Federico Riboldi: da Casale Monferrato alla conquista della Regione Piemonte

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Federico Riboldi col presidente di Timor Est José Ramos-Horta

Il sindaco porta avanti le esperienze vincenti di buongoverno dei medi e piccoli borghi

Nel 2019 era stato uno tsunami: eletto al primo turno come sindaco di Casale Monferrato con quasi il 59% dei voti. Classe 1986, padre di Vittoria Fiammetta, Federico Riboldi è ora lanciato per la corsa a Consigliere della Regione Piemonte per Fratelli d’Italia. A dargli impulso, cinque anni di amministrazione comunale di cui va fiero, in una città di antichissima fondazione, di oltre 30 mila abitanti sul Po, in Monferrato ma a far cerniera con le province di Vercelli e Pavia, che Riboldi ha fatto entrare anche nella rete delle Città Identitarie.

Quali sono i risultati in questi cinque anni di cui è più soddisfatto?

La realizzazione più importante è la generale inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Anni di stagnazione nei quali le aziende locali scappavano da Casale. Oggi, invece, siamo riusciti ad approvare un centro logistico di oltre 190 mila metri quadri, con un migliaio di addetti, importantissimo per l’economia della nostra città. Un’economia che stiamo promuovendo anche con attività come il progetto «Gran Monferrato», che riunisce le forze produttive, le imprese turistiche e le amministrazioni locali e che intende valorizzare la specificità del nostro territorio: dalle terme ai borghi storici, alla gastronomia e alla buona vita. E naturalmente il vino. Il GranMonferrato (Acqui Terme, Ovada e Casale) ha vinto il concorso di Città europea del vino per il 2024. Poi ci sono i bandi aggiudicati, per 20 milioni di euro, che ci consentiranno di realizzate tantissimi progetti e riqualificare molte aree in difficoltà, come il Paraboloide, capolavoro di archeologia industriale che verrà salvato e rimesso a nuovo, la riqualificazione del quartiere di Borgo Ala o il nuovo argine alla Consolata, che era in attesa da oltre 20 anni. Progetti che sono già spesso partiti e si sono conclusi, come la ristrutturazione della ex scuola Trevigi, ospitata in una dimora storica certificata dal FAI, il rifacimento di Piazza Venezia e la nuova caserma dei Carabinieri. Abbiamo anche dato a Casale una proiezione internazionale: lo scorso ottobre ho avuto il privilegio di consegnare a Ginevra a José Ramos-Horta, presidente di Timor Est e Premio Nobel per la Pace, il diploma di Senatore Accademico dello Studium, Accademia di Arte, Storia, Letteratura e Scienze fondata nel XV secolo da Guglielmo I Paleologo a Casale Monferrato. E queste, mi sia permesso dire, sono solo alcune delle iniziative.

E le altre?

Abbiamo lavorato con un’ottica sociale: per esempio, rifacendo tetti e serramenti del Teatro comunale, e allo stesso modo siamo intervenuti sui serramenti delle scuole e quelli delle case popolari. L’idea che ho è che il popolo ha diritto ad avere ambienti belli, efficienti, senza sprechi e disagi.

Una tradizione di Destra sociale, dunque?

Esattamente. Io vorrei dare alle famiglie delle case, ma non con il concetto comunista della graziosa elargizione di qualcosa che comunque non sarà mai tua. Il mio ideale è la casa di proprietà tramite il riscatto: il lavoratore meno fortunato di altri potrà così avere la sua casa di proprietà, al termine di un periodo in cui riscatterà lentamente l’abitazione che gli ha messo a disposizione «lo Stato». Non è elemosina, non è carità pelosa. È l’idea che gli individui e le famiglie devono essere messi in condizione d’essere autonomi, indipendenti, non ricattabili da un «regime» che è proprietario della tua prima casa, custodia della famiglia. E contemporaneamente essere membri attivi, produttivi di una comunità solidale che ti mette in condizione di camminare con le tue gambe.

Ora si candida alla Regione. Quali di queste esperienze maturate come primo cittadino possono essere esportate a Torino?

Senza dubbio la politica dei distretti produttivi che abbiamo sperimentato con successo sul territorio. E poi unire il territorio: sia con le infrastrutture e i servizi per raggiungere le aree marginalizzate del Piemonte (che è la seconda regione per estensione territoriale d’Italia, non lo dimentichiamo) ma anche come ascolto dei cittadini e delle comunità locali. Così anche come con le realtà produttive. Senza impresa, infatti, non c’è ricchezza, e non ci sarebbero le risorse per fare nulla. La lotta di classe è stata inventata da chi voleva dividere e imperare. Io invece ho sempre creduto nella collaborazione fra le classi, nell’interesse di tutti.

Parliamo di cultura.

Anche la cultura è uno strumento di consolidamento della società. A Casale Monferrato abbiamo raddoppiato le aree disponibili, per esempio acquisendo Palazzo Santa Croce, che ora ospita la collezione Leonardo Bistolfi, con le statue e i gessi di questo grande scultore vissuto a cavallo fra XIX e XX secolo. E cose come questa possono essere fatte a livello regionale. Anche perché la cultura vive se i luoghi della cultura vivono. Dobbiamo dunque supportare gli artisti locali e quelli nazionali, valorizzare le città d’arte. Peraltro, la nostra regione ha moltissimi teatri che recentemente sono stati dichiarati Monumento Nazionale, abbiamo residenze storiche che riempiono gli occhi di bellezza. Quello che è stato fatto in amministrazione locale può essere letteralmente pantografato a livello di Regione.

Eppure, proprio a Torino, c’è chi fa il contrario, attraverso la cancel culture: via strade, targhe…

Chi cancella storia e cultura è sempre dalla parte del torto. Perfino un dittatore come Tito non andrebbe cancellato, là dove ci sono intitolazioni alla sua figura. Dal mio punto di vista naturalmente è una vergogna che nel passato qualche amministrazione possa avergli dedicato strade o piazze, ma queste ora restano là, proprio a testimonianza di quel passato infame. Casomai poi si può contestualizzare, spiegando chi era Tito, ma mai cancellare. Un po’ diverso è il discorso delle onorificenze, che possono essere sospese. E badate bene, ho detto sospese, non eliminate, anche qua. Ma cancellare il nostro passato, la nostra cultura, anche ciò che può essere spiacevole, è un delitto contro l’identità. E – adesso dico una cosa che vi farà piacere, ma perché ne sono davvero convinto – si va avanti solo con la cultura e l’identità.

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