Contesa a lungo per via della sua posizione strategica e della presenza di un importante cantiere navale, Fiume è una città archetipo di confine. Passata di mano più volte nel corso dei secoli – dal dominio austroungarico a quello del Regno d’Italia, dall’annessione alla Jugoslavia socialista al definitivo status di città croata -, l’attuale “Rijeka” presenta tante cicatrici e qualche ferita ancora aperta. Pensando al recente passato, l’esodo di circa 300000 italiani che investì le terre fiumane, istriane e dalmate – in seguito all’occupazione titina del ’45 -, rappresenta un evento certo traumatico ma di cui oggi si può e si deve discutere senza alcuna partigianeria.

Una storia che Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume-Società di Studi Fiumani, conosce bene e ha raccontato nel suo ultimo saggio dal titolo Fiume, addio! L’epopea fiumana dalla Seconda guerra mondiale al grande esodo 1940-1954 (Mursia, 2026).
Sulla scorta di studi iniziati già alla fine degli anni Novanta, l’autore ricostruisce con rigore e chiarezza la traiettoria della città quarnerina in un grappolo di anni cruciali: dall’invasione italo-tedesca del Regno di Jugoslavia e la situazione politica e militare di Fiume e Istria del 25 luglio 1943 con i primi infoibamenti; fino alla deflagrazione del conflitto nel territorio fiumano, la conquista dello stesso da parte dell’Armata popolare jugoslava guidata dal generale Tito e l’esodo in massa con la fine del comune italiano.
Quattordici anni che hanno cambiato per sempre l’orizzonte umano e politico di questo territorio, schiacciato dalla violenza di ideologie autoritarie che “si sono affrontate e scontrate senza mezzi termini nel corso del secolo passato”. Gli esuli, d’altro canto, dopo aver pagato a caro prezzo i danni del fascismo prima e del comunismo poi, alle molteplici “ingiustizie e coercizioni” non risposero mai con la violenza “ma appellandosi con estrema dignità al principio di giustizia”. Un tratto che innalza i protagonisti di questa “epurazione ideologica” – o “cesura”, come la definisce Giovanni Stelli nella bella prefazione – a modello di civiltà.
Da qui il significato profondo del saggio di Micich: quello di contribuire al recupero dell’identità di Fiume, fatta di uomini e donne il cui destino ha segnato l’Adriatico orientale e insieme buona parte dell’Europa. Al netto delle strumentalizzazioni che ancora oggi avvelenano i pozzi della memoria storica.



















Ho già letto molti altri saggi storici di questo autore sull’Adriatico orientale e sulla città di Fiume , in cui sono vissuto da bambino gli ultimi anni di
guerra. Mi accingo a leggere questa nuovo impegno certo di trovarlo improntato a rigoroso rispetto della verità come ha sempre dimostrato.