Un battito d’ali di pipistrello in Cina può causare un uragano negli Stati Uniti

0
Ph ilgiornale.it

Un dialogo con Giulio Tremonti non è mai solo una intervista di “economia”. Anche perché non hai di fronte un “economicista”, ma un pensatore forte che ad esempio nell’ultimo suo libro “Le Tre Profezie” (Solferino editore) parla di Marx, di Leopardi, di Goethe e ne rilancia le idee come specchi per riflettere sul presente. Se il tecnico tende a una arrogante specializzazione nel proprio campo di competenza (e di tecnici ne abbiamo conosciuti più d’uno in Italia, con dubbie dimostrazioni pratiche delle loro competenze) Giulio Tremonti cerca di ricondurre l’economia ad una visione globale. L’editore di CulturaIdentità Edoardo Sylos Labini ha dialogato con Tremonti sul tragico intreccio dei nostri giorni: quello tra virus e crisi economica, cercando di trovare la luce in fondo al tunnel della globalizzazione.

Se Sylos Labini è un artista di teatro, dunque uomo della rappresentazione, Tremonti dal canto suo sa come rendere attraverso una immagine i propri pensieri (attinge spesso a quella che un originale come Rudolf Steiner avrebbe definito la “conoscenza immaginativa”).

Il lettore che seguirà fino in fondo il dialogo tra Giulio Tremonti ed Edoardo potrà cogliere in che senso una frase di Leopardi o di Thomas Mann, più che un algoritmo, possa orientare verso quella luce. I momenti di crisi di bello hanno questo: che la nebbia delle mezze verità o delle falsificazioni in mala fede debbono necessariamente lasciare il posto ad idee e forti, se si vuole rimanere in piedi.

E dal momento che il numero di CulturaIdentità è dedicata alle fake news, alle affermazioni non accertate, Edoardo Sylos Labini esordisce con il riferimento ad una “falsa citazione” che per qualche tempo è stata – polemicamente – attribuita all’autore.

C’è una frase di dubbia autenticità che viene attribuita a Giulio Tremonti, quella per cui “con la cultura non si mangia” …

È una espressione – replica Tremonti più divertito, che non spazientito – che non ho mai pronunciato e che nel corso del tempo è diventata una sorta di leggenda metropolitana buona per alimentare una campagna contro di me. Ormai ho coniato una risposta standard per i giornali che mi sollecitano a precisare il senso di quella frase mai detta e chiudo il discorso inchinandomi alla superiore cultura dell’interlocutore. È un modo per tagliare corto e passare a questioni più importanti…

IL VIRUS FIGLIO DELLA GLOBALIZZAZIONE

Sicuramente è importante la questione della libertà. In questo momento, per le ovvie motivazioni, gli Italiani sono ai “domiciliari”. Anche le imprese sono bloccate dalla burocrazia. Al contrario i capitali stranieri si muovono senza ostacoli (pensiamo alle nostre imprese a rischio acquisizione) … Come si può restituire la libertà ai cittadini e ai produttori?

In questo momento storico pandemia ed economia si intrecciano. Per questo non si può pensare una risposta che affronti solo la questione pandemia o solo l’altra questione. La crisi sanitaria e quella economica sono strettamente legate tra loro e il nodo che le unisce rischia di essere quello della paura. La paura porta – comprensibilmente – a una formula del tipo: “meglio vivere poveri che morire ricchi”. Ma in realtà il discorso si può capovolgere: anche lo stato dell’economia può incidere sulle condizioni della salute. Infatti, quanto più è profonda la recessione causata dal blocco dell’economia tanto più si diffondono angosce, dipendenze dall’alcool, violenze e condotte autolesionistiche di vario tipo. Sintomatico quanto sta accadendo in America dove il diffondersi del virus (e del timore del virus) ha scatenato una corsa all’acquisto di armi da fuoco. In Italia, tanto per essere chiari, dopo “la cura” del governo Monti la curva dei suicidi si è impennata fino a toccare le 700 vittime in un solo anno. C’è anche un altro aspetto per cui l’economia incide sulla salute delle persone: va considerato il nesso tra caduta del prodotto interno lordo e conseguenti tagli alla sanità. Tragico in tal senso è l’esempio della Grecia: mancando i finanziamenti, sono state drammaticamente ridotte le cure negli ospedali le medicine le chemioterapie colpendo non solo la fascia dei più deboli (gli anziani, i bambini), ma anche i giovani. Perciò in questo momento una scelta responsabile non può prendere in considerazione soltanto il presente, ma deve aprirsi a una chiara visione del futuro, calcolando congiuntamente gli effetti dell’epidemia e della crisi economica. 

