Maranza al Colosseo: radiografia di un sistema fallito

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Nella città simbolo della più grande civiltà che la storia abbia mai visto, è andato in onda qualcosa di insolito e molto preoccupante: un campanello di allarme che per l’ennesima volta ci induce a fare i conti con la piaga dell’immigrazione e dei cosiddetti “maranza”, giovani stranieri di seconda o terza generazione venuti alla ribalta negli ultimi anni come fenomeno diffuso di microcriminalità, spesso minorile.

Mercoledì 1° luglio a Roma, nei pressi del Colosseo si sono verificati dei disordini dopo che un gruppo nutrito di giovani stranieri – perlopiù nordafricani – stava festeggiando il compleanno di uno dei ragazzi. A mettere in allarme le forze dell’ordine sono stati i fuochi pirotecnici utilizzati a breve distanza dalle strutture millenarie e più in generale dal clima che si stava fomentando nell’isteria collettiva. L’arrivo, dunque, delle volanti ha definitivamente dato via alla guerriglia urbana tristemente andata virale sui social grazie alle decine di video messi in rete da turisti e passanti.

È proprio dalle immagini circolate in queste ore che dovremmo interrogarci su questo spaccato della nostra società e più in generale di quella europea: sono ancora freschi i fatti avvenuti in Irlanda del Nord e nel Regno Unito a seguito dell’uccisione di Henry Novak da parte di un indiano Sikh e del tentativo di decapitazione di un uomo da parte di un immigrato somalo a Belfast. Casi di cronaca che hanno visto protagonista una forte risposta popolare a fronte di episodi sempre più frequenti, impuniti e fuori controllo. Ciò dimostra una tendenza a livello continentale preoccupante che sentenzia il totale fallimento di quel modello di società multietnica che per anni ci hanno raccontato come perfetta. Ricordo quando qualcuno nel lontano 2014 disse che gli immigrati erano “l’avanguardia di questa globalizzazione” che in futuro ci avrebbero offerto “uno stile di vita” molto diffuso e che in effetti è arrivato: stupri, omicidi, rapine e caos nelle nostre amate città.

Tornando a noi, se nel pieno centro della Capitale d’Italia, giovani nordafricani si sentono liberi e in un certo qual modo legittimati sotto la logica del branco ad agire in questa maniera, sorge spontaneo chiedersi dove sia lo Stato di fronte a tutto ciò. Un fatto preoccupante che emerge dalla visione dei video è il fenomeno della cosiddetta “danza col coltello” tipica di certe aree dell’Africa settentrionale e che dimostra, peraltro, la fallacia dei decreti sicurezza nel tentativo di limitare la vendita e il possesso dei coltelli tascabili. Punire il coltello e non chi lo utilizza illecitamente rappresenta forse un certo livello di rassegnazione o incapacità istituzionale di far fronte ad un problema causato da decenni di immigrazione incontrollata e lassismo sul piano giudiziario.

A questo punto, occorre affrontare il tema dei maranza, termine peraltro che considero incapace di esprimere realmente la gravità del problema e che induce le persone a ridurre tutto il fenomeno a semplici “ragazzate” commesse in gioventù. Forse – e dico forse – bisognerebbe semplicemente tagliare corto e parlare di giovani delinquenti stranieri, togliendo definitivamente quell’alone di simpatia nel definirli altrimenti. Per comprendere meglio la situazione dobbiamo analizzare i dati raccolti dal Ministero dell’Interno in merito al rapporto “Criminalità minorile in Italia 2010-2022” che ci offre una panoramica oggettiva sull’andamento microcriminologico minorile in Italia.

Partiamo dal fatto che per “maranza” intendiamo un giovane, principalmente straniero, di età compresa tra i 14 e i 22 anni circa. Il sopracitato rapporto ha una caratteristica particolarmente apprezzabile vista la nostra analisi: esso, infatti, coglie l’esatto momento storico dove si è iniziato ad avvertire la necessità di dare un nome al crescente fenomeno e alle relative baby gang. Questo è un aspetto importante per comprendere l’enorme impatto avuto dagli immigrati di seconda e terza generazione nel tessuto microcriminale giovanile e, soprattutto, smontare coi dati la retorica portata avanti dalla sinistra, secondo la quale non esiste un’emergenza.

Analizzando i dati ministeriali e confrontandoli con i dati demografici, possiamo evidenziare che l’11% dei minori, rappresentato dagli stranieri, incide sul 52% dei reati denunciati tra cui violenze sessuali, rapine e risse. Al contrario, nei dodici anni presi in considerazione, si registra una diminuzione del 16,13% dei reati commessi da giovani italiani.

Esiste quindi un problema di sicurezza in relazione all’immigrazione? Assolutamente sì e basterebbe avere la pazienza di sfogliare le pagine di cronaca locale e nazionale per capire effettivamente quanto essa incida sulle nostre vite quotidiane.

Uscire da questo sistema richiede scelte decise e in controtendenza con quanto fatto negli ultimi anni. Sia chiaro: la bacchetta magica non esiste, tuttavia non si può prescindere dalla volontà di non arrendersi al declino e di mettere in campo tutti gli strumenti necessari ad invertire la rotta. Di recente la “remigrazione” ha polarizzato il dibattito pubblico: da questione puramente teorica e relegata agli ambienti della destra radicale è diventata il manifesto politico di una larga fetta della popolazione che vuole riprendere il controllo della propria nazione. Sicuramente ne è complice il crescente disagio diffuso e la rassegnazione di fronte a schemi più moderati che hanno tradito le aspettative. A dimostrazione di tutto ciò, si registra il risultato più che impressionante delle oltre 150.000 firme raccolte, segnando un record assoluto come numero di firme raccolte a supporto di una proposta di legge di iniziativa popolare.

È qui che la politica dovrebbe farsi sentire maggiormente e cogliere la reale importanza del periodo storico nel quale stiamo vivendo: i fatti di Roma sono soltanto l’ultimo episodio di un qualcosa a cui siamo anche fin troppo abituati e, nella peggiore delle ipotesi, rassegnati. Dunque, è tempo di ricostruire l’Italia e l’Europa che vogliamo: da protagonisti del cambiamento e da padroni del nostro destino.

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