Cadeva il Muro, ma il comunismo moriva da un secolo…

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Il regime comunista cadde qualche ora prima del nove novembre 1989… grosso modo un secolo prima. Fu già alla fine dell’Ottocento che le profezie di Karl Marx mostrarono la loro scarsa scientificità.

Marx inseriva l’evento rivoluzionario che attendeva comunque nella cornice di una evoluzione graduale, per così dire sociologica. Mai avrebbe immaginato che il Sole dell’Avvenire sarebbe sorto ad Est, sulle rovine di Sanpietroburgo e della III Roma.

Fu lo Stato Maggiore tedesco durante la prima guerra mondiale a rianimare quello che all’inizio del Novecento si avviava a diventare un cadavere ideologico, inviando Lenin su un vagone piombato ben foraggiato di marchi per dare il colpo finale al fronte interno della Russia. Il comunismo sì avvicinò alla sua prima realizzazione storica come una “rivoluzione colorata”: i Tedeschi volevano che la Russia uscisse dalla guerra e Lenin diede loro soddisfazione invocando la pace ad ogni condizione. La resa della Russia, nostra alleata, ebbe gravi conseguenze per l’Italia dal momento che divisioni tedesche furono spostate dal fronte orientale al fronte alpino determinando la disfatta di Caporetto.

Ciononostante, una volta caduto il trono zarista e proclamata la Repubblica i comunisti persero le prime elezioni. Il regime nacque con un colpo di Stato paramilitare dopo la sconfitta elettorale, fu la vittoria dell’Armata Rossa e della potente macchina organizzativa del Partito.

Aurore rivoluzionarie e morti violente nel comunismo sempre si intrecciano. Fu Lenin, non uno stupido, ad intuire che il collettivismo non funzionava, per questo agli inizi degli anni Venti varò la NEP, nuova politica economica: un po’ di proprietà privata, un po’ di libero commercio, un po’ di respiro alla economia e alla vita delle persone. La NEP diede risultati positivi, ma apparve inequivocabilmente anticomunista al successore, Stalin, che la abolì.

Non vogliamo ripercorrere l’intera sequenza di orrori (ma anche di realizzazioni a loro modo titaniche) dello Stato sovietico. Diciamo solo che nel 1939 e per ben due anni l’URSS di Stalin si ritrovò alleata di Hitler: nella Parigi occupata dai Tedeschi i giornali di sinistra giustificavano le guerre dei due dittatori (ahinoi, tre, considerando anche l’improvvida scommessa di Mussolini dopo le folgoranti vittorie hitleriane del ’40) contro le plutocrazie occidentali.

Quando poi Hitler fece il ribaltone e attaccò la Russia, Stalin – non uno stupido – dovendo scegliere tra il puntellare un cadavere ideologico e salvare la Madre Russia, preferì la seconda opzione: mise da parte internazionalismo proletario, lotta di classe, materialismo scientifico e invocò la Santa Russia, la Grande Guerra Patriottica, le memorie dei generali zaristi della guerra antinapoleonica. Con il sacrificio oggettivamente eroico di due generazioni di russi, anche con robusti aiuti angloamericani, Stalin vinse la partita sul continente.

L’Impero Russo, estendendo il suo dominio sull’Europa dell’Est, divenne “Heartland” l’invincibile impero euroasiatico vagheggiato da certi geopolitici. Tuttavia alle astratte potenze disegnate sulle carte geografiche si contrapponeva la vita dei popoli. Ungheresi, Cecoslovacchi, i Tedeschi dell’Est si ribellarono, quando ancora la burocrazia militare sovietica era preponderante.
Kruscev che abbatté il mito di Stalin fu lo stesso che represse la rivolta ungherese.

Ma proprio dall’Ungheria nel Novembre del 1989 partì il movimento, il fluire di vita nazionale, che diede la spallata finale alla Prigione dei Popoli ideologica. Gli Ungheresi tagliarono il filo spinato della cortina di ferro e cominciarono a riparare in Ungheria. A quel punto i Berlinesi forzarono il muro di prigionia eretto sempre da Kruscev.

Parlare dei protagonisti storici che resero possibile quell’evento di libertà sarebbe lungo, ma diciamo solo che i Reagan, i Wojtyla, le Thatcher, i Kohl, i Walesa furono dei giganti. In Italia Craxi ebbe la lungimiranza di concepire, col senno di prima e non con la triste necessità del poi, un socialismo che fosse completamente libero dai dogmi del comunismo, un qualcosa di vivo e di creativo: l’idea che la società debba essere guidata dai “produttori” e che “il frutto del lavoro a chi lavora andrà” davvero non merita di soccombere sotto le macerie del Muro.

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