Babbo Natale esiste vedi San Nicola di Bari

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Partiamo dai dati inoppugnabili: Babbo Natale esiste, ha all’incirca 1739 anni, non è un feticcio del consumismo ma semmai del cristianesimo più tradizionale. È stato cittadino romano – nel senso dell’Impero Romano, videlicet – poi barese e veneziano, infine europeo e solo da ultimo americano e mondiale. E no, non si veste di rosso e bianco per ammiccare ai colori aziendali della più nota bibita gassata del pianeta (che pure, utilizzandolo per la sua pubblicità ultracentenaria, ha contribuito a codificarne l’immagine). Ma andiamo con ordine. Nicola, prima identità del corpulento globe-trotter con slitta e renne, nacque nel 280 d.C. a Pàtara, nella Licia bizantina che oggi è terra turca. Perseguitato come seguace del Vangelo, divenne vescovo e ormai anziano finì i suoi giorni a Myra, in Asia Minore.

Sulla sua vita fiorì quasi subito una ricca agiografia: protettore delle zitelle (ma anche delle prostitute) per aver procacciato una dote a tre ragazze povere salvandole dal postribolo; dei naviganti, per aver placato una tempesta; dei fanciulli, per aver addirittura resuscitato tre bambini fatti a pezzi e messi sotto sale da un oste-serial killer. All’alba del primo millennio era il santo più popolare del mondo cristiano, tanto che nel 1087 per salvarne le spoglie dalla conquista musulmana alcuni marinai trafugarono il corpo di Nicola portandolo a Bari (almeno una parte: altri resti, certificati dal Dna, finirono a Venezia e a Rimini). Da quella città, tappa obbligata dell’itinerario verso la Terrasanta, insieme ai pellegrini medievali il culto del presule di Myra si diffuse a macchia d’olio verso la Russia e l’Europa centrale; festeggiato il 6 dicembre, giorno della morte, la sua figura si andò associando sempre più all’atmosfera natalizia. Ricapitoliamone l’identikit: anziano, barba bianca, paramenti rossi da vescovo, amico dei bambini, dispensatore di doni e di grazie. Vi ricorda nulla? Aggiungiamoci pure che San Nicola assorbì presto le tradizioni pagane più congruenti col suo profilo: se i Romani avevano già il vecchio e barbuto Saturno, nella cui festa il 17 dicembre servi e padroni si scambiavano regali, i nordici veneravano Odino che nottetempo riempiva di dolciumi gli stivali dei bambini. Particolarmente sentita dai fiamminghi, dove il nome “San Nicola” era volgarizzato in Sinterklaas, la devozione a questa figura superò indenne il veto protestante sul culto dei santi e varcò gli oceani finendo nella colonia olandese di New Amsterdam, poi New York, diffondendosi quindi negli Usa.

Sinterklaas divenne Santa Claus, il Babbo Natale anglofono, e nell’Ottocento la poesia “A visit from St. Nicholas” dello scrittore Clement Clark Moore ispirò – insieme al “Canto di Natale” di Dickens – illustratori commerciali come Thomas Nast e poi Haddon Sundblom per l’identikit definitivo del pingue e rubicondo Babbo Natale moderno, dal secondo dopoguerra divenuto icona globale delle feste di dicembre. Con la citata bibita sempre stretta in mano, però: creatura del marketing, come lo è il suo villaggio fasullo creato in Lapponia per spennare turisti. Meglio, molto meglio, farsi una capatina alla cattedrale di Bari, da quel sepolcro di San Nicola che ancora oggi irradia lo spirito più genuino del folklore associato alla Nativitas Domini.