicilia i Mille, i piemontesi e l’Italia unita. Dopo ancora sarà il tempo del duce e del prefetto Mori. I mafiosi? O a processo o al confino.

Poi la Guerra e lo Sbarco, quindi gli inglesi e gli americani. I mammasantissima tornano tutti al loro posto. Nel frattempo anche la Sicilia decide di andarsene via. Verso l’indipendenza. (Il bandito Giuliano sogna di portare la Sicilia in America, ma quella è un’altra storia). Mentre al Nord c’è la guerra civile, nell’Isola vengono proclamate le repubbliche di Naro, Comiso e Giarratana. Dal ’45 al ’46, è attivo anche l’esercito indipendentista di Antonio Canepa. 

Umberto II firma, come ultimo atto del Regno sabaudo, lo Statuto autonomo. Uno strumento parzialmente applicato, utile però a creare in anticipo sul resto d’Italia la Regione Siciliana (non Sicilia). Conquista o carrozzone? Il secondo dopoguerra è sotto il segno della Dc, eccezion fatta per l’esperimento Milazzo, che porterà al governo assieme comunisti, socialisti, missini e cristiano-sociali. Tutti uniti contro lo Scudocrociato. In un mondo diviso in blocchi, solo un parlamento cocciutamente autonomo poteva partorire un patto che è la somma di tante eresie. 

Mafia e antimafia. Vita e morte. Un popolo allegro, ossessionato però dallo spirito dei defunti. Qui si innesta il male criminale. San Giovanni Paolo II ha dovuto fare i conti con una contraddizione tanto forte da invocare, tra i templi di Agrigento, “il giudizio di Dio”. 

Egocentrica, ma mai egoista. La Sicilia ha sì sviluppato da sé il cancro di Cosa Nostra, ma è stata essa stessa a darsi una cura dolorosa per batterlo. Pagando un prezzo di sangue altissimo. Dove risiede dunque l’identità siciliana? Ci piace pensare che sia tra le tombe dei i suoi martiri. Ma è solo una speranza. 

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