La “tempesta perfetta” di pandemia e crisi economica sembra aver dato un duro colpo al mondo della globalizzazione. Ma tu sottolinei nel libro “Le Tre Profezie” che già Obama nel 2016 aveva colto “la fine di un mondo” o quanto meno la perdita di efficacia della “narrazione globalista”.

Obama stesso aveva inteso la fragilità del sistema della globalizzazione, intuendo la fine di quel ventennio “dorato” in cui il vecchio trinomio di libertè egalitè fraternitè era stato modificato in mondialité marché monnaie. Fino alla seconda metà del Novecento il criterio, più equilibrato che orientava le nostre società, era quello del perseguimento della “ricchezza delle nazioni”: la ricchezza, sì ma nel contesto sociale e politico delle nazioni. Si cercava così di soddisfare i requisiti richiesti dal mercato, ma anche le esigenze dello Stato. Ma in una sequenza storica accelerata che va dalla caduta del Muro di Berlino (1989) alla creazione del WTO (1995), alle riforme introdotte da Clinton del rapporto tra banca e finanza nel corso del suo secondo mandato (1996-2000) fino ad arrivare all’ingresso della Cina del WTO (1996) e alla crisi del 2008 in appena venti anni prende forma l’utopia della globalizzazione. Non a caso uso il termine utopia perché in greco l’utopia è il “non luogo” (ou-topos) e la quintessenza della globalizzazione è il non-luogo. Nelle dinamiche della globalizzazione agisce l’ultima ideologia del Novecento che ho battezzato “mercatismo”: l’esaltazione del Divino Mercato, che è tutto e fa tutto. Questa ideologia intendeva guidare l’“uomo nuovo” verso il “mondo nuovo”, quel mondo che arriva fino ad Obama e che poi comincia a cedere, a franare – e in questa svolta si inserisce l’affermazione di Trump – per poi cedere davanti all’epidemia.

fonte ilgiornale.it

Può essere il sovranismo il rimedio a questo cedimento del “mondo nuovo”?

Diciamo che il sovranismo è l’espressione di un “giro della storia”, vale a dire del ritorno dell’economia all’interno dei confini degli Stati, di conseguenza il ritorno di un certo primato della politica come anche della necessità di certi valori, del rispetto delle tradizioni, delle specificità di un territorio; insomma di ciò che veniva considerato come la normalità prima degli anni Novanta. E francamente non mi sento di demonizzare il sovranismo. È ben curioso che un liberale o chi crede di essere liberale neghi quella che è stata l’essenza del mondo liberale: la coniugazione di Stato e mercato, qualcosa di molto diverso dalla idolatria del mercato senza Stato.

NOSTALGIA DI UN’ALTRA EUROPA

Idolatria che invece sembra caratterizzare l’attuale formulazione dell’unità europea…

L’idea di Europa che io ricordo da studente nella elaborazione che ne faceva all’Università di Pavia Altiero Spinelli era una idea che potevi o no condividere… Spinelli era “lievemente” comunista. Tuttavia i suoi discorsi europeisti erano chiari, scanditi da parole immediatamente comprensibili: agricoltura, carbone, acciaio. Legata a quelle istanze era l’Europa che tutti abbiamo amato per molto tempo. Poi c’è stata una involuzione: l’Europa che era nata per essere l’acropoli delle idee, il tempio della democrazia è divenuta un tavolo tecnofinanziario con acronimi inglesi. Questo è il punto dolente.

Ph. Image:Rometreaty.jpg (en.wikipedia)

Cosa è accaduto per ridurci così?

Visto che voi di CulturaIdentità siete artisti, poeti, navigatori… lo spiego con una immagine. Prendiamo una foto del momento della stipula del trattato di Roma del 1957. In quella foto in bianco e nero vediamo uomini di Stato, nei loro volti scorgiamo l’espressione di gente che aveva combattuto la guerra: persone, non algoritmi.

Erano forse uomini che avevano alle spalle la storia e che evidentemente sentivano la responsabilità di rappresentare dei popoli.

E d’altra parte non si può dimenticare, in questo momento di “pestilenza”, una frase esemplare pronunciata da Albert Camus nel 1955 ad Atene e che vale come lezione sul futuro della civiltà europea. Diceva Camus: “Le ferite della guerra così recente sono ancora troppo aperte, troppo dolorose, perché si possa sperare che le collettività nazionali facciano quello sforzo di cui solo gli individui superiori sono capaci”.

