Ciccioli: «Altro che uscirne: dobbiamo prendercela, l’Europa!»

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Psichiatra e politico di lungo corso, Carlo Ciccioli, candidato nella Circoscrizione Centrale per FDI alle europee, racconta la sua idea del Vecchio Continente

«Per molto tempo nella nostra area è circolata l’idea che noi dovremmo uscire dall’Europa. Beh, è una sciocchezza solenne. Noi non dobbiamo uscire dall’Europa. Noi dobbiamo prenderci l’Europa». È determinato Carlo Ciccioli, anconetano, classe 1952, medico psichiatra e già deputato di Fratelli d’Italia. Una carriera iniziata fin dal 1970 con le organizzazioni giovanili del Movimento Sociale Italiano, proseguita negli enti locali e poi in parlamento dal 2006 al 2013 e che ora lo vede in consiglio regionale delle Marche. Il tutto senza rinunciare all’impegno in campo medico, che lo ha visto in prima linea nella cura delle tossicodipendenze, pioniere nell’organizzazione dei sistemi terapeutici per il contrasto alla droga della sua regione. CulturaIdentità l’ha incontrato nel corso della campagna elettorale per le europee.

Dottor Ciccioli, ci racconti la sua idea di Europa.

Noi dobbiamo ripartire dall’umanesimo europeo. Riprendere in mano i principi ispiratori che negli ultimi decenni sono stati messi da parte per privilegiare la produzione. Intendiamoci: il benessere materiale dipende dall’economia, ma questo non può essere lo scopo ultimo. L’uomo deve essere lo scopo ultimo, il centro di ogni pensiero politico. Tutto invece negli ultimi anni sembra aver dimenticato questa centralità dell’essere umano. Abbiamo avuto un’economia fine a se stessa, una finanza fine a se stessa, un progresso fine a se stesso. Ma il futuro non è «il progresso». Il futuro è qualcosa che ci appartiene se ce lo sappiamo prendere, partendo dai valori.

A quali valori pensa, in particolare?

Se devo pensare all’Europa, la prima immagine che mi viene in mente sono i suoi edifici: castelli, cattedrali, fortezze, palazzi, le rovine romane, l’arte figurativa, la scrittura, la musica, il canto lirico e popolare… Essi sono il simbolo tangibile di una storia millenaria. Questa è il valore su cui dobbiamo poggiare le basi della nostra azione politica. Gli ultimi decenni sono stati improntati alla temporaneità, al provvisorio, all’effimero. I nostri antenati invece costruivano edifici sub specie aeterni, e come costruivano castelli e cattedrali, così pensavano e agivano politicamente. Noi invece pensiamo con un orizzonte breve, di pochi anni, se non di mesi.

Riallarciarci al passato, dunque?

Non c’è dubbio. Voglio lanciare uno slogan: un’Europa che rinasce, un Rinascimento europeo. Come fu quello italiano fra XV e XVI secolo. Ma per farlo occorre che l’Europa prenda coscienza di quello che è. Un continente fatto di realtà unite da un’unica civiltà ma diverse fra loro. Non è solo l’Europa atlantica, ma un’Europa che va da Lisbona agli Urali.

Anche la Russia?

Russia e Ucraina fanno parte della famiglia europea. Ora c’è una frattura, anzi una ferita aperta. Occorre farsi una ragione di questo conflitto, ma razionalizzare serve ad affrontare anche le situazioni più dolorose, dove il sangue è scorso a fiumi. Io voglio sperare che un giorno si torni a parlare con la Russia e a sanare questa frattura, innanzitutto fra quei due popoli e poi con il resto d’Europa.

Fra le politiche europee più controverse degli ultimi decenni c’è il cosiddetto «green». Lei che ne pensa?

La tutela dell’ambiente è la nostra sopravvivenza. Ciò premesso, ritengo che si sia fatta molta confusione fra «inquinamento» ed «emissioni», perché un conto è un’economia «pulita», tutt’altra cosa sono certe politiche antiproduttive, dall’agricoltura, alla pesca, alla manifattura dell’ultima legislatura europea.

Un altro punto controverso dell’UE è stata la lotta alla libera espressione

Io vorrei un’Europa perfino spavalda nel poter esprimere punti di vista. Noi dobbiamo avviare una controffensiva per difendere la libertà di parola, mentre oggi questa viene oppressa soprattutto col subdolo meccanismo della «vergogna» di ciò che si vorrebbe dire. Vergogna delle proprie idee e del proprio passato.

Torniamo alla storia, dunque. Che poi è il bersaglio della cancel culture…

Infatti l’Europa che vogliamo è esattamente l’opposto del wokeismo e della cancel culture. È un’Europa orgogliosa del proprio passato. Noi siamo stati la locomotiva del mondo, siamo l’Europa dei grandi pensatori, dei grandi navigatori, dei grandi artisti e dei grandi scopritori. Oggi ci dicono che dobbiamo vergognarci di Cristoforo Colombo, perché dopo la scoperta dell’America è venuta la tratta degli schiavi. È vero, ma è anche vero che solo l’Europa, unica fra le civiltà del mondo, ha lottato per abolire la schiavitù. Senza l’Europa, questa istituzione forse sarebbe ancora legale. Se l’Europa si vergogna del proprio passato, della propria arte, dei propri valori non ci stupiamo se finisce in un mercato che non ha più nulla da dire e dare al mondo. E questo spiega anche il tracollo demografico.

Ossia?

Non è vero che non si fanno più figli per problemi economici. Non si fanno perché non si ha più nulla da tramandare loro. Non valori, non arte, non storia, non conoscenza. Ci si vergogna anzi di queste cose. L’Europa giace sotto il tallone del nichilismo e della pulsione suicida. Che poi, quando riguarda interi popoli, altro non è che una volontà di auto-genocidio.

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