Il 14 marzo l’Italia celebra la Giornata del Paesaggio. Non pour cause, visto che l’articolo 9 della Costituzione rende il Paesaggio un bene tutelato sullo stesso piano della promozione della cultura e della ricerca scientifica: un impegno solenne che la Repubblica assume fin dal 1948. La Giornata è stata istituita per decreto ministeriale nel 2016 proprio nella ricorrenza del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2004. Lo scopo è promuovere iniziative su tutto il territorio nazionale che valorizzino il nostro paesaggio.
Ma perché proprio il paesaggio? E perché proprio lì, tra i Principi fondamentali della Carta? La risposta affonda le radici nella storia, nella geografia e nella coscienza collettiva dell’Italia post-bellica. Il testo originale dell’articolo 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
L’Italia è forse l’unico Paese al mondo in cui natura e cultura si sono intrecciate in modo così profondo e continuo per oltre tremila anni. Lo spiega bene, peraltro, il Manifesto delle Città Identitarie, che fin dalle prime righe indica nel “paesaggio” quella sirena il cui canto conduce lontano dalle rotte turistiche più ovvie, non su scogli ma fra le meraviglie di un paese spesso sconosciuto per quanto è complesso e variegato. Colline terrazzate, borghi arroccati, ville rinascimentali immerse in oliveti, coste scolpite da millenni di navigazione e agricoltura, laghi circondati da castelli, Alpi e Appennini segnati da vie romane e sentieri medievali, isole mediterranee incantate: qui il paesaggio non è un semplice sfondo naturale, ma il risultato di un dialogo secolare tra uomo e ambiente.
Nel paesaggio unico del nostro paese vive il nostro genius loci autentico, fatto di tradizioni, usanze e biodiversità culturale unica al mondo: lo racconta il Manifesto delle Città Identitarie, lanciato dalla città identitaria di Civita di Bagnoregio, borgo-simbolo di un paesaggio incantevole e allo stesso tempo fragile, indicando chiaramente come però il paesaggio non sia una cartolina solo da ammirare, ma da abitare con lavoro, produzione e futuro. E da difendere: è la spina dorsale della nostra identità.
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I Costituenti lo capirono benissimo. Per loro, deturpare quel paesaggio significava cancellare una parte dell’identità nazionale, privare le generazioni successive di un’eredità che non è solo estetica, ma culturale, storica e spirituale. Come scrisse più tardi Salvatore Settis, il paesaggio italiano è «la rappresentazione materiale e visibile della patria». L’art. 9 fu la prima norma costituzionale al mondo a inserire la tutela del paesaggio tra i principi supremi. Prima c’era stata solo la Legge Croce (1922), la prima legge organica europea sulle bellezze naturali, ma restava una norma ordinaria. Metterlo nei Principi fondamentali significava renderlo vincolante per ogni legislatore, giudice e amministrazione: lo Stato deve tutelarlo.
Ma se c’è un articolo “tradito” della nostra Costituzione, quello è proprio l’articolo 9. Nel dopoguerra l’industrializzazione, il boom economico ed edilizio hanno disseminato il paese di orrori architettonici. L’ideologia decostruzionista, fattasi forza dell’antifascismo come motore propulsivo, ha imposto una anti-estetica come cifra: se il fascismo aveva fatto di classicismo e proporzioni tradizionali il proprio stile, l’architettura del dopoguerra doveva esserne l’esatto opposto. L’Italia ha così iniziato a devastare il suo paesaggio, edificando abominevoli quartieri-dormitorio per mano di palazzinari – sul fronte dell’edilizia privata – e militanti filo-comunisti, per quella pubblica. Ecomostri come le Vele di Scampia o la Città Giudiziaria di Roma sono sorti ovunque offendendo il paesaggio. Interi quartieri sono scomparsi sotto le ruspe, come a Palermo durante l’orrendo “Sacco” che distrusse il patrimonio liberty del capoluogo siciliano.
Il paesaggio italiano resiste però ancora nei piccoli borghi, quelli a cui si rivolge il Manifesto delle Città Identitarie. Paesi e città di provincia, come quelle raccontate nelle puntate di “Radix”, dagli scavi archeologici seminali di Pomezia, là dove nasce l’Italia con l’arrivo di Enea nel XIII secolo a.C., fino alla rivoluzione futurista dell’Aeropittura che impreziosisce i capolavori dell’architettura Novecento alla Spezia. Città che proprio col suo golfo presenta uno dei panorami più belli del nostro paese.
E del paesaggio italiano fanno parte in senso lato tanti dei punti del Manifesto: aria pulita, cibo genuino a filiera corta, borghi custodi di un patrimonio artistico e agricolo senza eguali. Un paesaggio che non è solo natura, ma anche attività dell’uomo e quindi va preservato preservando gli italiani: contro lo spopolamento, scommettiamo su connettività moderna (fibra, 5G), imprese radicate e agricoltori custodi della terra. Per salvare il paesaggio italiano rivitalizziamo l’Italia interna: un’alleanza tra uomo e paesaggio per un rinascimento sostenibile, identitario e abitabile. Il nostro tesoro più bello merita di tornare vivo.



















Già prima della Costituzione, l’Italia aveva compreso il valore del paesaggio: fu Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione Nazionale, a varare nel 1939 la Legge 1497, la prima normativa organica italiana sulla protezione delle bellezze naturali. Senza quella intuizione – che completava la Legge Croce del 1922 non sarebbe stato possibile inserire la tutela del paesaggio tra i Principi fondamentali della Repubblica.
Nonostante ciò, l’articolo 9 è stato spesso “tradito”: il dopoguerra, il boom edilizio e scelte urbanistiche discutibili hanno prodotto ecomostri e devastazioni, cancellando interi quartieri storici. Eppure il paesaggio italiano resiste nei borghi, nei territori interni, nelle comunità che custodiscono tradizioni, biodiversità culturale e un equilibrio millenario tra uomo e ambiente.