Dalla DAD, ai docenti: così si uccide una generazione (di studenti)

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Non vi sono molte altre questioni all’orizzonte della deriva: la qualità di un percorso culturale scolastico è determinata dagli adulti. Un ministro analfabeta, un genitore immaturo che ha la stessa età del figlio, certamente, ma su tutti il formatore. Se la scuola sprofonda come istituzione, come evocazione, come atto utile alla maturazione umana e culturale, come fascino, non può essere colpa dei ragazzi. Anche perché la nullafacenza, l’indolenza, l’ignoranza, la strafottenza – così come la socialità in tempi in cui per salvare i nostri ragazzi dal virus, li stiamo uccidendo come donne e uomini.

Un’indagine nazionale condotta nel gennaio del 2021 dal C.S. Mott Children’s Hospital Michigan Medicine, per esempio, giunge a conclusioni significative: circa la metà delle famiglie intervistate hanno rilevato nei più giovani, con maggior frequenza nelle ragazze rispetto ai ragazzi, problemi di ansia (36% vs 19%), depressione (31% vs 18%), disturbi del sonno (24% vs 21%), comportamenti aggressivi (9% vs 8%) e isolamento dalla famiglia (14% vs 13%)”, come riporta IlBoLive, dell’Università di Padova. Tutto ciò mentre, all’Ospedale Bambin Gesù si esauriscono, pian, piano, i posti in neuropsichiatria infantile, come riporta Repubblica: “Con Dad e restrizioni “28 per cento in più di casi di anoressia nella fascia 12-14 anni” e un “25 per cento in più di tentativi di suicidio e atti di autolesionismo”, specifica Cristina Gauri del Primato Nazionale -, compongono uno stato della gioventù che va indirizzato verso altri lidi. Misuriamo la voglia di trap, di sesso, di droga, di nichilismo e di inconsistenza a ‘sti poveri ragazzi come mostri (dimenticando i mostri che eravamo noi) ma stiamo concretamente analizzando i formatori? E nello specifico la passione dei formatori, la formazione dei formatori? Il formatore deve trasmettere anzitutto passione. In essa vi è il primissimo portale per la volontà di comprendere e non di mandare a memoria. Cultura che diventa coltivazione e che, nell’encefalo sveglio, trova utilità per il futuro, non magazzino di conoscenze che non si legano, brutale accatastamento di nozioni che poi, ad esempio, è caratteristica del novanta percento degli intellettuali odierni che manda a memoria il suo campo visivo che, raramente, riesce a tradurre e declinare. Il formatore è un pontefice, ruolo sacro – non nel senso misterico – per la vita dei ragazzi e, insieme, creatore di ponti. Con i ponti la memoria viaggia, incontra altra memoria e butta giù i muri di Berlino che trova, riunificando suggestioni, competenze, nomi, cognomi, date, motivi, moventi, intuizioni, letture, studi. Ci torna utilissima l’evocazione dello scrittore Nikos Kazantzakis, autore, tra gli altri, di Zorba il greco: “Gli insegnanti ideali sono quelli che si offrono come ponti verso la conoscenza e invitano i loro studenti a servirsi di loro per compiere la traversata; poi, a traversata compiuta, si ritirano soddisfatti, incoraggiandoli a fabbricarsi da soli ponti nuovi”. “Oh capitano, mio capitano” basta poco, basta un gruppo di ragazzi, un formatore – che non è una crosta attaccata alla coscia secca dello Stato ma un missionario, un secondo padre, una seconda madre, un mentore, un profeta, un preparatore atletico per il cerebro – e un luogo che non sia un nonluogo come la DAD.
Ah, la DAD, la giustificazione di esistenza degli scarti di un’intera classe di uomini (politici). La DAD infinita nell’infinito pandemico: da misura necessaria (ieri), al cimitero degli elefanti di una scuola al capolinea (oggi). Tra banchi a rotelle e orgasmi marini ministeriali, l’areazione meccanica delle classi si rivelerebbe, solo per fare un esempio di buona volontà, molto utile per la tutela della salute degli studenti.
Ma la Demenza A Domicilio, che vorrebbe rendere la comprensione, la cultura e la formazione un’attività di servizio – in attesa che il regime ci passi anche il culto divino del leader e un kilo di riso a famiglia al mese, come in Corea del Nord – del futuro mondo di uomini folla, accuratamente mondati da ogni profondità perché possano essere perfetti interpreti del dogma della nuova Trinità della religione dell’umanità – produci, consuma e crepa -, è solo un orribile risvolto rispetto alla qualità dell’istruzione. Chiediamo ai ragazzi dei loro formatori. Se sono maturi da poter votare a sedici anni, lo saranno tranquillamente per poter dare un giudizio critico sui loro docenti.

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Emanuele Ricucci è nato a Roma il 23 aprile 1987. Lavora per la comunicazione di Vittorio Sgarbi, di cui è tra gli assistenti, ed è collaboratore per la comunicazione del Gruppo Misto Camera dei deputati (NI-U-C!-AC). Scrive di cultura per Libero Quotidiano, per Il Giornale e per il mensile CulturaIdentità. Ha scritto, tra gli altri, per Il Tempo e Candido, mensile di satira fondato nel 1945 da Giovannino Guareschi. È autore di satira ed è stato caporedattore de Il Giornale OFF, approfondimento culturale del sabato de Il Giornale e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Ha studiato Scienze Politiche e scritto cinque libri: Diario del Ritorno (Eclettica, Massa 2014, con prefazione di Marcello Veneziani), Il coraggio di essere ultraitaliani. Manifesto per una orgogliosa difesa dell’identità nazionale (edito da Il Giornale, Milano 2016, scritto con Antonio Rapisarda e Guerino Nuccio Bovalino), La Satira è una cosa seria (edito da Il Giornale, Milano 2017) e Torniamo Uomini. Contro chi ci vuole schiavi, per tornare sovrani di noi stessi (edito da Il Giornale, Milano 2017). Questi ultimi prodotti e distribuiti in allegato con Il Giornale. Antico Futuro. Richiami dell’origine (Edizioni Solfanelli, Chieti, 2018, scritto con Vitaldo Conte e Dalmazio Frau) e, da ultimo, Contro la Folla. Il tempo degli uomini sovrani (con critica introduttiva di Vittorio Sgarbi). Dal 2015 scrive anche sul suo blog Contraerea su ilgiornale.it. È stato direttore culturale del Centro Studi Ricerca “Il Leone” di Viterbo ed è attualmente responsabile dell'Organizzazione Nazionale di CulturaIdentità

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