I politici di oggi ricordano forse gli stregoni di cui parlava Marx e che tu hai ricordato nel tuo libro e che evocano “potenze che non riescono più a controllare”. La potenza della Cina ad esempio, che è entrata come un elefante nella cristalleria del mercato globale?

Più che alla Cina, penso che il riferimento di attualità sia al mercato della finanza globale nella sua interezza. La stessa pandemia è figlia di questa globalizzazione fuori controllo. Cerchiamo di cogliere ancora una volta con una immagine il senso di ciò che è accaduto: se tu guardi Google Map ti accorgi che la costa della Cina è iper-illuminata, l’interno è un buco nero ma con dentro più di mezzo miliardo di persone. La scintilla di attrito tra due diverse civiltà, quella modernissima della costa e l’altra millenaria con usi e costumi spesso arcaici a un certo punto innesca la crisi sanitaria. Anche a voler escludere che il virus sia balzato fuori da un laboratorio scientifico, esso è venuto fuori da un laboratorio sociale. Una volta si diceva che nel vasto mondo il battito d’ali di una farfalla in Asia può causa un uragano in America.

E il battere delle ali di un pipistrello in Cina…

Il virus ha seguito la via della seta con una rapidità inedita. Le vecchie pesti camminavano sulle zampe dei topi, delle pulci; questo virus ha preso l’aereo. Se da un lato è certo che la pandemia è frutto della globalizzazione, dall’altro si tratta di capire quale effetto produce sulla globalizzazione stessa o per meglio dire sulla de-globalizzazione, aprendo una crepa nella fiducia generale nei confronti di quel mercato tutto automatico che fino a ieri veniva considerato sicuro e che rappresentava la base della globalizzazione.

IL PRESENTE IN UN PENSIERO DI LEOPARDI

Un critico ante-litteram della globalizzazione fu Leopardi, da te citato, che diceva “quando tutti diventarono cittadini romani, nessuno più era cittadino romano”. E a quel punto arrivarono i barbari. Arriveranno anche oggi?

Può anche verificarsi il contrario: la fine della globalizzazione può segnare il ritorno della politica e dei confini, il ritorno a rapporti internazionali più equilibrati. Certo non si può escludere che le cose volgano al peggio. Dobbiamo ancora decifrare il mondo che ci si apre davanti, noi oggi vediamo cadere le macerie della globalizzazione e nel cantiere della ricostruzione si assiste anche ai tentativi di rimpatriare le fabbriche dalla Cina a noi. Negli scorsi anni sono state delocalizzate industrie in un mondo, quello cinese, dove il lavoro costa poco, ma non c’è domanda interna, a quel punto dopo averli creati devi trasportare i prodotti dove c’è la domanda, cioè in Occidente, con un flusso di inquinanti container. Tanto vale produrre quei beni da noi, secondo criteri che possono anche costituire un incentivo allo sviluppo di una rivoluzione verde. Se si accresce la consapevolezza della necessità di produrre da noi e di produrre in maniera green, si apre una prospettiva molto interessante anche per l’Italia.

Ph. commons.wikimedia.org

Poi c’è la prospettiva negativa che sul cantiere della ricostruzione post-pandemia si abbatta una crisi simile a quella del ’29. Un rischio che non possiamo ignorare perché se ne intravedono i segni nella escalation dei numeri. Nel 2008 l’unità di conto era il miliardo: la crisi in Europa era quantificabile in 200 miliardi oggi si parla di trilioni: il piano europeo anticrisi è di un trilione e mezzo, la Ursula parla di due trilioni e sette, il bilancio della BCE è di 5 trilioni. I numeri si stanno distaccando dalla realtà come è accaduto nel ’29; cosa ha determinato in pochi anni questa progressione di numeri? Diciamo che come Picasso ha stravolto i tratti della natura per creare le espressioni del cubismo, così i tanti Picasso delle banche centrali hanno falsificato le dinamiche dell’economia reale introducendo i liquidi al posto delle realtà solide, i tassi a zero e sottozero, la magia della finanza in luogo del senso di responsabilità. Il rischio è che si generi un vortice di inflazione che potrebbe travolgerci, come accadde nella Germania di Weimar. 

Oltre a Marx, Goethe, Leopardi conviene allora rileggere anche Thomas Mann che scrisse pagine illuminanti sulla moneta ricordando come sulle banconote della Repubblica di Weimar era scritta una frase di sapore “faustiano”: “abbi fiducia in me”. Poi sappiamo come è andata a finire. È fondamentale il ritorno alla realtà, perché oggi la tentazione che Mefistofele esercita su Faust è quella di una finanza virtuale come una seconda vita digitale e slegata dall’economia reale