Una vicenda che purtroppo ha lacrime e angoscia dietro, contro gli elementi più fragili di una società, i bambini, e contro l’ordine più sacro e naturale, la famiglia. Quello dei Trevaillon, la famiglia anglo-australiana che aveva fatto una scelta di vita ruralista e che per questo ha visto i suoi tre figli sottratti dal tribunale per i minori dell’Aquila, è però soprattutto il caso che gridando vendetta, scopre il Re Nudo di una magistratura ingranaggio di un Sistema che annichilisce i diritti dei cittadini.
Un Sistema che ha dinamiche differenti da quelle denunciate da Luca Palamara nel suo libro ma che fra i suoi protagonisti ha sempre loro: una parte dei giudici. Sì, quella parte di togati che ha deciso di costituire una casta separata, unta da un qualche Dio (nel caso dei bambini sottratti speriamo non sia il dio Moloch…), investita da una missione tale da rendere loro – deputati dalla Costituzione all’applicazione della Legge – a legibus soluti.
È quello per esempio che emerge dalle parole di Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione nazionale magistrati minori e famiglia, riportate da “Repubblica” lo scorso 10 marzo. “Ispezione senza motivo, quella del ministero è un’intimidazione”. Avete letto bene, “intimidazione”. In altre parole, i giudici vedono quello che è uno dei pochi contrappesi al loro strapotere, quello dell’ispezione del Ministero della Giustizia, come qualcosa di fastidioso, intimidatorio, perfino. Il Governo, che ha il dovere di occuparsi dei problemi dei cittadini, riscontra un episodio talmente eclatante da riempire di indignazione pagine di quotidiani e tutti i social, decide di investigare e viene bollato come “intimidatore”.

La realtà è che il fumus per andare a fare le bucce all’operato di questo tribunale e del giudice Cecilia Angrisano, protagonista principale di queste vicende, c’è tutto. Il famoso “fateli parlare, ammetteranno tutto” ha già consentito – come scriveva “Il Centro” lo scorso 8 marzo – di avere sottomano una relazione inviata al tribunale per i minorenni dell’Aquila il 14 ottobre in cui gli assistenti sociali mostrano non poco fastidio per la richiesta della presenza di un avvocato a ogni visita che i suddetti assistenti (spesso accompagnati dai carabinieri…) facevano ai Trevaillon. Quella che è una delle garanzie più essenziali in uno stato di Diritto, avere il proprio difensore accanto e come testimone, viene considerata “una difficoltà”, da aggirare con una “visita a sorpresa con i carabinieri”. Nemmeno nella Germania Est comunista.

O ancora, la scandalosa vicenda attorno alla psicologa che ha assistito il consulente tecnico d’ufficio nella stesura della perizia psicologica, Valentina Garrapetta. La Garrapetta era stata oggetto di un’istanza di ricusazione presentata dagli avvocati dei Trevaillon perché dichiaratamente non neutrale. “Nelle settimane precedenti all’assunzione dell’incarico, la psicologa ha condiviso su Facebook alcuni messaggi fortemente critici e caustici nei confronti della coppia anglo-australiana, in cui marito e moglie vengono sbeffeggiati e chi li difende è accusato di cialtroneria” si legge su “Il Centro” del 6 marzo scorso. Insomma, il tribunale affida a un tecnico che assume atteggiamenti platealmente partigiani un incarico così delicato, tanto più perché verte non su parametri facilmente riscontrabili con metro e tabelle millesimali come una banale lite per una veranda abusiva, ma un giudizio su un terreno scivoloso come quello della “valutazione psicologica” di membri di una famiglia separata dalla prepotenza di Stato. Gli avvocati della famiglia lo ricusano, chiedendo un tecnico non di parte, il tribunale lo conferma. Non sia mai dover ammettere una qualsiasi forma di terzietà fra imputato e giudizio…
Infine c’è perfino il caso del diniego ricevuto da Marina Terragni, garante per l’infanzia, alla sua richiesta far visita ai figli separati dai genitori assieme ad alcuni consulenti indipendenti. Cecilia Angrisano – ci fa sapere Francesco Borgonovo su “La Verità” di ieri, “risponde picche: gli esperti non possono entrare per non turbare i piccoli”. La Terragni lo scorso 6 marzo aveva scritto al Tribunale dell’Aquila pregandolo di non separare i bambini dalla madre, spiegando – come sostenuto da praticamente tutti gli esperti – che per loro sarebbe stato un trauma definitivo. “È stata ignorata, come è stata ignorata la sua richiesta di fare visita ai bambini accompagnata da uno staff di medici e psichiatri di primo livello che la aiutassero a capire le reali condizioni dei tre minori” scrive “Libero” il 12 marzo. Il motivo? “I comprensibili effetti che ulteriori invadenze potrebbero avere sull’equilibrio emotivo dei minori”. “I bambini – continua Piero Senaldi sul quotidiano milanese – sono stati strapazzati per quattro mesi, sono passati da un bosco a una gabbia, hanno tolto loro prima il padre e poi la madre, saranno sottoposti a quattro mesi di perizia psichiatrica, ma guai se viene a trovarli il Garante dell’infanzia con uno staff di prima qualità. Vien da pensare male anche se si hanno le migliori intenzioni”.
Una panoramica che va completata con le parole che chiudono la piccata nota diramata il 9 marzo dal tribunale dei minori dell’Aquila e firmata da presidente e procuratore, che dopo aver invocato Costituzione e “fonti di diritto internazionale” (omettendo, forse involontariamente, quelle di casa nostra: un sintomo di oicofobia?) conclude che per le “istituzioni chiamate ad operare” sia necessario “il rispetto” da parte della collettività, nel momento in cui a esse è “istituzionalmente demandato all’autorità giudiziaria minorile il compito di assumere decisioni, eventualmente sindacabili nei successivi gradi di giudizio”. Una affermazione che risuona inquietante, in giorni in cui le cronache ci informano di sentenze depositate prima delle udienze (vedi caso a Messina) e che nelle migliori ipotesi si legge come un “noi andiamo avanti, voi in caso farete – a vostre spese – ricorso”. Ben sapendo che il ricorso si fa davanti ad altri giudici, chiamati, in circostanze come queste, a giudicare più che il merito di caso, il metodo dei loro colleghi.

Dunque, giudici che giudicano giudici. Un cortocircuito che proprio la vittoria del Sì al referendum potrebbe cominciare a spezzare. Innanzitutto rompendo il circolo vizioso del correntismo, in presenza del quale qualunque meccanismo istituzionale risulterebbe inutile. Ma anche separando le carriere e creando finalmente quell’Alta Corte disciplinare i cui membri saranno estratti a sorte, e che a Dio piacendo dovrebbe finalmente mettere la prima pietra di quella responsabilità civile dei magistrati che rappresenta il Sacro Graal dello stato di Diritto in cui tutti vorremmo vivere.


















